Storia di uno scemo ad Artefiera

A Bologna ha da poco smesso di nevicare e quasi tutti fumano, in entrata ad  Artefiera, mentre il grigiore del mattino si fa più rumoroso alle casse.

Finalmente la trovo: ​cassa numero​ ​uno​; e subito accanto, bianco su rosso, una  parolina magica: accrediti. Mi sento subito speciale, perché non c’è nessuno davanti a  me in questa corsia privilegiata. “Alfieri,” dico con una certa audacia alla signora oltre  il vetro. Ma tutto quello che ricevo in cambio è un’espressione scialba e una busta  con il mio nome sopra, scritto a matita. Non ci metto molto ad accorgermi che esiste  anche una cassa VIP. “Forse è lì che ci si sente veramente speciali,” penso.

Una ragazza con in mano un sacchetto dell’Eurospin – presumo pieno di pane e  affettati in vaschetta – sta litigando con il bigliettaro ai tornelli. Mi chiedo se sia il  sacchetto la causa del litigio, anche perché nel mio zaino sono nascosti 150 grammi di  maccheroni fritti e non ho la minima intenzione di abbandonarli per assecondare le  politiche legate all’introduzione di cibi in fiera. In effetti, saziarmi svaccato sulla  moquette blu della sala di benvenuto si rivela una delle esperienze più sorprendenti  della mia vita, quasi quanto l’odore acre che mi assale poco dopo ai guardaroba – un  sofisticato mix di piedi e sudore caldo di giubbotto – prima di accedere al padiglione  25.

Da subito mi rendo conto che non si chiama “fiera d’arte contemporanea” un luogo  privo di installazioni concettuali di neon colorati. Una di queste recita in rosa: ​Quod  cupio mecum est | What I desire, I have​. Credo sia Ovidio. Mai studiato latino, sia  chiaro, ho controllato su internet. Ma è solo davanti ad un coso grande – fatto di  qualcosa che vorrei toccare, come gommoso, e nero e strano, un turbine di cani e  sedie intorcolati – che si risveglia in me la più ferma delle convinzioni: non so cosa ci  faccio qui, dove tutto è un fremito di passi e vociare, dove regna una confusione  ordinata, gestita silenziosamente da qualcosa che non riesco a capire e che quindi  chiamo “​business​”. Dopo tutto sono in mezzo ad un mercato, non troppo diverso da quello del pesce o  dell’ultima domenica del mese, solo che qui si vende arte. Ma io che ne capisco di arte?

Paolo Grassino, Tumulto [foto by Twenty Cent©]
Gianni D'Urso, "Esercizio N°13" [foto by Twenty Cent©]

Di cosa vale la pena comprare, o contemplare? Non credo ci sia quella dinamica  elitaria che contraddistingue certi ambienti o settori, ma forse, per godere appieno di  un evento simile, devi capirci qualcosa di tutto questo; devi sapere che in ​quella galleria espone ​quell’artista​, per dire. Che fare allora? Tutto quello che ho a  disposizione sono due occhi e tanta voglia che il tempo passi. Decido per la più  banale delle opzioni: concentrarmi su ciò che mi fa sorridere.

Pratone Chaise Lounge Gufram
[from Toiletpaper©]
Pratone Chaise Lounge Gufram [from Toiletpaper©]
Cactus Gufram 
[from Toiletpaper©]
Cactus Gufram [from Toiletpaper©]

Un tizio dice all’amico che quelli che hanno davanti sono il Pratone e il Cactus della  Gufram, pezzi di design molto apprezzati dal signor Cattelan (gloria eterna al suo  profilo Instagram), ma io mi distraggo nel vedere ​l’impavida​ che sfreccia sul suo  monopattino elettrico lungo il corridoio alle mie spalle. Trovo la cosa un tantino  ingiusta. Insomma, perché il monopattino elettrico sì e gli zaini no ? E se la signora  avesse perso il controllo del veicolo – di certo a propulsione elettrica, ma pur sempre  un veicolo – e fosse finita addosso ai benedetti Cactus e Pratone Gufram ? Uno non  perde mica il controllo di uno zaino. Va bene che le due cose non sono per niente  comparabili – nello zaino ci puoi nascondere chissà cosa – ma l’ho presa sul personale  ormai e decido di seguire ​l’impavida​ fino ad uno stand al buio.   Premetto che evito il conflitto per natura, ma una volta davanti alle tre opere  luminose di Carlo Bernardini le sgancio un peto silenzioso e letale sotto al naso,  prima di proseguire con indifferenza.

Mi viene da ridere quando un gallerista mi lancia un amo a cui non posso abboccare,  anche se mi sarebbe piaciuto, perché le quattro fotografie estratte dal ​reportage​ di  Hélène Veilleux in Corea del Nord – secondo il mio modesto parere – sono tra le più  belle dell’intera fiera. Di una sensibilità toccante e spaventosa.

Durante il mio giro scopro gli ovali di Turi Simeti, e i colori di Valerio Adami, e i  SUPERSYMMETRIC PARTNER​ di Luca Pozzi, e pian piano mi sento sempre più  a mio agio tra le facce che vanno avanti e indietro con ​passo da shopping​ nel marasma  dei padiglioni. Intanto due ragazze in posa di fronte all’ennesimo neon concettuale si  preparano al ​selfie​. “#Instapic, #Artefiera,” penso con leggerezza e presunzione  mentre le osservo nell’intento. Ma quando si accorgono di me si imbarazzano e  lasciano perdere.

Joseph Kosuth, Maxima Proposito (Ovidio)

In qualche modo riesco ad intrufolarmi nell’area VIP (che si raggiunge con delle scale  mobili poste nel passante che collega il padiglione 25 al 26). Fondamentalmente è un  loft con divanetti kitsch e diverse piante che mascherano l’attitudine industriale della  stanza. Ci sono dei camerieri, se così si possono chiamare, che preparano vassoi di  cibo con una svogliatezza che mi ricorda le dinamiche di un Autogrill. Me la tiro e  prendo una Cola in lattina. Quattro euro.   Trovo un divanetto libero, mi siedo, poco dopo mi sfila davanti un tizio assurdo con  dei pantaloni gialli, doppiopetto blu, maglietta rossa e Hogan nere nuove di pacca  che scricchiolano rumorosamente ad ogni suo passo: un’opera d’arte sonora in  movimento. Mi chiedo quale sia il prezzo.

Non so spiegare cosa provo davanti a tre tele di Fontana, un profano come me crede  che dei tagli su una superficie colorata non siano niente di speciale, eppure ti arrivano  dritte come pugni alla gola. Poi penso ad Aldo, Giovanni & Giacomo: “ Va’, tre  sbreghe gli han’ fatto! […] Poi mi indigno, li fanno entrare coi taglierini e nessuno fa  niente.” Rido.
Allora una signora occhialuta mi fa: “Ti fa ridere Fontana?”
E io per scherzare: “Chi è Fontana?”
Non credo esista gesto più drammatico dello “​sfilarsi lentamente gli occhiali​” per la  signora. “Mica fai sul serio?” Dice infine, prima di slacciarsi in una risatina isterica e  allontanarsi con passo altezzoso.

Lucio Fontana, Concetto Spaziale [foto by Twenty Cent©]

Alla fine del mio giro per i due padiglioni, mentre mi affretto per tornare ai  guardaroba, rifletto sul fatto che forse è il caso di sfatare questo luogo comune che  qualsiasi cosa ​possa essere spacciata per arte contemporanea. Ci vuole un certo tipo  di carisma – oltre che tecnica, pazienza, fatica, sensibilità e, a volte, anche del genio –  per dar vita a quadri, ad esempio, come quelli di Giorgio Tentolini (fatelo voi un  ritratto con una rete di metallo), o per creare installazioni del calibro di ​Etimologia ​di  David Reimondo. Ne sono convinto ormai, proprio convinto… fin quando uno  skateboard che spunta da un ammasso di terriccio appare come una visione dal  fondo di uno stand. Com’è che non l’ho visto prima ? Da dove è uscito ? Non  capisco nemmeno se è un’opera. Cosa ci fa qui ? Ed ecco che sono punto e a capo,  alla fine della giornata.

Al parcheggio sento il telefono che vibra in tasca. Qualcuno mi scrive: “E allora?
Com’è andata a ‘sta fiera? Che hai visto di bello?”
Ci penso ancora un po’ prima di digitare: “Le persone.”