Un sogno non è mai soltanto un sogno | Stanley Kubrick fotografo

La fotografia certamente mi fece compiere il primo passo verso il cinema. Per girare un film interamente da soli, come feci inizialmente io, si può non saperne molto di tutto il resto, però bisogna conoscere bene la fotografia.”
(- Stanley Kubrick)

E’ il 12 aprile 1945 e mentre  Harry S. Truman riempie gli scatoloni per trasferirsi nella men che meno Casa Bianca, un giovanissimo Stanley Kubrick immortala con la sua Rolleiflex un edicolante dallo sguardo affranto mentre rilegge, forse per la trecentesima volta, una delle head-line più famose di quegli anni: ‘’Roosevelt è morto’’.
Avere delle idee, uscire e fotografarle. E poi, inviarle ad una rivista. Per un Kubrick appena diciassettenne, ancora ignaro di diventare a breve uno dei più importanti registi, erano queste le fasi che attraversavano le sue fotografie; il tutto, accompagnato sempre da quel pizzico di fortuna che lo fece entrare, proprio grazie alla foto scattata all’edicolante, nello staff dei fotoreporter di Look – una delle riviste più importanti di quegli anni –  come il più giovane fotografo della rivista mai avuto.

Lolita, 2001: Odissea nello spazio, Arancia Meccanica sono solo alcuni dei capolavori per cui lasciò Look agli inizi degli anni Cinquanta per dedicarsi esclusivamente al suo lavoro di regista. Eppure, non si può dire davvero di conoscere Stanley Kubrick se non si conoscono le sue foto e la sua passione per la fotografia, iniziata da quando il padre gli regalò una macchina fotografica per i suoi tredici anni. Da quel giorno ne nacque un amore inarrestabile, tanto da lasciarsi alle spalle il sogno di diventare campione di scacchi o batterista jazz per dedicarsi unicamente a quelle già allora singolari fotografie che sviluppava in camera oscura con un amico.
Dal fotografo ufficiale del college a corsi di fotografia, dalla macchina fotografica alla macchina da presa. Ciò che non muta in Kubrick è il suo modo di raccontare la realtà in maniera così dettagliata, unica, visionaria e a tratti quotidianamente surreale. Ogni scatto non sembra raccontare una sola storia ma una scena di uno o più film che già svela un finale racchiuso dentro ognuno di noi. In modo acuto e geniale il giovane fotografo e regista poi, gioca con l’ambiguità delle cose e con la loro percezione, seguendo quella che è la sua dichiarata poetica: “Nessuno ama che le cose gli vengano spiegate; nessuno ama che gli venga spiegata la verità di ciò che sta avvenendo. E, cosa forse ancora più importante, nessuno sa veramente cosa sia reale o cosa stia davvero accadendo.”

Il talento risiede, con un solo sguardo, nell’immortalare la sua continua ricerca di perfezione come se solo nel dettaglio si potesse racchiudere la verità, l’epilogo o il vero inizio di ciò che creava la sua immaginazione e che proseguiva nei soggetti che aveva davanti. Le inquadrature sono sognanti, ironiche, quasi meticolose e taglienti: esprimono a tutti gli effetti la New York del dopoguerra, piena di contrasti e di sogni, di musica e di arte ma anche di miseria.
Da Rocky Graziano a Montgomery Clift, da Mondrian a famosi jazzisti, Kubrik ha fotografato anche i volti celebri di quel tempo, soffermandosi attentamente sui loro gesti, sulle loro sensazioni, sulle loro storie e abitudini ma anche sui loro costumi e sulla creatività che si respirava per le strade o nei locali notturni e nel metrò di New York.

Il desiderio era quello poi di creare delle nuove realtà a partire da quelle esistenti, catturandone e assorbendone il più possibile da ogni persona e da ogni scorcio per poi giocarci attraverso la luce, principio di quella che si può definire una vera e propria inquadratura cinematografica.
Kubrick affermerà che non sempre Look gli aveva assegnato soggetti interessanti, ma tra i passanti e alcuni dei volti che stimolarono la sua curiosità, riuscì ad intrappolare o a mettere in scena piccole storie mostrando la sua verità che non era altro per lui che il modo di sentire un qualcosa. Che sia da fotografo o da regista, come solo i bravi chirurgi della realtà sanno fare, ha dimostrato che ‘’un sogno non è mai soltanto un sogno”, come dice il Bill nell’onirico film Eyes Wide Shut.

Amanti nella metropolitana di New York, 1947