(RI)NASCITA DI UNA NAZIONE: Palazzo Strozzi racconta dieci anni di Italia incompresa

Nascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano è il racconto di una bellissima storia, forse ancora non del tutto compresa. Quello che si vuole raccontare in questa mostra è il modo, anzi, i tanti modi in cui la nostra nazione tenta di ricostruire la propria identità culturale e artistica dopo la devastazione della seconda guerra mondiale. A Palazzo Strozzi si parla, fino al prossimo luglio, di una vera e propria rinascita dell’Italia a tutti gli effetti. In particolare, il periodo che viene esaminato va dal cosiddetto “miracolo economico” (quindi gli anni fra il 1958 e il 1963) e il mitico ’68. Sono dunque pochi anni, ma molto densi sotto tutti gli aspetti, incluso ovviamente quello della scena artistica.

Questo breve viaggio intrapreso fra le sale del piano nobile ha la sua prima tappa in Renato Guttuso (1911-1987), con il quale si apre il percorso. Artista politicamente impegnato e attivo nella Resistenza, domina la scena artistica di questi anni e in realtà per qualche decennio. Rappresenta ciò che era riconosciuto e accettato nel mondo dell’arte degli anni ’50 e ’60, che promuoveva la linea del realismo propagandistico e retorico.

Renato Guttuso, "La Battaglia di Ponte dell'Ammiraglio", 1955

Ma, esattamente negli stessi anni, una schiera di artisti lavorava in direzioni totalmente opposte pur trattando spesso le stesse tematiche, ed è su di loro che questa mostra si concentra; su una produzione artistica che all’epoca non riscuoteva alcun tipo di successo presso il grande pubblico e la critica. È stata fatta una scelta ben precisa: quella di far vedere che tipo di arte veniva fatta “dietro le quinte”, per così dire, nelle retrovie.
Il percorso espositivo permette al visitatore una totale immersione nelle atmosfere di quegli anni, procedendo non tanto in ordine cronologico quanto per macrotematiche che seguono le varie tendenze che sono state portate avanti sulla scena artistica italiana quasi parallelamente. Un passaggio inevitabile, in questo senso, è costituito dalla sala dedicata all’Informale, che costituisce una delle risposte degli artisti europei alla crisi innescata dalla guerra. Una corrente artistica che si basa principalmente su una forte polemica nei confronti di tutto quello che può ricondurre ad una forma e promuove invece la libertà d’espressione. Ed è così che l’opera, svincolata dalla forma, si concentra su altri elementi quali i materiali e il gesto dell’artista, veri protagonisti di tutta la seconda sala che ospita alcuni fra i massimi interpreti di questo linguaggio.

Ed è ancora la materia ad essere il fulcro della sala successiva, dove emergono i materiali nuovi che vengono introdotti nella scena artistica di questi anni, ma in cui risulta ancora più evidente un bianco accecante, che disorienta e stordisce. Il tema principale e che accomuna tutte le opere qui esposte è infatti il monocromo. Monocromo come forma di rifiuto da parte di questi artisti nei confronti del modo di fare arte a loro contemporaneo, e che quindi promuovono delle ricerche ancora più radicali, anche rispetto a quelle che fanno capo all’Informale. Ma è un monocromo che ha anche il ruolo di azzeramento, è quello che è stato definito il “grado 0 dell’arte” proprio perché da zero si voleva ripartire, per poter sperimentare nuove strade.

Questo momento di azzeramento – all’interno del percorso, così come nel panorama artistico italiano di questi anni – rappresenta in un certo senso un punto di svolta, un passaggio necessario che apre la strada alle nuove sperimentazioni degli anni ’60 che proseguono nelle sale successive.

A fare da cornice a tutto questo, un allestimento impeccabile. E non solo per ragioni estetiche ma anche e soprattutto perché, come in ogni mostra che meriti di essere visitata, permette a chi ne fruisce di porsi delle domande.
Si è fatto riferimento a quanto certe manifestazioni artistiche fossero incomprese nell’epoca in cui sono state prodotte. Tuttavia, ancora oggi suscitano spesso grandi perplessità. Ma possono tali perplessità attribuirsi al fenomeno del contemporaneo? Quanto può davvero essere considerata contemporanea un’opera che è stata prodotta più di mezzo secolo fa? Allora forse il problema è un altro. Il problema, forse, è che se ne è parlato tanto (e probabilmente anche troppo), ma non nella maniera giusta. È un’arte che è sempre stata trattata e presentata come elitaria, di nicchia, per pochi. E allora, forse, mostre come questa possono servire davvero. Possono servire a ricordarci che l’arte, di qualunque periodo e di qualunque artista, non è per pochi, ma per tutti. Chiunque sia disposto ad aprire i propri occhi e la propria mente può scoprire che un taglio di Lucio Fontana può avere qualcosa da dire esattamente come un quadro storico di Renato Guttuso. E se guarda con molta attenzione, può addirittura rendersi conto che le cose che dicono non sono poi così distanti.