“Roma” di Alfonso Cuarón e l’inchino al Neorealismo italiano

Dopo aver guardato, o ammirato estasiata per essere più corretta, l’ultimo lavoro del cineasta messicano ho subito pensato alla pellicola “Io La Conoscevo Bene” di Pietrangeli. Lavoro, quest’ultimo, in pieno stampo Neorealista sia per i temi trattati che per il modo in cui vengono messi in scena. Allo stesso modo Cuarón parla della sua città, del quartiere in cui ha passato l’infanzia, mettendo di fronte allo spettatore immagini e soprattutto emozioni di una realtà disarmante. Niente fronzoli, niente effetti speciali, persino pochissime parole, questi gli ingredienti che raccontano la storia di una famiglia borghese in Messico e della governante, Cleo.

Questa assume un ruolo fondamentale nel racconto, intanto perché il regista decide di staccarsi emotivamente dalla storia non raccontandola dal suo stesso punto di vista (il film è infatti biografico) ma da quello di Cleo andando così a dare un tono al racconto che molto ha a che fare con i film del Neorealismo italiano, “un documentario sulla vita degli anonimi” come li definiva Leo Longanesi, giornalista e scrittore di quegli anni.Le immagini da sole ci raccontano le vicissitudini di questa famiglia ripresa nel momento della sua rottura, quando cioè il padre decide di abbandonare la moglie e i figli per un’altra donna. Cuarón vive di ricordi che diventano quasi tattili grazie al modo in cui vengono messi in scena, ad esempio nella sequenza in cui il padre porta nel cortile la macchina; vengono inquadrate le sue mani, le gomme dell’auto, gli specchietti, mai una volta il volto dell’uomo. Questo perché mette in primo piano le sensazioni proprie di un istante agganciandole ad alcuni elementi chiave che hanno il preciso scopo di rievocarli. Come dicevo, il Neorealismo salta all’occhio spesso nel corso del racconto, durante le lunghe scene con pochi o perfino nessun taglio, come quella d’apertura in cui Cleo lava il cortile, o la corsa lungo la strada per raggiungere i bambini, o ancora la scena del parto, particolarmente significativa per la scelta del regista di mantenere in secondo piano ciò che accade alla bambina fissando invece in primo piano con la macchina ferma Cleo e il suo smarrimento. Neorealisti sono anche i temi, che molto richiamano le fotografie di Luigi Crocenzi del secondo dopoguerra, come i conflitti interni al Paese, gli scontri tra polizia e studenti, e la stessa domestica che dopo aver scoperto di essere incinta viene lasciata sola dal fidanzato e trova rifugio e cure nella stessa famiglia di cui lei si è occupata per tanto tempo.
Importante elemento che richiama al passato è la scelta del bianco e nero, anche se il regista non ha voluto rinunciare alla definizione e alla modernità. In effetti possiamo fermare il film su un fotogramma qualsiasi e sembrerà di guardare una fotografia perfettamente definita. Non a caso “Roma” si è portato a casa l’Oscar per la miglior fotografia.