Riflessione, dialogo, intima ricerca: la fotografia secondo Tommaso Mori

Classe 1988, Modena. Diplomato in Fotografia presso il C.F.P. Bauer di Milano, ha partecipato a mostre sia in Italia che all’estero tra cui BJCEM Mediterranea 17, Fabbrica del Vapore, Milano; Onward Compé 16, Project Basho, Philadelphia; Festival Circulations 2015, Parigi; UNSEEN Photo Fair 2014, Amsterdam. Le sue opere fanno parte della collezione del Museo di Fotografia Contemporanea di Milano.

Si è conclusa da poco la mostra collettiva “ABITANTI. Sette sguardi sull’Italia di oggi” alla Triennale di Milano, frutto del bando 999. Una collezione di domande sull’abitare contemporaneo che ha visto protagonista anche il tuo progetto R-Nord. Un tema complesso che esprime un’urgenza di relazione, dialogo e riflessione. In che modo hai interrogato il mezzo fotografico ai fini di questo progetto e cosa ti ha lasciato a livello personale?

La fotografia per me è un comportamento. Il mezzo fotografico produce certamente immagini, ma prima di tutto azioni. Mi interessa capire quali azioni individuali e collettive possa generare.
Il ritratto per me è una pratica privilegiata con cui è possibile effettuare un’azione di scambio con una persona e, nel tempo, con una comunità più allargata. “R-Nord” è nato come una sfida. È un progetto di fotografia partecipata realizzato nell’omonimo palazzo brutalista di Modena, ribattezzato dagli anni Settanta “Hotel Eroina” per il degrado. Negli ultimi dieci anni il luogo ha vissuto un processo di riqualificazione ancora in atto: accanto ad una popolazione marginalizzata si è affiancato un nucleo di persone non residenti e legate ad attività produttive. Nello stesso luogo convivono persone che per sopravvivere devono affidarsi alle donazioni di cibo della Croce Rossa, presenza stabile nell’edificio, accanto a una start up di successo con un fatturato da milioni euro.
Mi sono quindi chiesto se la fotografia come mezzo di scambio potesse funzionare in un contesto così complesso, con più di otto lingue parlate e realtà estremamente differenti tra loro. Non solo: si è trattato di un progetto organizzato nel corso di 6 mesi ma fisicamente prodotto nel corso di un solo pomeriggio. “R-Nord” è quindi stata una grande scommessa sia personale che di tutte le realtà che mi hanno supportato nel realizzarlo, a partire dal Museo di Fotografia Contemporanea e La Triennale di Milano.
Personalmente ho riscontrato che la fotografia può essere impiegata come mezzo per attivare dei momenti positivi di comunità che altrimenti non esisterebbero. Non solo grazie alla fotografia è stato possibile creare un momento di contatto tra le comunità del palazzo stesso, ma anche tra il palazzo ed il quartiere, due realtà spesso in tensione. A livello personale mi rimane una grande soddisfazione: indipendentemente dal progetto fotografico a cui sono affezionato, sono particolarmente contento di essere riuscito a offrire una festa di quartiere con tantissime attività gratuite per tutti. Alla festa hanno partecipato centinaia di persone, e questo è solo grazie al lavoro svolto da tutte le attività presenti nell’edificio che hanno dimostrato che R-Nord è ogni giorno un luogo di persone che si impegnano per il cambiamento.

Tommaso Mori, R-Nord, La Triennale di Milano

Nei tuoi lavori appare la tecnica del blueprint. Come sei approdato ad essa?

Sette anni fa, quando ho iniziato a realizzare progetti d’arte, i miei lavori erano virtuali o proiezioni. All’epoca mi interessava capire cosa potesse fare la fotografia una volta rimossa la sua componente fisica e palpabile. Realizzavo progetti partecipati ed in tempo reale: anche in quel caso coinvolgevo grandi numeri di persone per tempi brevissimi, anche solo un’ora, chiedendo alle persone di interagire con me.
La fotografia era uno spazio d’azione e di improvvisazione. Dopo diversi progetti iniziai a sentire la curiosità di capire come si relazionassero le persone agli oggetti fisici prodotti dalla fotografia, come stampe e installazioni. Ho notato che molte persone hanno un rapporto quasi sacro con le stampe, tanto che non devono essere toccate ed osservate solo in particolari condizioni e magari ad una certa distanza.
Sono arrivato alla cianotipia perché sentivo il bisogno di poter realizzare oggetti che potessero essere toccati, rovinati, scambiati. Ho sentito la necessità di ritornare ad avere una folla attorno, ma questa volta con più strumenti. La cianotipia è per me uno strumento ottimo: è semplice, veloce, accetta tutti e perdona gli errori. Inoltre, permette di recuperare quella piccola meraviglia dello svelamento dell’immagine che molte persone non hanno mai vissuto, dando un punto d’ingresso affettuoso all’arte.

La macchina fotografica non è mai l’unico mezzo per poter decifrare i tuoi lavori, ricchi di diversi linguaggi e approcci che fanno da scheletro ad una ricerca intima, personale e intensa. C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che era questa la strada giusta per esprimere questa ricerca?

Ho iniziato a sperimentare con la fotografia alle superiori: da anni mi interessavo al disegno, alla grafica e alla programmazione. La fotografia si aggiunse senza pretese, ma nel tempo diventò il mio strumento preferito: all’epoca ero una persona molto più irrequieta e apprezzavo l’immediatezza del mezzo.
Ho capito che la fotografia per me era fondante realizzando Simone di Cirene.  Fa un po’ sorridere, perché in realtà scattavo fotografie da quasi un decennio e avevo appena finito un biennio di studi di fotografia presso il C.F.P. Bauer. Il mio rapporto con la fotografia non era quindi qualcosa che prendevo alla leggera, sapevo che per me era la strada. Tuttavia, Simone di Cirene rappresenta un momento di abbandono totale alla fotografia. Smisi di cercare di controllare la fotografia e per la prima volta mi arresi totalmente ad essa. Realizzare quel progetto è stato un momento personale ed artistico di grande trasformazione, in cui ho capito che la fotografia non era più qualcosa che facevo ma qualcosa che faceva parte di me e di cui facevo parte a sua volta.

Tommaso Mori, Simone di Cirene

Nei tuoi progetti confluiscono la preghiera, come in Prayer Flag; la fede, come in Simone di Cirene. Che ruolo ha la religione per te e in che modo influisce nei tuoi lavori?

Sono cresciuto in un ambiente fortemente cattolico che successivamente ho rifiutato con forza. Nonostante ciò, diversi aspetti del cattolicesimo rimangono all’interno dei miei lavori. Alcuni sono macroscopici: l’iconografia cristiana all’interno di Simone di Cirene e People on the Cross, così come la presenza della preghiera all’interno di Prayer Flag. La fotografia mi ha fornito un luogo sicuro in cui potermi confrontare a distanza di molti anni con un passato a volte spinoso che non avevo ancora metabolizzato del tutto. Altri aspetti sono più sottili: alcuni progetti, come Prayer Flag e soprattutto Qoelet, nascono per deperire. Nella cultura cattolica il tempo di vita è un soffio, ed è solo grazie al decadimento che la vita acquista significato.
Simone di Cirene e Vulnera implicano l’uso del corpo, del sangue e della luce, materiali fondanti del cristianesimo. Infine, Strata e R-Nord stessi per quanto privi di riferimenti iconografici, portano in sé degli ideali di condivisione e di vicinanza al prossimo che difficilmente avrei se non fossi cresciuto in un determinato ambiente. Non sono più credente da molto tempo, ma nel tempo ho capito che è inutile fuggire dalle proprie radici: più che scappare da sé stessi ha più senso accettarsi, anche a costo di sentirsi spaesati.

Tommaso Mori, Player flag, 2017
Tommaso Mori, Player flag, 2017
Tommaso Mori, People on the Cross

In Strata parli di fotografia partecipativa. Quanto per te è importante il ruolo di immagine come ‘’attivatrice di azioni’’ nel mondo d’oggi?

È fondamentale. Oltre alla fotografia mi occupo di comunicazione, e da sempre il mio focus è sulla pragmatica. Il linguaggio per me ha come scopo la generazione di azioni nel ricevente. In questo momento storico la pragmatica sta vivendo un momento di successo, ma purtroppo con fini orrendi. Il linguaggio viene utilizzato con successo da movimenti d’odio per muovere azioni che limitino i diritti delle persone meno ricche, straniere, non eterosessuali, di religioni non cristiana ed in generale percepite come diverse. È un uso meschino del linguaggio. Da persona che si occupa di arte, fotografia e comunicazione sento la necessità personale di usare il linguaggio il più possibile con fini positivi, generando azioni che spingano all’unità, all’inclusione e alla resistenza contro questa deriva.

Tommaso Mori, Strata A
Tommaso Mori, Strata G

Mi ha colpito molto Vulnera, progetto attualmente in corso. Parli di atto di fede nei confronti del prossimo, attraverso un processo che trasforma il sangue in luce. Puoi dirci qualcosa in più?

Vulnera è un progetto in corso in cui genero luce a partire da una goccia di sangue, e tramite questa fonte luminosa creo immagini fotografiche. Chiedo a persone che non conosco di collaborare con me e di raccontarmi la propria storia, con le sue difficoltà. Al termine della conversazione chiedo alle persone di donarmi una goccia di sangue, con cui genero luce, creo un’immagine fotografica e di cui dono una stampa alla persona. Ultimamente mi sono interrogato sulla vulnerabilità. Credo che essere vulnerabili sia il punto di partenza per effettuare uno scambio sincero tra persone.

Ritengo che uno dei modi per cogliere il lavoro personale di un fotografo sia porre un interrogativo forse banale, ma mai scontato. Cos’è per te la fotografia?

La fotografia è uno degli strumenti con cui si può creare significato esistenziale per sé e per gli altri. Francamente da un po’ di tempo ho smesso di considerarmi un fotografo. La mia vita è piena di fotografie, ma spesso manca di significato. Sto cercando di diventare un produttore di significato, e di incorporare la fotografia dentro questo. Credo quindi che la fotografia sia per me come gli affetti, la famiglia e tutto ciò che è caro e richiede cura quotidiana. La vulnerabilità è un’attitudine attualmente politicamente osteggiata: viene confusa con la debolezza, quando in realtà consiste proprio nella capacità di sopportare il dolore proprio ed altrui, trasformandolo in qualcosa di luminoso.

Tommaso Mori, Vulnera 4
Tommaso Mori, Vulnera 8
Tommaso Mori, Vulnera 8