Il debutto di Wes Anderson e Juman Malouf nel mondo curatoriale: “Spitzmaus Mummy in a Coffin and other Treasures”

Fino al 28 aprile sarà visitabile a Vienna la prima mostra curata dal famoso regista americano Wes Anderson insieme alla moglie, la scrittrice e illustratrice Juman Malouf. Spitzmaus Mummy in a Coffin and other Treasures è una collaborazione del Kunsthistorischesmuseum di Vienna con la Fondazione Prada di Milano, presso la quale la mostra verrà trasferita in ottobre.

Wes Anderson è nato a Houston, in Texas. Tra le sue produzioni cinematografiche, The Royal Tenenbaums, Fantastic Mr. Fox, Isle of Dogs e The Grand Budapest Hotel, premiata con molteplici Oscar, hanno raggiunto un successo internazionale. La sua compagna, Juman Malouf, è di origini libanesi. Dopo essersi trasferita a Londra, la sua fama di designer e scrittrice si è diffusa in tutta Europa e negli Stati Uniti. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo intitolato The Trilogy of Two. Dopo Ed Ruscha e Edmund Waal, Wes Anderson è il terzo artista contemporaneo ad essere stato scelto per curare una mostra davvero “anomala” nelle pareti del tradizionale museo di storia dell’arte viennese. In realtà il regista non può essere classificato come “artista contemporaneo” nel vero senso della parola (a differenza della moglie): nonostante ciò, la sua creatività e soprattutto la sua fama internazionale hanno indotto il KHM a proporre alla coppia di curare uno show artistico, avendo a disposizione non solo l’intera collezione del museo, ma anche quella di varie altre istituzioni viennesi, come ad esempio il Naturhistorischesmuseum e il Weltmuseum Wien.

I 400 oggetti presentati alla mostra, sono quindi il risultato di una lunga ricerca (della durata di 2 anni) e di un’attenta selezione: se consideriamo il numero di opere esposte, Spitzmaus in a Coffin and other treasures può considerarsi come la più grande mostra curata al KHM fino ad oggi. Ciò non riguarda però le dimensioni degli oggetti protagonisti dello show, in quanto a parte i grandi quadri e alcune altre opere eccezionali, che occupano grande spazio, la maggior parte degli oggetti della mostra sono di piccole dimensioni. Anche le modalità in cui essi vengono presentati al pubblico, incastonati uno vicino all’altro nei pannelli parietali o raggruppati ordinatamente in monumentali vetrine, permette di guadagnare spazio e ricorda molto il concetto di “Wunderkammer”, tema che viene espresso tra l’altro anche dal quadro che apre la mostra: “Kunst und Raritätenkammer“ di Franz II Francken, anni 1620-1625.
Oltre a quest’opera, nella prima stanza i visitatori vengono “accolti” da una serie di particolari ritratti, di diverse dimensioni, che rappresentano i membri della famiglia di Petrus Gonzalvus, i quali erano affetti da ipertricosi, e per questo vengono raffigurati ricoperti di pelo dalla testa ai piedi. La scelta di aprire la mostra attraverso questi originali dipinti cinquecenteschi provoca nel visitatore grande stupore, curiosità e interesse: automaticamente si crea grande aspettativa nel pubblico, che non vede l’ora di precipitarsi e scoprire cosa racchiudono le sale successive. L’immaginazione ha un ruolo fondamentale durante il corso di tutto lo show: una volta uscito dalla prima stanza il visitatore prova a immaginare cosa gli verrà presentato in quella successiva: il pubblico viene avvolto da un’atmosfera di suspense, quasi come se stesse guardando un film e non vedesse l’ora di sapere cosa accadrà nella prossima scena.
La mostra è distribuita in otto piccole stanze, costruite mediante la suddivisione dell’ampio spazio di una delle monumentali sale del Kunsthistorischesmuseum: tramite pannelli, vetrine, luci e colori diversi, il regista riesce a creare otto piccoli ambienti, molto diversi l’uno dall’altro. Le opere protagoniste della mostra spaziano da famosi quadri rinascimentali a carte da gioco, dall’abito di una famosa attrice ad animali imbalsamati, e così via: i curatori hanno optato per l’esposizione degli oggetti più bizzarri e misteriosi, con l’obiettivo di stimolare la curiosità del pubblico.
In ogni stanza, gli oggetti vengono raggruppati secondo criteri estetici differenti come ad esempio, il colore, il materiale, la tipologia, la funzione ecc. La seconda sala, ad esempio, mostra oggetti molto diversi tra loro, che condividono però le stesse caratteristiche cromatiche, ovvero un’evidente prevalenza del colore verde, impiegato in tonalità, materiali e quantità diverse. Un’ altro esempio è quello di una delle ultime sale, la quale raggruppa oggetti di epoche diverse, con funzioni davvero contrastanti: l’elemento che accomuna queste opere è la loro realizzazione in legno. Mediante il criterio della materialità oggetti contrastanti vengono esposti uno accanto all’altro: l’esempio più eclatante è quello della piccola croce di legno che risale al XVII-XVIII sec. (prodotta probabilmente a Venezia), alla quale viene abbinato un antichissimo poggiatesta egizio, databile 2600 a.C. Nonostante la significativa distanza temporale e la diversa funzionalità, entrambi gli oggetti sono simili per quanto riguarda la loro materialità e in parte anche la loro struttura. È evidente che i tradizionali criteri di similarità e associazione storico-artistici vengono stravolti dal regista, che propone accostamenti originali e collegamenti anticonvenzionali.

L’innovativa e sperimentale modalità di esposizione degli oggetti nelle salette della mostra, che forse non viene apprezzata da tutti gli storici dell’arte, scaturisce invece nel pubblico grande meraviglia e interesse. Gli osservatori vengono attirati dai particolari oggetti nei piccoli ambienti, e diventano in un certo senso parte dello show: posizionandosi in un angolo della sala, si possono osservare i movimenti, le emozioni e le espressioni del variegato pubblico nelle piccole sale. Il flow di visitatori che si susseguono e si intrecciano, soffermandosi su oggetti differenti e reagendo diversamente di fronte a ciò che si presenta davanti ai loro occhi, genera una sorta di scenario movimentato, che viene continuamente ripetuto ma sempre in maniera diversa: c’è chi segue il percorso indicato dal numero delle sale in maniera ordinata, chi invece si lascia trasportare e si dirige nelle sale che lo attirano maggiormente, chi si sofferma a commentare una determinata opera o ad ammirare uno specifico dipinto, senza fare caso agli altri oggetti che lo circondano nella medesima sala.
Tra i criteri di esposizione del regista più evidenti vi sono quelli della simmetria e dell’ordine: ogni sala è caratterizzata da una diversa struttura espositiva, basata su regole simmetriche: le numerose opere sono posizionate perfettamente in una sequenza ordinata, a volte in ordine di grandezza, a volte secondo la loro provenienza o la loro funzione: l’allestimento delle sale ricorda spesso le inquadrature simmetriche dei film di Anderson, come ad esempio la scena nella quale viene rubato il quadro in The Grand Budapest Hotel.
Nella stanza dedicata agli oggetti che fungono da contenitori si possono ammirare opere di vario genere, che condividono la medesima funzione: dalla scatolina contenente un bicchiere che apparteneva a Napoleone al fodero della spada di Carlo Magno, dalla valigia militare di un principe coreano alla custodia di uno scettro. Le modalità di esposizione di questi oggetti, ordinati orizzontalmente o verticalmente in base alle loro caratteristiche e dimensioni sembrano meticolosamente studiate in modo tale da conferire un motivo estetico che caratterizza la vetrina nella sua totalità.

Il titolo della mostra si riferisce ad un oggetto esclusivo, al quale viene conferita particolare importanza, essendo l’unico ad avere il privilegio di essere esposto in una propria vetrina, isolata e situata al centro della mostra: si tratta della bara di un toporagno (Spitzmaus) di provenienza egizia e risalente al IV secolo ante Cristo. La scelta di dedicare una tale enfasi a questo particolare oggetto, rispecchia i criteri di selezione del regista: la maggior parte delle opere esposte nella mostra sono infatti oggetti particolari, anomali, sconosciuti al pubblico. La bara del toporagno ad esempio, era situata in un angolo di una vetrina dell’area dedicata all’arte egizia del museo, insieme a molti altri oggetti di maggiori dimensioni che attiravano l’attenzione del visitatore, lasciando il piccolo oggetto in secondo piano. Molti degli oggetti che caratterizzano la mostra, si trovavano infatti negli angoli più oscuri dei depositi dei vari musei viennesi: per la prima volta Anderson porta questi oggetti alla luce, conferendo loro una nuova aura.
Il fatto che non ci siano alcun tipo di didascalie o testi esplicativi sulle pareti della mostra, obbliga il visitatore ad aprire il piccolo catalogo fornito all’ingresso per scoprire la provenienza e la funzione dell’opera che ha catturato la sua attenzione. Questa procedura induce i visitatori e soprattutto i bambini a provare ad indovinare con la loro fantasia e le loro conoscenze, cosa sia quel determinato oggetto che li ha colpiti, per poi controllare nel catalogo. Questa procedura, che può sembrare infantile e ludica a prima vista, caratterizza in realtà molti dei visitatori: ognuno prova a indovinare l’epoca, la tipologia dell’oggetto ignoto o la sua funzione. Uno dei punti critici della mostra è sicuramente il sovraffollamento delle piccole stanze. Questo rende difficile osservare ogni opera nel dettaglio, ma forse non è questo l’obiettivo del regista, bensì quello di creare degli spazi unici, in cui l’occhio del visitatore non si dirige immediatamente sui singoli oggetti, ma si sofferma anche sulla loro simmetrica disposizione e accostamento nelle varie sale.
Un’altra critica che può essere fatta è la non-praticità del piccolo catalogo fornito: spesso le descrizioni non si trovano sulla stessa pagina dove gli oggetti vengono raffigurati e ordinati numericamente. Per questo, il visitatore è costretto a voltare pagina in continuazione fino a trovare la descrizione corrispondente al numero di un determinato oggetto. In aggiunta ai piccoli cataloghi, una soluzione migliore potrebbe essere quella di fornire schede plastificate di maggiore formato, con la raffigurazione e la descrizione di tutti gli oggetti presenti in ogni sala, in modo tale che il pubblico possa avere un accesso più veloce meno faticoso alle descrizioni delle immagini.
Nonostante le difficoltà che caratterizzano la presentazione di un gran numero d’oggetti differenti in uno spazio ridotto, Anderson e Malouf sono riusciti a raggruppare le opere in base a criteri estetici ed espositivi anticonvenzionali, proponendo soluzioni diverse in ogni sala, caratterizzate da strutture simmetriche e ordinate. Sebbene la scelta di far curare la mostra ad un regista di fama internazionale miri a coinvolgere il cosiddetto “pubblico di massa”, le innovative modalità espositive così come il valore degli oggetti esposti devono essere riconosciuti. Il risultato è sicuramente sorprendente, originale e accessibile a tutti.