PLATON: IL FOTOGRAFO DEI POTENTI

“Non mi ritengo un fotografo, la macchina fotografica è solo uno strumento, quello che importa è la storia, il messaggio, il sentimento, il legame. Come fai ad arrivare alle persone? È una combinazione tra semplicità grafica e forza dello spirito e dell’anima”.

Platon Antoniou, comunemente conosciuto come “Platon”, è un fotografo in attività che lavora nell’ambito del fotoreportage, noto come il “fotografo dei potenti”, perché è riuscito a raccogliere tutti gli sguardi dei famosi degli ultimi 20 anni. Nato a Londra il 20 aprile 1968, ma cresciuto in Grecia con i genitori, fu influenzato dal padre architetto e dalla madre storica dell’arte. Maturato con l’estetica del bianco e del nero dei disegni paterni e, a partire dal suo primo approccio all’architettura di Le Corbusier, il fotografo ha iniziato a lavorare sull’eliminazione e sulla semplificazione per arrivare al punto, esattamente come si evince dai suoi lavori. In un’intervista per The Villager ammise infatti che: “Un architetto pensa alla vita. Una buona casa migliora con il tempo, raggiunge integrità. Un buon fotografo lavora allo stesso modo”.

1. Edward Snowden, copertina per Wired
1. George Clooney, copertina per Variety

Frequentò la Saint Martin’s School of Art, per poi proseguire gli studi al Royal College of Art, dove, mentre era studente di graphic design, fu notato dal British Vogue che lo nominò come “migliore fotografo nascente”. Iniziò a lavorare a Londra per le riviste di moda più innovative che stavano emergendo, tra cui anche lo stesso British Vogue, ma poi fu notato dal giornale politico “George”, di John Kennedy Jr., incarico che fece decollare la sua carriera, permettendogli di essere chiamato ad immortalare i volti più importanti della nostra storia.

Negli anni lavorò per il Rolling Stone, il New York Times Magazine, Vanity fair, Esquire, GQ, Sunday Times Magazine. Ha fotografato volti iconici della moda, modelle, attrici, cantanti, ma anche collezioni, come quella di Alexander McQueen, personaggi famosi come Edward Snowden, Stephen Hawking, Woody Allen, George Clooney, Ben Stiller, Sean Penn, Al Pacino, Yoko Ono.

Dal 2008 Platon collabora con il New Yorker, focalizzandosi specialmente su temi militari e di diritti civili. Il primo lavoro importante di cui fu incaricato fu quello di realizzare “Portraits of Power”, grazie al quale ha vinto un ASME Awards. Tutto è iniziato nel 2007, quando il suo scatto di Vladimir Putin è diventato la copertina del Time, ritraendo il leader come “uomo dell’anno”. Nessuno era veramente convinto di quel lavoro, ma ne parlavano tutti, chi per criticarlo come fotografo “troppo umanizzante” e chi per dire che aveva reso il politico “una star di Hollywood”. Questo perché Platon si ritiene un narratore, e non un fotografo. Così, attraverso una fotografia non scopriamo che Putin adora Paul McCartney e che la sua canzone preferita è “Yesterday”, ma vediamo la connessione che si instaura con il fotografo, che non è impaurito, non si sente in difetto: per l’artista questo è il momento in cui cadono tutte le barriere e il suo soggetto dimostra la verità, e la verità è il volto del potere, dell’autorità. Eppure la fotografia racconta tutto un altro uomo: il sistema del potere viene umanizzato da Platon con consapevolezza, la cui unica domanda è “Chi sei tu? Chi sei tu davvero?”.

Poi è nata “Portraits of Power”, la collezione di fotografie che ha come soggetti numerosi leader politici del mondo, 49 in tutto e che ha reso il fotografo ancora più noto. Tutte le foto sono state scattate per la rivista New Yorker, in soli cinque giorni, durante l’Assemblea Generale alle Nazioni Unite a New York nel settembre 2009. Per ottenere espressioni spontanee Platon e il suo assistente hanno creato uno studio improvvisato appena fuori dal piano dell’Assemblea Generale, attirando i leader davanti al suo obiettivo. Per mesi lo staff aveva scritto lettere ai vari governi e ambasciate, ma il progetto alla fine è stato una creazione estemporanea; la vera sfida, infatti, è stata quella di far sì che i leader fossero sinceri: ci è riuscito solo prendendoli letteralmente per le mani per trascinarli nello studio per brevissime sessioni fotografiche (alcune di soli otto secondi), con risultati impressionanti.

“Prima di uno scatto non penso a come ottenere una bella foto, ma a cosa posso imparare da quella persona ogni volta. La condizione umana è così complessa, le domande sono così tante, domande alle quali tutti noi vorremmo una risposta. Per arrivare a quel punto in cui qualcuno si apre con te bisogna guadagnarselo. Non so come si comporterà, quanto vorrà aprirsi, se sarà teso, quanto sarà amichevole,quanto prudente nel mostrare la sua personalità, quindi devo essere pronto a tutto. Scattare una foto è un gesto tecnico ma al 99,9% si tratta di stabilire il legame che mi permette di arrivare all’altro e attraverso questo legame c’è la possibilità che anche l’altro riesca a sentire qualcosa”.

Ma come lavora l’artista che produce tutte queste immagini iconiche? Abbiamo visto che la fotografia di Platon dipende fortemente dalla collaborazione tra lui e il soggetto, a seconda da come si sentono, quindi per la maggior parte del tempo si tratta di improvvisazione: i suoi lavori sono frutto di brevi e intensi incontri in cui tocca qualcosa che si trova nel profondo della persona, agendo più come psicologo che come fotografo. Utilizza sempre lo stesso tipo di luce, paralume, pellicola, macchina fotografica e allestisce lo spazio con un pannello di carta bianco e un panchetto, sempre lo stesso, su cui poi fa sedere il soggetto. Inizia il lavoro dialogando con la persona, basandosi su un canovaccio preparato in precedenza, per poi farsi passare la macchina fotografica dal suo assistente: il primo è uno scatto vicino, un primo piano a colori, poi cambia tono di voce amplificando il momento e “urlando in faccia” al soggetto. Questo shock abbatte le barriere che il suo interlocutore costruisce, così da avere la verità. Poi si procede con un bianco e nero, che crea un senso di intimità, senza permettere agli strumenti del lavoro di avere la meglio sul messaggio: infatti utilizza ancora la pellicola per avere un dialogo diretto. Con la fotocamera digitale si tende sempre a guardare l’immagine sullo schermo e in quell’istante si perde l’intimità tra il fotografo e il soggetto, la magia che si instaura. Dopo la sessione fotografica si procede con il lavoro di post produzione, selezionando le fotografie migliori che si ritoccano e poi si passano sullo scanner a tamburo, per lavorare al meglio sulla pellicola. Tutto il procedimento si concentra sull’isolamento dei diversi elementi per portare alla luce i singoli aspetti in una stampa e il lavoro viene fatto tutto a mano dal capo ritoccatore.

È così che nascono le fotografie di Platon, un connubio tra luce e occhi del soggetto con la natura grafica del prodotto. Tutti quelli che immortala hanno una certa luminosità nello sguardo, che ottiene convogliando una grande energia sul pannello bianco nella creazione di una composizione vivida che risulta irresistibile, audace. Trova dignità e senso di potere in tutte le persone.

“Mi sento un provocatore culturale, è questo che mi ritengo di essere nella società, non posso risolvere i problemi ma posso provocare riflessioni”.