“SOLILOQUY” di SAM TAYLOR-JOHNSON

Sam Taylor Johnson (Londra, 1967), in origine Taylor- Wood, nasce inizialmente come scultrice per poi passare al medium fotografico e cinematografico dagli anni ’90 in poi. Il centro della sua riflessione si muove sulla spaccatura tra essere e apparire in situazioni in cui la linea tra il senso interiore ed esteriore è labile; proprio per la complessità del suo lavoro si è dunque deciso di porre un piccolo focus solamente su una delle sue serie fotografiche: Soliloquy (1998-2001).
Il titolo della serie deriva dal vocabolario shakespeariano in cui l’attore espone ad alta voce ciò che pensa per poi tornare alla recitazione dell’opera; questa dimensione di distacco in cui una persona può estraniarsi e vedere le sue sensazioni grazie a un occhio interno è ciò a cui l’artista mira cercando di fare emergere particolari folli, onirici e scandalosi delle persone.

L’impostazione formale della serie, complessivamente formata da otto fotografie, rimanda alla pittura antica, da Simone Martini a Beato Angelico, da Paolo Uccello ad Andrea Mantegna, utilizzando come modello le loro pale d’altare constanti in una parte principale in cui vi è raffigurata una scena divina con uno o pochi santi, e una predella in cui vi è rappresentata la vita terrena del santo. La dicotomia cielo-terra presente in queste pale vuole trasporsi in Soliloquy anche con un “diverso senso formale tra alto e basso, tra sublime e fisico, tra immateriale e materiale”: l’intento dell’artista è che i due registri dialoghino tra di loro e che vengano letti come un tutt’uno, come due poli facenti parte della stessa energia, tanto che spesso la figura nella parte superiore trasborda nella parte inferiore, come in Solilquy II.

Soliloquy II

In Soliloquy III è ravvisabile una forte somiglianza con la Venere di Tiziano, con Paolina Borghese di Canova, ma anche con l’Olympia di Manet in cui il soggetto rappresentato è consapevole della forte carica erotica che suscita, mentre nella predella, invece, la protagonista veste di rosso e guarda la scena orgiastica come se ne fosse estranea. Lo spazio utilizzato per la composizione è dato da un comune appartamento che contrappone la banalità dell’ubicazione alla forza carnale dei corpi.

Soliloquy III

Soliloquy IV esplica in maniera chiara a nitida tutta la poetica della serie in quanto incarna elementi fantasiosi e onirici mostrando una donna nuda dormiente nella parte superiore, mentre nella predella compaiono tre nani, un bambino e due gemelli che incarnano l’opposto della normalità. Qui l’artista mira a creare una logica fragile il cui esito doveva essere paradossale e labirintico in cui la donna, in preda a un sogno, stesse vedendo la scena della predella in cui lo spazio vuoto e le pose teatrali fossero collegate alla dimensione onirica della protagonista, creando quindi anche un cortocircuito a livello temporale. La creazione di una dimensione temporale altra e autonoma che faccia convivere passato e presente è una condizione necessaria per l’intera serie che si propone come un momento in cui il fantastico ne fa da protagonista e che invita lo spettatore a ragionare su come la condizione sognante possa essere esperita non solo durante il sonno, ma anche durante la veglia, mostrando il passaggio di diversi stati dell’esistenza (dal pieno al vuoto, dal maschile a femminile) che creano non tanto differenza, quanto totalità.

Soliloquy IV

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