Il ritratto di Laura Battiferri: tra pittura e poesia

Agnolo Bronzino (1503-1572) è uno dei più conosciuti pittori manieristi italiani in assoluto.  In particolare, il suo ruolo di pittore ufficiale alla Corte dei Medici della Firenze di Cosimo I, con la decorazione della Cappella di Eleonora da Toledo (Palazzo Vecchio), sono di notevole importanza, così come lo sono le sue Allegorie, che hanno raggiunto ormai una fama internazionale. Negli ultimi anni, non solo la sua arte pittorica, bensì anche il contributo letterario dell’artista,  sono stati oggetto di studi di numerosi esperti. L’importanza di Bronzino non solo come pittore, ma anche come poeta e il ruolo dell’Accademia Fiorentina nell’ambiente artistico e culturale nel sedicesimo secolo a Firenze, sono fondamentali per comprendere la ritrattistica bronziniana, che è caratterizzata dalla ricorrente presenza di simboli letterari ed allusioni poetiche. Tra i più interessanti ritratti manieristici del pittore, se ne distingue uno in particolare, per la sua originalità ed ambiguità. Si tratta del ritratto della poetessa Laura Battiferri. Chi era esattamente questa “donna di lettere” e quali significati si celano dietro al pragmatico ritratto?

Agnolo Bronzino, “Ritratto di Laura Battiferri”, 1558 c., Museo di Palazzo vecchio, Firenze

Laura Battiferri nacque a Urbino nel 1523. Dopo essersi trasferita a Roma, dove ricevette un’ottima educazione letteraria, conobbe e sposò lo scultore e architetto Bartolomeo Ammannati (1511-1592), con il quale si trasferì a Firenze. Qui i due coniugi iniziarono un’intensa collaborazione artistica. A Firenze, la poetessa entrò da subito in contatto con l’umanista Benedetto Varchi (1502-1565), con il quale mantenne un’attiva corrispondenza epistolare per tutta la vita. Tramite la sua amicizia con il Varchi, Battiferri conobbe molti artisti e poeti, che facevano parte dell’Accademia Fiorentina, tra i quali anche Benvenuto Cellini e lo stesso Bronzino. Nata come Accademia degli Umidi nel 1540, un anno più tardi venne rinominata “Fiorentina” da Cosimo De Medici, il quale conferendo un carattere ufficiale a quest’istituzione, mirava a riportare il ruolo di centro culturale alla città di Firenze. L’obiettivo principale dell’accademia era quello di studiare e diffondere “il volgare” fiorentino, che veniva sostituito all’obsoleto latino ormai anche nella lirica. I due modelli poetici di riferimento erano Dante e Petrarca, le quali opere venivano lette e discusse dai membri del gruppo. In particolare, Benedetto Varchi ebbe un ruolo fondamentale come critico letterario e linguista. Le sue lezioni su Dante e la questione del paragone tra le arti, tenutesi all’Accademia fiorentina a fine degli anni ’40 del Cinquecento, influenzarono notevolmente la produzione artistica dell’epoca, in particolare quella del Bronzino.  L’artista fece tesoro delle teorie umaniste varchiane e mirava infatti a esaltare il suo ruolo di pittore-poeta nella società fiorentina. Molte delle sue opere sono ricche di significati letterari e rispecchiano infatti il concetto oraziano di ut pictura poësis, che significa letteralmente”come nella pittura così nella poesia”. Oltre alla famosa raccolta di testi burleschi, ricchi di allusioni sessuali e svariate canzoni, vengono attribuiti a Bronzino ben 265 sonetti, che rispecchiano il modello petrarchesco, sia in stile che nelle tematiche. Lo scambio epistolare poetico tra il Bronzino e la Battiferri testimonia la loro intima relazione, caratterizzata da una profonda ammirazione e da un sentito amore platonico del pittore per la poetessa. Battiferri stessa scrisse un gran numero di sonetti in chiave petrarchesca, i quali vennero in parte pubblicati nel suo “Primo libro delle Opere Toscane” nel 1560, anno in cui la poetessa venne ammessa come prima donna all’Accademia degli Intronati di Siena. L’unica altra pubblicazione (in vita) della Battiferri rispecchia appieno il suo distacco dalla vita intellettuale e politica fiorentina nella seconda parte della sua carriera e il suo avvicinamento alla religione: si tratta infatti della “Traduzione dei Setti Salmi Penitenziali del Profeta David”.

Bronzino dipinse il ritratto di Laura Battiferri attorno al 1558. L’opera si trova oggi a Palazzo Vecchio a Firenze, e rimane uno dei più enigmatici ritratti femminili nella storia dell’arte in assoluto: ancora oggi il dipinto è soggetto ad interpretazioni e giudizi controversi.  La poetessa viene rappresentata su uno sfondo grigio monocromo, mentre mostra all’osservatore un grande libro aperto. La figura della donna occupa gran parte del piano pittorico. La sua struttura compositiva, contrassegnata da una visione quasi frontale del corpo, alla quale si contrappone il profilo del volto, è caratterizzata da un’ innaturale distorsione del lungo collo, che rispecchia i canoni manieristici di bellezza dell’epoca, nei quali rientrano anche le lunghe mani con le dita affusolate e l’incarnato porcellaneo della donna.  Diversamente possiamo invece affermare per quanto riguarda il particolare naso della poetessa, che oltre ad essere sproporzionatamente prominente, ricorda uno dei profili più famosi della storia: quello di Dante Alighieri. Vista la palese somiglianza, e mettendo a confronto il disegno per il ritratto allegorico di Dante del Bronzino con quello della Battiferri, la critica vede in questo dettaglio una decisione strategica dell’artista, che ha voluto conferire alla poetessa la stessa importanza che la società dell’epoca conferiva all’Alighieri.

Molto spesso la Battiferri viene elevata infatti al livello di Dante e Petrarca, i due poeti toscani per eccellenza, nei sonetti a lei dedicati sia dal Varchi che dal Bronzino. La soluzione adottata dall’artista, quella di non mostrare lo sguardo della donna, bensì di evidenziare il suo profilo, quasi in maniera scultorea, conferisce al ritratto un carattere di monumentalità e austerità, che ricorda sia le rappresentazioni degli Imperatori sulle monete antiche, che la ritrattistica ormai obsoleta del primo Quattrocento. Non solo a causa del suo profilo dantesco, ma anche la sua espressione seria e impassibile, con lo sguardo rivolto davanti a sé, come se stesse esplicitamente evitando quello dell’osservatore, comportano a dare un’aria severa e rigida alla poetessa, che viene ulteriormente accentuata sia dal suo sobrio abito nero, dalla camicia bianca monacale, che dalla cuffia che le raccoglie i capelli e dal leggero velo che scende fino al petto. Anche i gioielli ostentati dalla donna risultano molto sobri e rigorosi: gli unici elementi dorati presenti nell’opera sono una lineare collana, un piccolo anello con una pietra nera, il bottoncino che racchiude la camicia e i due quasi impercettibili spilli che racchiudono la cuffia. È evidente come questo ritratto differisca da qualunque altro ritratto femminile del Bronzino, dove le donne rappresentate mostrano la propria nobiltà e il loro valore nella società attraverso stoffe sfarzose e oggetti preziosi (come ad esempio il Ritratto di Lucrezia Panciatichi): nel caso della Battiferri si tratta invece di un ritratto di una poetessa, che venne ammirata per la sua bellezza interiore e nobiltà d’animo. Un altro particolare che distingue questo dipinto da tutti gli altri ritratti femminili del Bronzino è il fatto che osservando l’inclinazione delle gambe e la prospettiva della figura si può intuire che la donna sia rappresentata seduta, ma che non ci siano tracce di alcuna sedia nel dipinto. In questo modo l’attenzione dell’osservatore è interamente concentrata su di lei.

Agnolo Bronzino, “Ritratto di Lucrezia Panciatichi”, 1541-1545, Firenze, Uffizi

L’unico attributo presente nel ritratto è il grande libro che Battiferri regge con entrambe le mani: il gesto delle sue dita invita esplicitamente l’osservatore alla lettura del testo. A prima vista si potrebbe pensare che si tratti di un’ostentazione della sua propria opera lirica: ciò che invece il grande testo in primo piano ci rivela sono due famosi sonetti di Francesco Petrarca: contrassegnati con i numeri XXIV e CCXL. Nonostante entrambi i componimenti facciano parte del Canzoniere petrarchiano, non furono mai pubblicati uno accanto all’altro, in nessuna delle edizioni dell’opera. Questo dettaglio allude al fatto che il testo sia un’antologia personale, costruita dalla poetessa o da Bronzino. In questo modo l’artista potrebbe aver mirato ad esaltare sia il suo ruolo di poeta petrarchista, che quello della Battiferri, che non viene ritratta nella lettura di un piccolo libricino di salmi come da tradizione, bensì come colta “donna di lettere” che regge fieramente le rime del Petrarca.

I sonetti dipinti sono infatti corpo e anima del ritratto. In entrambi Petrarca esprime il suo amore platonico per la misteriosa Laura, la quale non lo degna neanche di uno sguardo e viene paragonata alla nobile pianta dell’alloro. Essendo Battiferri una poetessa, la presenza dell’alloro potrebbe alludere anche alla sua incoronazione poetica. Tuttavia, se si leggono i sonetti tenendo presente il dipinto è evidente che l’intento del pittore sia quello di rappresentare la Battiferri come una Laura “moderna”. Il suo atteggiamento distaccato, che evita lo sguardo del pittore, potrebbe riferirsi al topos dell’amore non corrisposto e rispecchia infatti appieno la descrizione di Laura nel primo dei sonetti dipinti: “torcendo ’l viso a’ preghi honesti et degni”. Come Laura per il Petrarca, Beatrice per Dante, anche la Battiferri era una donna irraggiungibile per il Bronzino: il fatto che il suo nome proprio sia lo stesso dell’amata del Petrarca non deve essere visto solo come una coincidenza in questo contesto. La scelta del pittore di rappresentare proprio questi due sonetti del Canzoniere potrebbe essere stata fatta anche perché essi presentano palesi allusioni all’opera di Dante Alighieri. Nel secondo sonetto Petrarca descrive il suo stato d’animo smarrito: “…amaro mio dilecto, se con piena, fede dal dritto mio sentier mi piego”. Queste parole non sono altro che una citazione esplicita della famosa espressione dantesca “… ché la diritta via era smarrita”, che si trova nel Prologo della Divina Commedia.
In conclusione, è lecito affermare che in questo ritratto poesia e pittura si completano e diventano una cosa sola: al freddo e distaccato aspetto esteriore della poetessa si contrappone il suo aggraziato gesto, che invita il lettore esplicitamente alla lettura delle dolci rime dei sonetti petrarcheschi. In quest’opera Bronzino mira esplicitamente a mettere in mostra la poetessa Laura Battiferri, la cui irraggiungibilità e nobiltà d’animo vengono paragonate a quelle di Laura e Beatrice, e il cui intelletto viene elevato al livello dei due poeti fiorentini per eccellenza: Petrarca e Dante.