Territori da esplorare. La fotografia di Thomas Hoepker

“Non sono un artista, sono un creatore di immagini.’’ Così Thomas Hoepker, fotografo tedesco e membro di Magnum Photos, ama definirsi. Eppure, a primo sguardo, le sue fotografie sembrano dei veri e propri quadri. Dopo aver lasciato i suoi studi nel 1960 a Monaco, in Archeologia e Storia dell’Arte, comprende che l’hobby che lo aveva portato a sviluppare le foto in cucina o nel bagno e a realizzare ritratti ai suoi professori del liceo per poi rivenderli, significava qualcosa di più e ne fa una professione.

Intraprendente e coerente, vivace ed acuta. La sua vita professionale ed artistica non ha avuto mai dubbi ed incertezze: ha sempre voluto diventare un fotogiornalista. Ma a differenza di molti suoi colleghi, durante la sua carriera non ha solo fotografo ma anche impaginato e intrapreso progetti visivi ed editoriali dimostrando, in modo inedito, che nel giornalismo fotografico il fotografo e il photo editor possono lavorare sinergicamente.
Dai ritratti di Muhammad Ali alla documentazione di numerose storie e vicende storiche in tutto il mondo, dalle riviste al lavoro da cameramen. Ad accumunare il suo percorso l’idea di selezionare la storia da raccontare, qualsiasi essa sia, e perseguirla senza paura e con discrezione lasciandosi sorprendere e sorprendendo.

Le sue fotografie incantano, stupiscono e spingono la nostra mente oltre il labile confine tra reale ed ideale. Attraverso il colore Hoepker ci restituisce la forma immaginaria e allo stesso tempo estremamente vivida delle cose che ci circondano e che, appartenendo al mondo, appartengono inevitabilmente anche a noi stessi nonostante la distanza e il tempo.
La sua è una documentazione ricca e autentica, è testimonianza sincera e mai banale; un modo di intendere il reportage spoglio di ogni sovrastruttura e calcolo, bensì pensato come un viaggio della visione che racconta gli infiniti chilometri percorsi, come dice egli stesso, per ‘’conoscere un Paese semplicemente per quel che era – solo per vedere come erano le cose, come era la gente.’’
Erano gli anni del dopoguerra. Anni pieni di luci ed ombre, nei quali si incastrava perfettamente la voglia di ricostruire e ricostruirsi, la quale spesso però agiva noncurante dell’altro lato della medaglia, fatto di povertà e miseria. Nessun paese meglio dell’America di quegli anni rappresentò questi contrasti, raccontati con straordinaria schiettezza da fotografi dal calibro di Robert Frank e William Klein.
L’America degli anni ’60 e soprattutto New York – fino ai giorni nostri – è una città fatta di dramma ed eccitazione, grandi sogni e cambiamenti continui e Thomas Hoepker è stato abile nel coglierne la complessità in modo imparziale. La sua ricerca, professionale e dinamica, nasce dal profondo desiderio di indagare l’ampio spettro della condizione umana, coglierla con la sua Leica in tutte le sue sfumature dove gioia e dolore, quotidianità e misticismo si intersecano e si inseriscono in un lasso di tempo che diventa eterno.  Il fascino del suo lavoro ci colpisce per la semplicità con cui gli incastri compositivi, sapienti e misteriosi, si stagliano in un pattern fatto di colori densi. L’immagine, perfettamente definita nelle coordinate dello spazio prima mentale e poi fisico scelto dal fotografo, diventa così una creazione. Prima la curiosità e poi, il metodo. Thomas pensa alla fotografia come un architetto, pensa alla sua prima costruzione, ma lo fa con spontaneità e senza nascondere di creare una vera e propria storia fotografica così come si sviluppa un film, col fine di raggiungere un equilibrio dove non sono ammesse mancanze ma solo continue tensioni tra il togliere e l’aggiungere. Volti, immagini e paesaggi sono così definiti dalla sottile alternanza di chiari e scuri inseriti in quello che si può definire il ‘’momento giusto’’.

Questo straordinario fotografo ci insegna che esisterà sempre una storia da raccontare, e anche se è pur vero che non è da tutti saperla rendere attraverso la fotografia, esisterà sempre un mezzo con il quale è possibile documentarla e tramandarla. L’importante, secondo lui, è non perdere mai quella curiosità perché in fondo, ‘’il fotogiornalismo consiste semplicemente nell’essere curiosi, uscire e vedere quel che succede’’.