Piero Manzoni: la fuga dal quadro e l’opera d’arte come merce

“Il verificarsi di nuove condizioni, il proporsi di nuovi problemi, comportano, colla necessità di nuove soluzioni, nuovi metodi, nuove misure: non ci si stacca dalla terra correndo o saltando; occorrono le ali; le modificazioni non bastano. La trasformazione dev’essere integrale”.

Lo affermava nel 1960 Piero Manzoni (1933-1963), artista che con le proprie ricerche ha segnato un importante e certamente imprescindibile capitolo nelle produzioni di tipo concettuale e performativo. E si è in effetti trattato di una trasformazione integrale, una rivoluzione del modo di concepire l’opera d’arte e il ruolo stesso dell’artista. Il Museo Novecento di Firenze ospita, fino al 13 dicembre, “Solo. Piero Manzoni”: una piccola esposizione dedicata a quelle che forse sono le fasi più significative del suo percorso, individuate nei cosiddetti concetti-oggetti prodotti fra il 1959 e il 1962.
Dopo un esordio figurativo, già nel ’57 Manzoni prende coscienza di quanto la cornice del quadro – inteso nella sua forma tradizionale – gli stia stretta. Inizia quindi ad indagare sugli aspetti meno scontati del fenomeno artistico, rifiutandone le forme prettamente descrittive e riflettendo invece sul procedimento scientifico. Fa appello, in questo senso, a quella forma di libertà legata alle cosiddette “immagini prime”, che non hanno valore per quello che rappresentano – come avviene, appunto, nell’arte figurativa – ma esattamente per ciò che sono, senza veicolare alcun messaggio ulteriore. È proprio in seguito a queste prime riflessioni che, già dal ’57 e per la durata di tutta la sua carriera, Manzoni inizia la celebre serie degli Achromes. Si tratta di lavori che riflettono sull’utilizzo di una superficie totalmente neutra, che invade ogni materiale scelto per la composizione dell’opera. In certi casi si tratta di oggetti, in altri delle tele stesse, che vengono come mummificati nel caolino, resi in qualche modo eterni. È in un certo senso quello a cui aspira ogni artista con la propria opera: renderla eterna.
Ma l’arte intesa in senso tradizionale è ormai totalmente accantonata, non rientra negli interessi di Manzoni. La sua fuga dal quadro prosegue e si fa ancora più estrema nel ’59, quando inizia una nuova serie: le Linee. Questi lavori rappresentano per certi aspetti una prosecuzione delle ricerche precedenti in quanto la linea può essere considerata anch’essa una superficie monocroma e potenzialmente ripetibile all’infinito, dunque potenzialmente eterna. D’altro canto, però, costituiscono un primo esperimento di quello su cui si fonderanno le opere successive: si tratta, già in questo momento, di opere “in scatola”, realizzate per non essere visibili. Manzoni traccia le sue linee con un tampone imbevuto di inchiostro su strisce di carta di lunghezza variabile fra i 3 e i 7000 metri, eseguite in un lasso di tempo che viene registrato sul retro della carta. I rotoli su cui sono tracciate le linee vengono poi chiusi in scatole cilindriche sigillate, sulle quali sono riportate misura, data e autore. Questo tipo di ricerca si fonda su una precisa ed intensa contestazione nei confronti della società dei consumi, in cui tutto viene mercificato. Con un chiaro intento provocatorio, Manzoni vuole dimostrare che anche l’artista può mercificare l’arte, e può inoltre rendere arte qualunque cosa semplicemente sigillandola dentro una scatola e firmandola. Forme più radicali di queste riflessioni si hanno con i Corpi d’aria, le cosiddette “sculture pneumatiche” che l’artista mette in vendita composte da un pallone e da un treppiedi ripiegati all’interno di una scatola, e che sarà poi il cliente a gonfiare. Un ulteriore sviluppo si ha con Fiato d’artista, che rappresenta la versione di quest’opera già gonfiata dall’artista. Anche qualcosa di così impalpabile ed intimo come il fiato, quindi, può essere messo sul mercato. Il salto definitivo verso una vera rivoluzione viene raggiunto nel ’61, quando Manzoni approda alla realizzazione delle scatolette di Merda d’artista, in cui sigilla i propri escrementi in novanta esemplari che vengono venduti al prezzo di giornata dell’oro. Arte e artista sono adesso completamente identificati l’una nell’altro. Non è esatto pensare che le opere siano costituite dal contenuto di queste scatole, dal momento che si tratta di scatole che sono destinate a restare sigillate. Il vero prodotto artistico è costituito dal gesto che compie l’artista nel momento in cui le firma e conferisce loro autenticità, suggellando un patto con chi entrerà in possesso di quell’oggetto, che sarà chiamato a fidarsi riguardo al contenuto della scatola e a perpetuarne il mistero lasciandola chiusa. Un mistero destinato a rimanere per sempre tale.
E non è forse anche questo, dopotutto, un’opera d’arte?