Quando l’Europa incontrò l’Africa: gli avori “afro-portoghesi”

Africa, questa sconosciuta. Proprio così, quanto sappiamo dell’Africa oggi e ancor di più della sua arte, che ancora ci appare così misteriosa attraverso il nostro sguardo europeo e occidentale. Ancora oggi, come alla fine dell’800, i pregiudizi su questo mondo che ci sembra così distante (ma non lo è) sono molto diffusi e ci impediscono di coglierne le mille sfaccettature e bellezze, molte delle quali conservate proprio nei nostri musei o in casa di qualche collezionista. Bisogna quindi liberarsi di queste remore e cercare di abbracciare questa realtà, con cui per secoli l’Europa ha avuto contatti fino alla globalizzazione.

Come le innumerevoli culture che costellano il panorama africano, anche la loro produzione artistica è assai complessa e variegata, ben oltre i cliché che vorrebbero l’arte africana come statica e assolutamente ieratica. Alcune di queste opere inoltre nacquero dall’incontro tra gli artisti locali e i primi europei, che giunsero in queste terre alla fine del ‘400, ovvero i portoghesi. Si tratta di opere realizzate in avorio commissionate dagli stessi europei alle maestranze locali specializzate nella lavorazione di questo materiale pregiato e molto ricercato in Europa. Opere che affascinarono molto i regnanti europei e che entrarono presto nelle loro wunderkammern, le camere delle meraviglie dove venivano conservati tutti gli oggetti straordinari provenienti da mondi sconosciuti verso i quali l’Europa si stava aprendo, e che successivamente entrarono nei gabinetti di curiosità e stranezze dei principali collezionisti.

L’interesse verso questi manufatti in Europa rinacque all’inizio del XX° secolo, quando, alla ricerca di nuovi stimoli formali, gli intellettuali e gli artisti occidentali rivolsero per la prima volta lo sguardo al di fuori del nostro continente verso altre realtà. Tuttavia, solo nel 1959, quando William Fagg, importante africanista, iniziò a prendere in considerazione un gruppo di opere in avorio conservate a Londra al British Museum, gli studi sui contatti tra europei e africani iniziarono ad approfondirsi.
Fagg si trovò davanti a manufatti di cui non sapeva praticamente nulla, dato che non esistono fonti africane che ci parlano di queste opere e inoltre anche le fonti portoghesi ci forniscono pochi dettagli; egli iniziò quindi ad elaborare una serie di ipotesi basandosi su ciò che vedeva e sulle conoscenze che fino ad allora erano state elaborate sulla scultura africana.

Saliera bini-portoghese del British Museum

Inizialmente egli identificò questi oggetti come tazze, ipotizzandone una funzione religiosa da parte dei missionari europei durante le funzioni liturgiche; successivamente però si accorse che alcuni soggetti presenti su questi oggetti (ad esempio un uomo a cui un coccodrillo azzanna gli organi genitali) erano incompatibili con quella funzione e arrivò ad affermare che si trattasse di saliere di due tipologie differenti: una parte con un solo contenitore, un’altra con due contenitori, uno dei quali probabilmente per contenere una miscela di sale e pepe. Il secondo elemento su cui egli si soffermò fu soprattutto l’iconografia: risultò evidente come la maggior parte degli elementi appartenessero ad un repertorio europeo, quasi sicuramente influenza portoghese su queste culture, ma emerse anche la presenza di elementi africani, che creavano così una miscellanea di soggetti unica. Volendo preservare la specificità africana di queste opere, Fagg sottolineò come dal punto di vista stilistico fossero caratterizzate da un’assoluta libertà compositiva e da una concezione dello spazio priva di prospettiva e totalmente antinaturalistica. Notò inoltre come si potessero, dal punto di vista formale, individuare almeno due tipologie di saliere: una caratterizzata da una capillare diffusione dell’elemento decorativo e figurato, l’altra in cui questi elementi sono più radi e distribuiti secondo uno schema più ordinato. Nonostante ciò egli ipotizzò che questi oggetti potessero provenire da tre bacini differenti, ovvero la Sierra Leone, la cultura Yoruba della Nigeria e lo stato di San Salvador (cioè il Congo). Fagg catalogò questi oggetti come opere “turistiche”, in cui la varietà e lo slancio vitale dell’arte africana vennero smorzata dalla tendenza alla canonizzazione europea, come se fossero un’imperfetta proiezione europea.
Oggi si è capito in realtà che questi oggetti provengono solamente da due delle tre aree individuate da Fagg: infatti gli studiosi sono concordi nell’affermare che il gruppo di saliere caratterizzate da una decorazione più moderata e ordinata siano opera di un antico popolo proveniente dalla Sierra Leone, mentre l’altro gruppo, caratterizzato da una profusione di elementi decorativi, sia riconducibile invece alla cultura Yoruba ma, ancora più precisamente all’arte curtense dello Stato del Benin, una delle realtà politiche importanti nell’Africa del XVI secolo, la cui capitale era situata nell’attuale stato nigeriano e corrisponde oggi a Benin City. Inoltre tutti questi oggetti, non solo saliere ma anche cucchiai e corni da caccia, non vengono più definiti genericamente “avori afro-portoghesi” ma distinti in due categorie: avori Bini-portoghesi dalla Nigeria (dove Bini indica la cultura dello Stato del Benin) e avori Sapi-portoghesi dalla Sierra Leone (dove Sapi indica i popoli di quest’area).

Testa di Oba, ©khanacademy
Piastra di bronzo con Oba, ©khanacademy

L’arte curtense del Regno del Benin era un’arte raffinatissima e di alta qualità destinata a re, dignitari e sacerdoti quindi alle classi più elevate della società. Gli artisti Bini erano direttamente dipendenti dal sovrano (Oba) e erano organizzati in gilde. L’arte a destinazione interna abbina oggetti realizzati in lega metallica (come ad esempio le piastre bronzee che decoravano il palazzo ligneo del monarca) e opere in avorio finemente intagliato e decorato (ad esempio le teste portate alla cintura dall’Oba. Da questi manufatti emergono alcuni caratteri importanti dell’arte del Benin, che furono trasferiti dai maestri locali nella realizzazione delle saliere e degli altri oggetti: in primo luogo un forte senso d’horror vacui, ovvero una diffusione dell’elemento decorativo su tutta la superficie dell’oggetto e una grande profusione di particolari secondari, in modo da colmare tutti gli spazi; in secondo luogo su questi oggetti possiamo trovare frequentemente la figura del Portoghese, il quale rappresentava l’uomo commerciante con cui l’Oba intratteneva scambi di oggetti e di beni, ma anche colui che veniva dal mare e perciò sacro ad Olokun, dio del mare appunto: indossarli o rappresentarli rafforzava così la sacralità del potere del sovrano.

Le saliere Bini-portoghesi, caratterizzate da un doppio contenitore e perciò suddivise in tre corpi, si suddividono in due sottogruppi secondo l’iconografia che le contraddistingue: saliere con uomini a cavallo e saliere con uomini appiedati. Entrambe le tipologie sono caratterizzate da una decorazione che unisce soggetti propriamente europei (figure di portoghesi, abiti europei, fisionomie caucasiche, armi) a elementi tipicamente africani; in realtà è possibile trovare iconografie diffuse in entrambe le tradizioni visive oppure anche figure derivate da un’errata interpretazione di modelli europei da parte degli africani (ad esempio la figura dell’angelo, assente nelle culture africane). Vi sono poi due motivi ricorrenti in tutti questi oggetti, la cui presenza sarebbe strettamente ricollegabile ai portoghesi: la rappresentazione di una navicella sulla sommità delle saliere e il motivo delle manillas. Il primo, secondo il collezionista e africanista Ezio Bassani, sarebbe un indizio sulla collocazione delle botteghe africane, probabilmente collocate in prossimità del porto dove gli artisti potevano vedere dal vero le navi portoghesi; il secondo invece (diffuso soprattutto sui cucchiai) richiama gli oggetti di metallo importati in questi luoghi dai portoghesi e utilizzati come merce di scambio con gli africani, che li rifondevano per ricavarne altri oggetti (tra cui le piastre, dove questo stesso motivo è assai diffuso).

Saliera con uomini a cavallo, ©nationalmuseumscotland
Saliera con uomini appiedati,  ©britishmuseum.org
Saliera con uomini appiedati, ©britishmuseum.org

Uno dei pregiudizi più diffusi sulla produzione artistica africana è legato all’assenza di movimento in qualsiasi tipo di manufatto, associando a questi oggetti valori assoluti di staticità, ieraticità e frontalità. Tale pregiudizio fu in realtà diffuso proprio all’inizio del ‘900 dalla prima storiografia africanista (in particolar modo dallo studioso tedesco Carl Einstein nel sul libro Negerplastik), la quale, cercando di conferire dignità all’arte africana ne esaltò le forme concluse, la grande potenza plastica e la solidità contro l’eleganza e la raffinatezza della scultura europea; questa idea, basata soprattutto sull’osservazione di manufatti otto – novecenteschi, si diffuse poi in modo generico a qualsiasi tipo di oggetto. In realtà se noi osserviamo le saliere Bini possiamo notare che sono al contrario caratterizzate da un certo dinamismo: nel primo tipo di saliera il movimento è ottenuto alternando figure a cavallo con alcune figure appiedate, mentre nel secondo tipo è l’alternanza tra figure frontali e figure di tre quarti a suggerire movimento. Questa caratteristica potrebbe essere un elemento già presente nell’arte del Benin (come si vede da alcune piastre) oppure è stato ipotizzato che sia stato un maestro-committente portoghese ad aver insegnato la resa del movimento agli artisti locali.

Vi sono poi degli elementi che non sembrano appartenere alla cultura visiva Bini e che hanno suggerito l’idea di una collaborazione con alcune maestranze appartenenti ad un’altra civiltà, quella Owo, situata in un’area adiacente a quella del Benin. A differenza di quest’ultima l’arte degli Owo è caratterizzata da maggior sobrietà e chiarore nella resa delle superfici, tratto ben visibile nel cucchiai d’avorio presenti in numerose collezioni europee, in particolar modo nella zona della foglia, la cui sottigliezza aveva addirittura fatto pensare all’uso della madreperla; inoltre sia sulle saliere che sui cucchiai è stato rilevato un elemento iconografico specifico della società Owo e non presente in quella Bini: si tratta di un motivo a cilindri cavi, che permette di sottolineare la grande importanza dato all’aspetto plastico da parte di questa cultura.

Cucchiaiobini-portoghese, ©weltmuseum

La cultura Sapi invece è ancora avvolta nel mistero e ben poco sappiamo degl’otto regni di cui ci parlano i navigatori Portoghesi. Ciò che sappiamo sulla produzione di questa civiltà è rappresentato da una serie di sculture in pietra saponaria di piccole dimensioni, le quali affiorano sporadicamente dal terreno e il cui nome più diffuso è nomolisia (nome di una pianta che poteva essere collocata in un foro nel capo di questi oggetti. Si tratta di rappresentazioni di capi, alti dignitari o guerrieri, che presentano caratteristiche formali specifiche, nonostante ne esistano differenti tipologie. Sono caratterizzate da una forma plastica molto diversa da quella europea, segnata dalla forma globulare assunta sia dagli arti sia dalla testa, la quale risulta marcatamente prognata e sovradimensionata rispetto al corpo; grande simmetria caratterizza poi tutto il corpo e risulta evidente soprattutto sul capo, caratterizzato da narici dilatate, bocca carnosa, orecchie a forma di plettro e generalmente barba (vera o posticcia). L’avanzamento evidente della mandibola è poi sorretto da alcuni elementi di sostegno sempre visibili e che molto spesso assumono significati simbolici: diffusa è la presenza di animali, i quali rappresentano una sorta di alterego della figura principale. L’unico elemento asimmetrico della composizione è la capigliatura, sviluppata in uno chignon stilizzato collocato sempre lateralmente sul capo. Inoltre queste figure possono fornirci indizi importanti sulle usanze di queste popolazioni: alcuni nomoli (al singolare) presentano denti affilati, anelli al naso e all’orecchio, tatuaggi, cicatrici e possono essere seduti sul troni lignei che posano sui crani dei nemici sconfitti, la cui esposizione era tipica di questa cultura.
Sia i caratteri fisiognomici tipici di queste sculture, sia alcuni elementi iconografici diffusi sono presenti sulle saliere e vengono anche in questo caso uniti a caratteri squisitamente europei e nello specifico portoghesi.

Nomolisia, ©lesmuseebarbiemueller

A differenza delle saliere Bini, questi esemplari (caratterizzati da un unico contenitore) presentano una decorazione superficiale molto meno diffusa e priva di horror vacui. Al contrario alcune zone sono completamente prive di ornamentazione e l’avorio è perfettamente levigato. Il modello decorativo dominante è sicuramente quello manuelino: si tratta di motivi molto presenti null’architettura tardogotica portoghese in particolare tra la fine ‘400 e l’inizio del ‘500, durante il regno di Emanuele I d’Aviz. Sulle saliere sono quindi frequenti forme ovoidali, forme sferiche costolonate e rigonfiate e una diffusa puntinatura su tutta la superficie, che spesso forma motivi spiraliformi. In questo tipo di saliere è proprio l’elemento decorativo manuelino a conferire movimento, insieme alla disposizione delle figure, le quali sono più statiche ma generalmente corrono lungo tutta la circonferenza della sezione inferiore senza mai sovrapporsi.

All’interno delle collezioni italiane sono presenti ben quattro saliere provenienti dalla Sierra Leone: una conservata a Bologna (Museo Civico Medievale, una a Modena (Galleria e Museo Estense)  e due a Roma(Museo nazionale Preistorico ed Etnografico Luigi Pigorini). Se ad esempio prendiamo in considerazione la saliera bolognese possiamo vedere come su tutta la superficie siano diffusi i motivi tipici dell’architettura manuelina, uniti ad alcune figure appartenenti sia alla tradizione africana sia a quella europea: alla prima possiamo riferire la contrapposizione tra i cani presenti sulla base (alternati a figure femminili nude) e i serpenti aggrovigliati attorno alla parte centrale della saliera a forma ovoidale; alla seconda invece appartiene il gruppo di figure all’apice della saliera, che rappresenta un sabba con un caprone (rappresentazione del demonio) e due figure femminili (presumibilmente streghe). Se osserviamo però le fisionomie di queste figure possiamo notare come esse siano ispirate a quelle dei nomolisia Sapi, a cui si uniscono caratteri caucasici.

Saliera sapi-portoghese di Bologna, ©IBC
Saliera sapi-portoghese di Bologna, ©IBC
Saliera sapi di Modena, ©gallerieestensi
Saliera sapi di Modena, ©gallerieestensi
Saliera sapi-portoghese di Roma, ©brazzaculture
Saliera sapi-portoghese di Roma, ©brazzaculture

Nelle saliere romane invece emergono alcuni elementi che già erano stati documentati da Fagg nelle saliere londinesi: alla decorazione manuelina si unisce una decorazione a cordami, le figure umane sono sedute in posizione orante e si alternano a motivi a croce latina e sull’apice è presente un elemento insolito, ovvero una testa gianica (bifronte), di provenienza non europea ma a volte presente in alcuni nomolisia, che si presentano come una duplice figura (maschio/femmina), che rappresenta la doppia natura dell’esistente. Inoltre sulla sommità di una delle due saliere è presente la rappresentazione di una decapitazione, in cui troviamo l’esposizione dei crani umani, ma l’uomo africano veste abiti europei: insomma un’opera frutto di un processo di ibridazione estrema.

In conclusione sia che si tratti di saliere Bini o Sapi, sia che si tratti di cucchiai, questi oggetti sono il frutto di un’arte estremamente raffinata e testimonianza di artisti dotati di grande abilità tecnica. Sono oggetti che per secoli hanno affascinato e popolato l’immaginario europee oltre alle più importanti collezioni e che meritano di essere apprezzati per la loro originalità senza essere bollati come opera di una cultura inferiore e lontana dalla nostra.

Saliera sapi-portoghese con scena di decapitazione, ©pinterest