Il “Salvator Mundi” di Leonardo | La vicenda del capolavoro da 450 milioni di dollari

La vicenda che vede come protagonista la tavola dipinta ad olio del “Salvator Mundi” attribuita a Leonardo da Vinci appare alquanto strana. L’opera è stata venduta all’asta da Christie’s il 15 novembre per oltre 450 milioni di dollari (compresi i diritti d’asta), sancendo così un nuovo record assoluto che ha scalzato i 179,4 milioni di dollari primeggiati dall’opera “Les femmes d’Alger” di Pablo Picasso, venduta nel maggio 2015.

Oltre che per il record assoluto d’asta, l’opera fa tutt’ora molto discutere per l’eccezionale attribuzione alla mano dell’Artista considerato genio assoluto del Rinascimento: Leonardo da Vinci.
Il Salvator Mundi è un olio su tavola (66×46 cm) databile al 1499, autenticata quale protagonista della mostra Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan, tenutasi nel 2011 alla National Gallery di Londra. Seguendo tale presunta datazione ci è facile pensare che Leonardo l’abbia realizzata alla corte sforzesca di Milano poco prima di doverla abbandonare, a causa della caduta del Moro. Il Cristo benedicente, reggente nella mano sinistra un globo, si staglia frontale su fondo scuro, allineandosi di fatto agli altri tre ritratti eseguiti dal Maestro durante il soggiorno milanese: il “Ritratto di musico”, la “Dama con l’ermellino” e la “Belle ferronière”. L’attribuzione leonardesca dovrebbe anche esserci testimoniata da alcuni studi, i più noti dei quali oggi conservati al Castello di Windsor. L’opera, all’epoca, era nota grazie a un’incisione di Wenceslaus Hollar eseguita intorno al 1650.

Il "Salvator Mundi" fotografato nel 1911 prima di una sommaria operazione di restauro

Nel catalogo della mostra inglese, Luca Syson (curatore dell’esposizione) ha ipotizzato che Leonardo avesse potuto realizzare il dipinto per la famiglia reale francese e che poi fosse stato portato in Inghilterra nel 1625 dalla regina Enrichetta Maria di Borbone sposa di Re Carlo I. Ciò che è certo è che è stato registrato nell’inventario della collezione reale. Dell’opera se ne persero poi le tracce dal 1763 al 1900, quando fu acquistato da Sir Charles Robinson come opera attribuita a Bernardino Luini, seguace di Leonardo. Il quadro ricomparve magicamente in una piccola vendita all’asta nel 1958 dove venne acquistato per 45 sterline. Poi scompare di nuovo di nuovo per 50 anni, fino al 2005, quando finalmente riaffiora nuovamente sul mercato.

L’attribuzione dell’opera ci è stata confermata anche dalla dottoressa Dianne Dwyer Modestini, impegnata nel 2007 nel restauro della stessa. Ulteriori conferme sono arrivate poco dopo dall’esperta dell’Università di Firenze Mina Gregori e Sir Nicholas Penny (allora alla National Gallery of Art, Washington DC, successivamente direttore della National Gallery di Londra). La paternità leonardesca è stata però messa in discussione, l’anno seguente, dalle analisi e studi condotti dagli esperti del Metropolitan Museum of Art: secondo la Brambach, infatti, il dipinto più che a Leonardo da Vinci sembra appartenere a qualche mano della sua bottega, in particolare Giovanni Boltraffio.
Un aspetto cruciale da tenere in considerazione se si vuole seguire tale via è il modus operandi con il quale le opere venivano realizzate all’interno delle botteghe degli artisti: pur essendo molto geloso e legato alla propria solitudine, anche Leonardo si avvaleva di collaboratori, ed è pertanto normale che i contributi diversi, per quanto armonizzati dal maestro, possano emergere.

Con il passare dei secoli, restauri e rifacimenti hanno totalmente mutato il dipinto, il cui aspetto originale ci è testimoniato da una fotografia del 1912, scattata poco prima del restauro. Forse l’intervento – probabilmente realizzato durante il Seicento – per l’aggiunta di baffi alla “gatto” e per la mascolinizzazione della capigliatura, puntava a rendere meno etereo il personaggio leonardesco, fornendogli una connotazione più maschile, in linea con i dettami ferrei della Controriforma.

Il dipinto del "Salvator Mundi" (1490 c.)

Maurizio Bernardelli Curuz afferma: “È significativo osservare quanto l’opera punti su due elementi, che sono perfettamente messi a fuoco e costituiscono la centralità semantica del dipinto che, a mio giudizio, si pone stilisticamente a un punto di incontro della pittura di Boltraffio con quella di Leonardo. Essi sono la mano benedicente e il globo di cristallo di rocca del Cielo, dell’Universo benigno, dello spirito superiore. L’artista potenziò invece lo sfumato del volto di Cristo per sfocarne lievemente l’immagine, – e non fu solo conseguenza di un’osservazione scientifica della naturale messa a fuoco degli occhi – con l’intenzione che lo spettatore rivolgesse ogni attenzione alla benignità del santo gesto, tutto estroflesso nei confronti degli uomini. È un Cristo sindonico, che appare come traccia straordinaria nell’opera. Un Cristo che somiglia molto a quello della Sindone; un Cristo che emerge dall’oscurità, come durante la Cena in Emmaus. Che si rivela, senza voler essere protagonista; che non chiede di essere osservato o adorato, ma che dona esclusivamente Bene al mondo, senza chiedere nulla, in cambio. Tutto si concentra sull’ossimoro di un’azione immota: donare con amore, per l’eternità, estinguendosi nell’amore stesso. La filosofia sottesa al dipinto è tutta leonardesca. Il segno appare duplice. Boltraffio e Leonardo”.

“E ora analizziamo l’abito – annota Maurizio Bernardelli Curuz – Nella parte superiore, poco sotto il collo appare il rubino. È un segno di amore; di fuoco. Una pietra utilizzata per il matrimonio. E indica un amore travolgente, persino passionale. Una perla ferma invece le due bande che indicano la croce. La perla stessa, simbolo della purezza femminile, sembra indicare, nell’insieme, il matrimonio con un’umanità che è donna e uomo, come Cristo è donna e uomo, in una dimensione spirituale”.

Dal punto di vista del mercato, la vendita all’asta del dipinto leonardesco è un caso del tutto eccezionale per una serie di insoliti motivi.

Anzitutto l’opera è stata messa all’asta in una serata dedica alla “Post-War Art” un contesto del tutto inusuale per un “vecchio maestro” come Leonardo, il tutto con la nutrita speranza di invogliare i collezionisti, affamati d’arte contemporanea, ad aggiudicarsi un capolavoro di questo calibro.
Tale speranza ha infatti segnato “un momento storico”, come disse lo stesso battitore d’asta quando uno dei potenziali acquirenti era intento a rilanciare i 300 milioni di dollari.

Una mossa azzeccata quella che vede un Leonardo affiancare la Pop Art di Warhol, soprattutto in un momento in cui i prezzi pagati all’asta per gli “Old Masters” iniziano a ritirarsi e a divenire sempre più contenuti. Ma il Salvador Mundi non è un semplice “pezzo” italiano d’arte moderna, è un Leonardo Da Vinci e nemmeno uno qualunque, ma l’ultimo rimasto tra le mani dei collezionisti privati.
La grande scommessa mirante il record d’asta per quest’opera non inizia però il 15 novembre ma ben prima con un’intesa quanto fortunata campagna marketing che ha visto il Salvador Mundi esposto tra Hong Kong, Londra, San Francisco e, infine, New York. È quindi nella Grande Mela che l’opera ha registrato ben due record: quello per la mostra pre-asta più visitata di sempre (ben oltre 30 mila visitatori) e quello annunciato dal “Sold!” che farà la storia.