Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio | Mostra a Conegliano

Nella Venezia che si apre, all’alba del Novecento, alle novità della pittura d’oltralpe, Teodoro Wolf Ferrari è uno degli artisti più sensibili alle influenze mitteleuropee e uno dei più attenti a sublimare tali influenze in una visione moderna della tradizione paesaggistica veneta. Figlio del pittore tedesco August Wolf e della veneziana Emilia Ferrari, fratello del compositore Ermanno, Teodoro, nato il 29 giugno 1879, si forma all’Accademia di Venezia sotto la guida dei vedutisti tardo-ottocenteschi Guglielmo Ciardi e Pietro Fragiacomo. Appena diciottenne si reca a Monaco di Baviera, dove soggiorna per qualche anno completando la propria formazione e studiando da vicino i più moderni movimenti artistici europei. Tornato nella città natale, è tra gli artisti veneti che possono vantare un aggiornamento alle spinte avanguardiste che le prime esposizioni di Ca’ Pesaro cercavano di intercettare e, a fianco di nomi illustri come quelli di Felice Casorati e Vittorio Zecchin, figura come uno dei protagonisti indiscussi di quella stagione pittorica.

Palazzo Sarcinelli ospita una nuova puntata del ciclo di progetti espositivi, inaugurato nel 2014 con “Un Cinquecento inquieto”, dedicato alla storia della pittura veneta, spostando lo sguardo avanti di qualche secolo per catturare una personalità certamente meno nota al grande pubblico rispetto ai Maestri del Quattrocento e Cinquecento protagonisti delle precedenti mostre, ma nondimeno capace di incarnare un momento di rivoluzione nell’arte regionale. Una sessantina le opere esposte, in un percorso monografico che non vuole rappresentare in toto la vicenda artistica di Wolf Ferrari, ma delineare un fil rouge all’interno di essa, ovvero la serrata ricerca sperimentale condotta all’interno di un genere, quello della pittura di paesaggio, individuato come fondamentale per l’incontro tra tradizione e modernità.

Teodoro Wolf Ferrari - L'isola misterosa (1917)
Teodoro Wolf Ferrari - L'isola misterosa (1917)
Mario De Maria - Il mulino del Diavolo a Lilienthal (1901)
Mario De Maria - Il mulino del Diavolo a Lilienthal (1901)

Il “viaggio” di Teodoro Wolf Ferrari raccontato a Palazzo Sarcinelli non inizia quindi, come ci si aspetterebbe, da Venezia, ma da Monaco, dove il giovane pittore ha la prima vera occasione di rileggere quanto aveva appreso fino ad allora della pittura di paesaggio attraverso la lezione di un Maestro contemporaneo riconosciuto a livello internazionale: Arnold Böcklin. Esattamente dieci anni prima di Giorgio De Chirico, pure lui giunto all’Accademia di Monaco appena diciottenne, anche Wolf Ferrari vede la propria concezione della pittura sconvolta da un’infatuazione per il grande simbolista svizzero, in particolare per il classico böckliniano de L’isola dei morti, le cui cinque versioni dovevano rappresentare, per un giovane avvicinatosi alla pittura di fine secolo, un fondamentale testo di studio. Esposto in mostra è il celebre L’isola misteriosa, esempio maturo della capacità del pittore veneziano di omaggiare il capolavoro del Maestro senza rimanerne soggiogato, utilizzandone anzi l’iconografia in un tramonto acceso e sanguigno più vicino alla vivacità coloristica della coeva pittura francese che alle atmosfere plumbee del Simbolismo teutonico.

Teodoro Wolf Ferrari - Paesaggio notturno (1908)
Teodoro Wolf Ferrari - Paesaggio notturno (1908)
Teodoro Wolf Ferrari - Il cipresso e le rose (1919)
Teodoro Wolf Ferrari - Il cipresso e le rose (1919)

Nei dipinti di Wolf Ferrari del primo decennio del secolo non mancano quelle atmosfere oscure che erano marchio di fabbrica del Simbolismo più decadente, e infatti la mostra di Palazzo Sarcinelli dedica un’intera sezione ad una serie di opere, notturni e mari in tempesta, dominati da una tavolozza cupa e tendente al monocromo. Si inserisce, a questo punto nel percorso espositivo, il pittore bolognese Mario de Maria, artista molto influente nella Venezia del passaggio tra i due secoli, soprattutto tra i simbolisti. Eccezionale interprete della pittura di paesaggio, brillante studioso dell’arte rinascimentale e attento alle novità dell’arte mitteleuropea, De Maria fu soprannominato dall’amico D’annunzio “Pittore delle Lune” per la particolare tecnica con cui realizzava notturni e crepuscoli bagnati da una luce argentea. Wolf Ferrari subisce il fascino di queste opere, come ben dimostrano in mostra Paesaggio notturno e Notte, infondendo i soggetti chiaramente ispirati alla visione böckliniana dell’antico di un’aura spettrale e magica vicina all’attività matura di De Maria.

Con il pittore ormai inserito nel fertile crocevia di sperimentatori di Ca’ Pesaro, nel percorso delineato fino ad ora manca, dopo la Germania e la Francia, un’ultima e fondamentale tessera del mosaico dell’avanguardia pittorica europea: l’Austria. Il decorativismo secessionista della Vienna di Klimt viene inteso in differenti modi nell’Italia del primo decennio del Novecento, dalla sintesi estrema che Vittorio Zecchin realizza nei suoi celebri pannelli decorativi ad un preziosismo del colore che non nega del tutto il naturalismo della pittura di paesaggio, approccio questo perseguito da Wolf Ferrari in opere come Betulle e glicini. La sezione più evocativa della mostra da proprio sfoggio alle cascate cromatiche di matrice klimtiana che il pittore realizza nel secondo decennio del secolo, di ritorno dal periodo di allontanamento forzato imposto dalla guerra.

Teodoro Wolf Ferrari - Betulle e glicini (1919)
Teodoro Wolf Ferrari - Sera di settembre (1930)
Teodoro Wolf Ferrari - Sera di settembre (1930)

Il viaggio di Teodoro Wolf Ferrari si conclude nella tranquillità dei colli trevigiani, dove decide di trascorrere gli ultimi anni di vita: una fase certamente dimessa rispetto al periodo delle grandi capitali europee, ma coerente, negli esiti formali, con la ricerca portata avanti fino a quel momento. Sono gli anni del neovedutismo dei giovani pittori di Palazzo Carminati, gruppo erede delle teorie post-impressioniste che Nino Barbantini promuoveva a Ca’ Pesaro all’inizio del secolo, stile a cui Wolf Ferrari si avvicina naturalmente, quasi fosse l’approdo da sempre cercato: quello dove modernità e tradizione finalmente esistono come un fatto unico e indivisibile.

Teodoro Wolf Ferrari. La modernità del paesaggio rimarrà aperta al pubblico fino al 24 giugno 2018.

  • Foto di Fabio Zanchetta