“Era tutta d’oro”: Venezia negli occhi di Lucio Fontana

«Penso che la materia sia importante per l’evoluzione dell’arte, ma bisogna che l’artista domini la materia, è l’elemento che serve all’artista per la sua nuova creazione, ma l’importante, la cosa più importante è l’Idea».

Così scriveva Lucio Fontana nel luglio 1961 all’artista Jef Verheyen, nei giorni dell’inaugurazione della mostra “Arte e Contemplazione” a Palazzo Grassi, dove espose per la prima volta undici delle opere facenti parte del ciclo delle Venezie. Il padre dello spazialismo concesse un titolo naturalistico alla serie di dipinti con cui volle omaggiare la bellezza della città lagunare, affidandone la rappresentazione sintetica a colori che spaziano dall’oro al bianco della pietra d’Istria, a trasparenze vitree al nero profondo della notte, a segni tracciati in una materia densa, spessa e a tratti luminescente, attraversata dagli inconfondibili tagli e buchi.
Queste visioni lagunari di lune argentee, raggi di sole che si specchiano nell’oro dei mosaici, onde del mare, vetri colorati, sono sintesi ma anche metafora delle magniloquenti e fiabesche costruzioni della Serenissima; non a caso il critico Michel Tapié, organizzando l’esposizione Newyorkese della serie alla galleria di Martha Jackson, parlò di “altissimo Barocco contemporaneo”.

Secondo il critico Luca Massimo Barbero, nella poetica di Fontana questa rappresentazione di una Venezia letteraria ed iconica oscilla costantemente fra sentimentalismo profondo ed ironia, spontaneità nel coglierne fugacemente le Impressioni più autentiche e ridondanza kitsch; lettura assolutamente condivisibile: Venezia è quella città in cui un raggio di sole può specchiarsi nel mare, specchiarsi nell’oro, specchiarsi nella storia, specchiarsi nell’arte, specchiarsi nella lente di centinaia di migliaia di obbiettivi, prima di ritornare al cielo.

Lucio Fontana, "Concetto spaziale, In piazza San Marco di notte con Teresita", 1961

Pierre Rouve nel suo saggio del 1963 spiega che nelle rappresentazioni di Fontana “l’intera città si sbarazza della consistenza materiale” per approdare “a quel che si vivrà”, muovendosi da una Venezia che deve ancora nascere alla “Venezia vissuta”, in accordo con la poetica già espressa nei vari Concetti Spaziali o Attese; se ne discosta invece abbandonandosi ad una voluttuosa e seducente enfasi poetica, che destò scandalo e attenzione nella critica: “il maestro dell’Informale che eseguiva un ciclo pittorico dedicato alla città di Venezia, suonava come una provocazione paradossale e anti-avanguardistica” (- L.M. Barbero)

La realtà dei luoghi viene riletta come sensazione corporea e pura Impressione, estraendosi dallo spazio e dal tempo; il Sole in piazza San Marco “testimonia del grado di evocazione rappresentativa di temi e luoghi ripresi nell’opera di Fontana, ma anche della sua volontà di tradurre la materia in luce, attraverso un colore e dei materiali – i frammenti di vetro colorato – che assumono una funzione trascendente dello stesso spazio rappresentato” (Tedeschi 2008), mentre “Concetto spaziale, In piazza San Marco di notte con Teresita” vede la  vernice nera riflettere la luce e scintillanti pietre colorate di vetro di Murano adagiate in una griglia architettonica di buchi neri che volevano evocare la sensazione della piazza di notte da punti di vista diversi. Unico nel ciclo, il titolo di questo lavoro include il nome della moglie Teresita, testimoniandone il valore evocativo e personale.
Fontana suggerisce la piena consonanza fra la città e la stessa materia di cui è composta, proponendoci racconto che non è più aneddotico o realistico, ma è piuttosto un episodio interiore, una rilettura intima di Venezia in cui “tutto quello che sarà si annuncia” (Rouve 1963).

Lucio Fontana, "Concetto spaziale, Il cielo di Venezia", 1961, 
Milano, Fondazione Lucio Fontana.
Lucio Fontana, "Concetto spaziale, Il cielo di Venezia", 1961, Milano, Fondazione Lucio Fontana.
Lucio Fontana, "Venice was all gold", 1961, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid
Lucio Fontana, "Venice was all gold", 1961, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid