“Qui. Paolo Masi”, viaggio fra le mura di un ex carcere

Fino al 3 novembre il complesso delle Murate di Firenze ospita 12 opere inedite di Paolo Masi, artista fiorentino e attivo dagli anni ’50. Dopo i primi lavori nell’ambito dell’informale, durante gli anni ’60 si concentra sulla trasformazione dei materiali approdando al gruppo di ricerca estetica Centro F/Uno (1967-1970) con Lanfranco Baldi, Auro Lecci, Maurizio Nannucci. Durante gli anni ’70, invece, sperimenta la pittura analitica indagando sulla ritmicità della scomposizione. In seguito si trasferisce per qualche tempo a New York, dove si concentra su elementi urbani che inserisce nei propri lavori – anche fotografici. In questi anni, inoltre, entra in contatto con l’esperienza minimalista conoscendo quasi per caso uno dei padri di questa corrente artistica: Sol LeWitt. Masi ha raccontato con queste parole quell’incontro così significativo per la propria carriera:

A New York era possibile incontrare chiunque…Un giorno mentre stavo fotografando un tombino sul marciapiedi (ero molto attratto dai segni dell’arredo urbano che spesso riproducevo con la tecnica del frottage) mi accorsi che un altro signore stava facendo la stessa cosa. Ci siamo guardati entrambi incuriositi e ci siamo presentati. Lui mi disse: “Piacere, Sol LeWitt.” Ed io: “Piacere, Masaccio!”. Diventammo subito ottimi amici.

Negli anni successivi Masi si interessa a materiali poveri quali tele cucite e cartoni da imballaggio, di cui esplora la struttura con varie tecniche pittoriche e non. Fonda inoltre, insieme a Maurizio Nannucci, uno spazio collettivo no profit per l’arte: Zona, che a partire dal 2000 si trasforma nello spazio collettivo Base (tutt’oggi attivo). Masi vanta, nella sua lunga carriera, la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1978 e alla Quadriennale di Roma nel 1986, oltre a svariate esposizioni in prestigiosi musei italiani ed europei.

Tutti gli elementi ed i linguaggi espressivi che hanno caratterizzato la carriera di Paolo Masi, qui brevemente ripercorsi, sono stati portati avanti dall’artista in maniera perfettamente coerente anche nella mostra monografica attualmente in corso e organizzata da Le Murate. Progetti Arte Contemporanea. Quella che inizialmente doveva essere una semplice retrospettiva è diventata, su proposta dello stesso Masi, una iniziativa che vede la realizzazione di opere site specific, cioè realizzate appositamente per il luogo in cui vengono esposte. Masi si ritrova quindi a dialogare con il complesso delle Murate toccando tematiche delicate e complesse, al punto da rifiutarsi di intervenire nelle celle del cosiddetto “carcere duro”, ambienti che gli erano stati eccezionalmente concessi ma di cui ha declinato l’offerta per osservare una forma di rispetto nei confronti di un luogo così significativo.
Le dodici opere realizzate per l’occasione da Masi coinvolgono gli spazi interni ed esterni della struttura, diventando una vera e propria opera pubblica che si confronta con un importante pezzo di storia della città. L’ex complesso carcerario viene indagato dall’artista seguendo due principali filoni tematici: quello della reclusione forzata (con riferimento al carcere vero e proprio) e quello della reclusione volontaria (con riferimento al convento, altra funzione del complesso monumentale). Queste due tematiche vengono affrontate in due cicli di opere raccolte in due piani di celle. La reclusione coatta è trattata con riferimenti alla cupezza e alla pesantezza, grazie ad un sapiente utilizzo di colori e materiali (prevalentemente ferro). Si parte da forme geometriche essenziali – dei quadrati metallici posti accatastati sul pavimento e percorribili – per arrivare ad una parete ricoperta di chiodi che vogliono richiamare il rapporto spesso anche violento del detenuto con la cella, dato dall’estrema disperazione. Conclude questo primo ciclo una cella interamente tappezzata, dal pavimento al soffitto, da strati di lana d’acciaio che oscura l’atmosfera e tende ad ovattare ogni suono al suo interno, ricordando il totale senso di buio ed isolamento di chi vi si trovava rinchiuso.

La sezione relativa alla reclusione “volontaria” (se così si può definire, dal momento che molte giovani chiuse in convento avevano ben poco potere decisionale), affronta con grande delicatezza i temi della riflessione e della preghiera con un uso totale del colore bianco e di materiali semplici. Un riferimento alla Trinità scandisce la successione di tre elementi nella prima cella, due nella seconda ed uno nell’ultima della serie. L’esposizione prosegue poi con una serie di 300 Polaroid inedite, scattate dall’artista e suddivise in due cicli: uno a colori, che riprende ambienti interni al complesso delle Murate e uno in bianco e nero che ritrae luoghi in prossimità del fiume Arno.
Gli interventi di Masi proseguono poi all’esterno, con opere che coinvolgono la facciata e la fontana di Piazza Madonna della Neve. Il percorso si conclude all’interno del Semiottagono, dove l’artista vuole rendere l’osservatore totalmente partecipe integrandolo all’interno dell’opera. Ripercorrere ambienti così intrisi di sofferenza e di storia attraverso il rispettoso lavoro di Paolo Masi è un’esperienza fisicamente ed emotivamente coinvolgente. Un viaggio doloroso e toccante in un importante spaccato storico e spesso poco conosciuto di Firenze.