Fotografia contemporanea: intervista a Silvia Bigi

Nel panorama della fotografia contemporanea emergono costantemente delle voci che vogliono mettere in luce e affrontare alcuni problemi. La protagonista di questo mese è la ravennate Silvia Bigi (1985). Facendo tesoro di esperienze all’estero, come il suo soggiorno a New York presso l’International Center of Photography, o come la residenza nella città croata di Dubrovink, l’artista si interroga costantemente su tematiche incentrate sul concetto di confine, di aggregazione e sul ruolo della donna nella società contemporanea.
Senza voler anticipare nulla, abbiamo voluto farle qualche domanda per comprendere meglio la sua opera.

Silvia Bigi © Angelo Palmieri

L’albero del latte (2017) mette in luce una tematica molto delicata come la condizione della donna. In una società dove la questione femminile sta diventando centrale e urgente, pensi che l’arte possa contribuire attivamente a un cambiamento di pensiero e di aumento di consapevolezza? L’ambiguità insita in L’albero del latte in che modo potrebbe riuscire a dipanare queste tensioni?

Esistono una lunga tradizione di femminismo e attivismo nell’arte. A differenza dei decenni passati, oggi le esperienze artistiche legate a questi temi appaiono disperse, poco coese, e spesso ostacolate dal sistema dell’arte che, in qualche modo, tende a etichettarle e a isolarle rispetto alle altre pratiche, a prescindere dal grado di innovazione e sperimentazione che portano con sè. Forse è per questo che la prospettiva femminile torna più che mai ad essere determinante, e che nuovi modelli sono necessari per ridefinire, rileggere, prendere coscienza del momento in cui ci troviamo.
Rientro ora dalla decima edizione del Festival Internazionale Organ Vida. L’albero del latte è stato incluso nella mostra “Engaged, active, aware: women’s perspective now” a cura di Marina Paulenka e Lea Vene presso il Museo di Arte Contemporanea di Zagabria. Questa esperienza mi ha fatto riflettere sull’importanza del lavoro all’interno di un quadro più ampio. L’albero del latte nasce a partire da un ritrovamento casuale: in un parco a pochi passi da casa ho raccolto un piccolo libro contenente immagini di tobelije, le vergini giurate balcaniche. Le vergini giurate erano donne che rinunciavano alla loro identità femminile e alla loro sessualità trasformandosi in uomini, per evitare un matrimonio combinato o per ricevere l’eredità di famiglia. Per quanto “esotica” e apparentemente lontana nel tempo, questa storia mi ha fatto riflettere sui sacrifici che ancora oggi noi donne siamo disposte a fare in nome di una maggiore libertà o di maggiore potere sociale. Quante sono ancora oggi obbligate a scegliere fra carriera e famiglia, fra i tempi biologici espressi dal corpo e i propri obiettivi? L’albero del latte è un tentativo di affrontare la questione andando in profondità, indagando tematiche connesse all’origine del sistema patriarcale, che definisce rigidamente l’identità di genere dando l’illusione di qualcosa di naturale: ma il genere non è qualcosa di naturale, è sempre una costruzione sociale. Credo che sia questo a distinguerlo da altri lavori sul tema. Il suo andare alle radici, senza tuttavia perdere la connessione con il presente.

Silvia Bigi, Vergine Giurata #1, dalla serie L'albero de latte, 2017

Guardando i tuoi lavori si può notare una costante, ovvero la concezione di aggregazione nonostante si parli di confini: si pensi a The line between you and me (2016) e Cicatrici (2018) in cui la ricerca di una storia, basandosi su cicatrici sulla pelle e non, diventa centrale. Come vivi la dimensione del confine-aggregazione?

Sono molto legata al concetto di reliance espresso da Edgar Morin. Per ‘relianza’ Morin intende quelle forze antitetiche di dispersione e aggregazione che sono le leggi stesse dell’universo. Se il tempo e lo spazio si comportano da forze separatrici, le forze di relianza si oppongono, cercando, attraverso una lotta, di evitare la dispersione, permettendo alla materia di organizzarsi e condensarsi. Di ritrovarsi. La vita – in tutte le sue forme – rappresenta una vittoria di relianza. In lavori come The line between you and me e Cicatrici cerco di raccontare questa dualità, di mostrare quanto le forze di separazione siano potenti. In The line between you and me parlo di confini relazionali e geopolitici, ponendo l’attenzione sul contatto con l’altro. Mentre in Cicatrici parto da una storia che coinvolge direttamente la mia famiglia, per poi approdare a un discorso più ampio sul senso di fragilità e precarietà dei nostri ricordi visivi. Il senso della vista è predominante nella nostra cultura ed è il principale filtro con cui conosciamo il mondo, e forse per questo la fotografia è uno strumento così efficace: mostra solo la superficie delle cose, ma la imprime come traccia. Il mio ruolo, in entrambi i lavori, è stato quello di ricongiungere qualcosa che si era perso, con un semplice atto di giustapposizione. Quindi in verità è il fruitore, con il suo sguardo, a terminare il lavoro, a percepire una nuova unità visiva attraverso il semplice atto del vedere.

Silvia Bigi, The line between you and me, 2016
Silvia Bigi, The line between you and me, 2016
Silvia Bigi, La storia raccontata dal fuoco, dalla serie Cicatrici, 2018

Geography of some eternal thing (2017) nasce come frutto di una residenza a Dubrovnik, al sud della Croazia. In questa esperienza hai voluto omaggiare la vita sotto diversi aspetti: dal seminare un campo ancora pieno di bombe, a usare il tuo sangue in contrapposizione al numeroso sangue versato una ventina d’anni fa durante la guerra in Jugoslavia. Alla fine, hai voluto separare, su una mappa, l’Italia dai Balcani rendendoli distanti. Come mai ti sei sentita così distante? In fondo, l’esperienza della guerra ha interessato in modo diretto anche il nostro Paese.

La residenza nei Balcani è stata una delle esperienze più forti che abbia mai vissuto. Sono partita da Dubrovnik e ho affrontato un viaggio in Bosnia che mi ha permesso di entrare a contatto con le vittime del conflitto della Ex-Jugoslavia. Le cicatrici in quei luoghi sono fisiche, ma soprattutto mentali. Tutte le azioni da me compiute nascono dalla volontà di espiare un senso di colpa che ho sempre avuto. All’epoca della guerra io ero solo una bambina, e come tutti assistevo ai notiziari: sapevo che si trattava di qualcosa di vicino, ma il filtro mediatico rendeva tutto estremamente distante. Ne ero spettatrice, eppure dall’altro lato dell’Adriatico accadeva qualcosa. La mappa è la rappresentazione visiva di uno stato interiore, quello di percepire un luogo come lontano a prescindere dalla reale distanza chilometrica. Il planisfero che noi tutti conosciamo sin dall’infanzia è una proiezione basata sull’eurocentrismo, la sua iconografia si basa su un semplice punto di vista: l’Europa al centro. Come possiamo definire un centro? In tal senso quest’opera è una provocazione, un tentativo di far riflettere sul modo in cui ci rapportiamo all’altro, soprattutto in caso di emergenze e conflitti. Basta osservare cosa sta accadendo proprio ora.
Le altre azioni compiute, come far germogliare un palazzo bombardato o di ‘guarire’ le ferite utilizzando una sostanza alchemica come l’oro, sono un tentativo di osservare come dalla morte possa nascere nuova vita, in un eterno ciclo. Da qui il titolo del lavoro, Geografia di alcune cose eterne.

Silvia Bigi, Geography of some eternal things, 2017
Silvia Bigi, Geography of some eternal things, 2017
Silvia Bigi, Geography of some eternal things, 2017
Silvia Bigi, Geography of some eternal things, 2017

Isola richiama molto le tematiche affrontate dalla geografia umana, in particolar modo sulla capacità dell’uomo di creare luoghi e, viceversa, sulla capacità del luogo di creare identità. Qual è il tuo rapporto con il luogo?

Sono convinta che la sinergia tra l’uomo e il luogo sia determinante e che questa si ridefinisca costantemente. Il luogo nutre l’identità individuale, l’identità (e la comunità) il luogo. La Romagna è la mia terra d’origine e per questo mi sono sempre impegnata a osservare in che modo le sue tradizioni abbiano forgiato chi sono, il mio sistema di valori e di pensieri. Sono estremamente affascinata dai rituali pagani che continuano a vivere nelle feste popolari, e soprattutto dai suoni aspri e sanguigni del dialetto romagnolo, che ho utilizzato nella stesura de “Il codice”, l’opera che conclude L’Albero del latte. Si tratta di un ricamo di più di tre metri che riporta leggi scritte da donna a donna, una sorta di possibile trasmissione segreta, di cui ho simulato un ritrovamento nelle colline romagnole. In Isola invece porto l’attenzione su una casa e su un piccolo villaggio che hanno impressi su di sé la storia del mio albero genealogico. I miei nonni, i “demiurghi” di quella piccola comunità familiare, oggi non ci sono più, e altri lo hanno abbandonato nel tempo. Tuttavia ho avuto l’impressione che nell’assenza fosse ancora più evidente la loro esistenza. Un po’ come se lasciassimo traccia di noi oltre i confini della materia. Questo mi ha condotta a riflettere sulla fotografia come traccia, come indice, e così ho deciso di lavorare sui contorni delle figure, come a evidenziarne una sorta di presenza al di là del contesto specifico. Credo che Isola sia un lavoro aperto, non ancora concluso. A volte torno e aggiungo un pezzetto.

Perché proprio il mezzo fotografico per rappresentare qualcosa in continuo mutamento e vitale?

Sento sempre l’urgenza di superare i confini dell’immagine fotografica, di andare oltre la sua bidimensionalità. Per questo spesso i miei lavori incrociano altre pratiche, in particolare video, suono, ma anche scultura e arte tessile. Eppure sento che attraverso lo strumento fotografico ho ancora tanto da dire e da esplorare. Forse proprio perché siamo di fronte a trasformazioni e mutamenti epocali, ma continuiamo a nasconderci, a fidarci di ciò che vediamo, a trovare un senso di stabilità nel vedere. Per me le immagini fotografiche sono come dei portali: possiamo scegliere di guardarne solo la superficie oppure sbirciare oltre, e vedere di più. La responsabilità è di chi sceglie cosa guardare.

Silvia Bigi, Isola, 2015
Silvia Bigi, Isola, 2015
Silvia Bigi, Il sangue e il latte, 2017, dalla serie L'albero del latte
Silvia Bigi, Il sangue e il latte, 2017, dalla serie L'albero del latte