Una rotonda sul mare: Santa Maria della Salute a Venezia

La città di Venezia è famosa in tutto il mondo per i suoi canali, gli scorci suggestivi e le sue opere d’arte, che, come in uno scrigno, vengono custodite in questo luogo unico, che attrae ogni anno migliaia di turisti (purtroppo o per fortuna? Ad ognuno la propria opinione). Tra le sue meraviglie annovera anche una chiesa per molti quasi misconosciuta, anche se ammirata da quasi tutti i turisti, visto che la si può scorgere da piazza San Marco, affacciandosi sul mare davanti a Palazzo Ducale. Si tratta della Basilica di Santa Maria della Salute (più semplicemente nota come “la Salute”), situata nella zona della Trinità, sul lato destro del Canal Grande, accanto a Punta della Dogana per intenderci.
Costruita a partire dal 1631 dall’architetto Baldassare Longhena e conclusa cinque anni dopo la sua morte nel 1686, la chiesa fu eretta per volere del Senato Veneziano in seguito alla pestilenza che si abbatté l’anno precedente sulla città. La basilica è quindi un tempio votivo innalzato per scongiurare il pericolo di nuove pestilenze, invocando il nome della Vergine, a cui l’edificio è dedicato.

La statua della Vergine [da Canal grande Venezia©]

L’immagine della Madonna ricorre infatti frequentemente nella decorazione dell’architettura, a partire dalla facciata e passando per gli altari, situati all’interno; la raffigurazione più significativa è posta però all’apice della maestosa cupola (quasi elevata a simbolo della chiesa), dove la Vergine ci viene proposta non solo secondo l’iconografia dell’Immacolata concezione, ma anche in veste di condottiera, in quanto la presenza del bastone da “Capitana da mar” rievoca la sua funzione di guida della flotta veneziana (ricordando che Venezia era impegnata in quegli anni nella guerra di Candia contro i Turchi).

La dedica mariana è forse uno degli elementi più significativi di questa chiesa, poiché ispirò l’intero progetto dell’architetto. Baldassare Longhena scelse, infatti, di realizzare una chiesa “in forma di rotonda”, che evocasse l’dea della corona della Vergine o del rosario.
La scelta di realizzare un edificio a pianta centrale risultò davvero innovativa nell’ambito veneziano, in quanto mai nessuno prima di allora era riuscito a mettere in atto un simile progetto. Longhena stesso era consapevole di tale novità (criticata e ritenuta pericolosa dai contemporanei), visto che nei suoi scritti si legge (in riferimento alla chiesa) “mai più vista, mai più s’è veduta né mai inventata”. Tale soluzione fu probabilmente dovuta anche al fatto che ben si adatta all’estetica barocca, in quanto conferisce all’intera struttura grande magniloquenza e imponenza, entrambe perfette per una chiesa simbolo del potere della Repubblica.

La facciata vista dal Canal Grande

Per quanto riguarda la struttura architettonica, l’esterno è caratterizzato da una facciata sontuosa, suddivisa in tre sezioni: un portale principale centrale, ispirato all’architettura teatrale e che prende come riferimento le architetture di Palladio (in particolare la chiesa di San Giorgio Maggiore e il Teatro Olimpico) e le due cappelle laterali adiacenti, quindi concepite come piccole facciate autonome. Il perimetro è poi caratterizzato da altre sei cappelle aggettanti (collegate tra loro da un corridoio), le quali, insieme ai due campanili gemelli, hanno lo scopo di aumentare il valore plastico dell’intera architettura. Nella parte superiore invece la struttura è sormontata da un tamburo ottagonale, cinto da contrafforti che terminano con ampie volute ornamentali, basi per l’apparato scultoreo. Una balaustra è poi collocata all’apice dell’ottagono e determina il passaggio graduale verso la sommità dell’edificio, caratterizzato da una maestosa cupola (ispirata a quella di San Pietro a Roma), per la quale Longhena scelse di utilizzare una struttura a doppia calotta, in modo da alleggerire l’intero edificio ed evitare cosi la possibilità di crolli, dovuti alla fragilità del suolo veneziano; la cupola è infine completata da una lanterna, sulla quale è collocata la statua della Vergine.

Dettaglio delle volute e dei contrafforti 
[da Canal grande Venezia©]
Dettaglio delle volute e dei contrafforti [da Canal grande Venezia©]
Santa Maria della Salute (interno)
Santa Maria della Salute (interno)

L’interno è caratterizzato da un ampio vano centrale in forma ottagonale, scandito da otto archi a tutto sesto, attraverso i quali sono visibili gli otto altari delle cappelle laterali, che si aprono sul deambulatorio perimetrale. Tra un arco e l’altro Longhena inserì delle colonne corinzie addossate a pilastri: tali colonne proseguono nella parte superiore della rotonda, mutando di forma e trasformandosi in otto statue di profeti, realizzate dallo scultore Tommaso Rues. Nel tamburo si aprono poi sedici finestre, che permettono un’illuminazione diffusa di tutto lo spazio e su di esso si imposta la cupola, suddivisa in sedici nervature in pietra istriana e decorata con una serie di lacunari, che corrono lungo la circonferenza.
Oltre il vano principale troviamo altri due spazi, che completano la tripartizione seguita da Longhena nell’intero ambiente e ispirata anche in questo caso a modelli Palladiani: il presbiterio, spazio che doveva accogliere i membri del governo durante la funzione liturgica, in cui si colloca l’altare maggiore progettato dallo stesso Longhena e decorato dallo scultore fiammingo Giusto Le Court e il coro, spazio destinato ad accogliere i frati somaschi, che si occupavano dell’officiatura della chiesa.

L'interno della cupola [da Scopri Venezia©]

Il progetto ideato da Longhena mira a soddisfare tutte le funzioni per cui la chiesa era stata pensata, ovvero sia quella votiva, sia quella conventuale, sia quella processionale. Per questo la struttura si articola in una sequenza di unità spaziali indipendenti e differenziate, che si dispongono tutte lungo l’asse longitudinale, creando così un percorso diretto che conduce all’altare maggiore. Nonostante Longhena abbia isolato (secondo una tradizione puramente rinascimentale) ciascuno dei tre ambienti che compongono l’edificio e abbia conferito grande centralità all’ottagono, riuscì a proporre una progressione scenica, unificando gli spazi architettonicamente separati mediante espedienti ottici. Attorno a questo percorso lineare l’architetto ha sviluppato un ulteriore percorso, che si serve dell’ambulacro, in modo tale da evitare una concentrazione troppo elevata di fedeli all’interno della cupola durante le processioni.

La pianta della chiesa era dunque finalizzata ad accogliere due tipi di processione, una laica e una religiosa, ovvero quella del Senato e del doge, che si sviluppava soprattutto lungo l’asse longitudinale e che prevedeva l’entrata dall’accesso principale, e quella dei membri delle Scuole Grandi e del clero regolare, sviluppata lungo l’ambulacro davanti agli altari laterali e che iniziava dagli accessi minori della chiesa (situati a lato della facciata principale).
La funzione cerimoniale si evince anche dalla precisa tripartizione degli spazi, che venne ideata da Longhena, già impiegata da Palladio nel Redentore: la rotonda per i fedeli, il presbiterio per il governo e il coro per i frati conventuali; inoltre anche l’idea di realizzare tre vie d’accesso e non solo una come nel Redentore facilitò l’entrata e l’uscita della folla nei giorni delle processioni.

Longhena volle dunque realizzare un edificio in grado di rinnovare il linguaggio architettonico veneziano (come avevano fatto Borromini e Bernini a Roma), ma senza rinnegare totalmente la lezione di un grande maestro come Palladio. Chiesa che, pur non essendo stata elevata a simbolo della città, esercitò grande fascino sugli artisti dei secoli avvenire.
Per concludere vorrei quindi evocare alcune delle parole con cui Gabriele d’Annunzio descrisse questo monumento in uno dei suoi romanzi più celebri, Il Fuoco:

“Un edificio nettunio construtto a similitudine delle tortili forme marine, biancheggiante in un color di madreperla su cui diffondendosi l’umida salsedine pareva creare nelle concavità della pietra qualche cosa di fresco, di argenteo e di gemmante onde suscitavan esse un’immagine vaga di schiuse valve perlifere su l’acque natali.