Palazzo Te e il genio di Giulio Romano

Se avete una giornata libera e non sapete come passarla vi consiglio caldamente di visitare la città di Mantova, capoluogo lombardo ma soprattutto sede in passato di una ricchissima corte, quella dei Gonzaga, che, nel corso del ‘500, ha regalato all’Italia dei veri capolavori e che ha visto protagonisti alcuni dei più celebri artisti italiani del Rinascimento, come Raffaello e Tiziano. Molto noto è Palazzo Ducale con gli splendidi affreschi di Mantegna, autore, nella seconda metà del ‘400, della Camera degli sposi, dove si trova il celeberrimo oculo. Ma non tutti sanno che a Mantova si trova anche un altro importante palazzo, fatto realizzare da Federico II Gonzaga e il cui progetto fu interamente ideato dall’architetto e pittore Giulio Romano, allievo di Raffaello, fuggito da Roma dopo la morte del maestro e dopo il sacco del 1527.

Il suo nome, Palazzo Tè o Palazzo del Tè, deriva dalla forma delle due strade realizzate nel luogo di costruzione quando l’area fu bonificata (anni prima della sua edificazione): il palazzo sorge infatti sull’omonima isola, collegata alla città mediante l’ausilio di numerosi ponti. Il progetto di Giulio Romano, che si innesta su una costruzione già presente ma di dimensioni minori, iniziò con un ampliamento che prevedeva l’aggiunta di tre nuove ali e fu iniziato nel 1525, dopo l’arrivo dell’artista in città; fu pensato come residenza suburbana del duca Federico II Gonzaga, il quale desiderava allontanarsi dal pubblici uffici per oziare in mezzo alla natura e alle meraviglie dell’arte (e anche per nascondersi con la sua amante). Inoltre assolse per almeno due volte anche la funzione cerimoniale, nel 1530 e nel 1532 quando l’imperatore Carlo V si recò in visita alla città.
A partire dal modello Vitruviano contenuto all’interno del De Architectura, Giulio Romano si ispira all’antica domus romana, disposta interamente su un solo piano con la pianta suddivisa in piccoli quadrati e prevista di quattro entrate, uno per ciascun lato. Esternamente le pareti del palazzo si articolano su due registri sovrapposti realizzati in bugnato: nella parte superiore si tratta di un bugnato liscio in cui si collocano una serie di finestre rettangolari, mentre nella parte inferiore l’architetto scelse di utilizzare il bugnato rustico, simulato da mattoni rivestiti di stucco, nel quale si trovato finestre di forma rettangolare. Le pareti sono caratterizzate da paraste giganti d’ordine dorico, che si alternano alle finestre e nella trabeazione le metope presentano una decorazione a “trofei et instrumenti” accanto ad episodi legati alle imprese della famiglia Gonzaga.

Facciata nord-occidentale, Foto di Bluffton.edu ©

L’ingresso principale è posto nella facciata nord-occidentale e si apre su un vestibolo quadrato con quattro colonne che suddividono lo spazio in tre navate, la principale voltata a botte, mentre quelle laterali con un soffitto piano.

Disegno della facciata nord-orientale

La facciata nord-orientale invece è aperta al centro da tre archi affiancati, mentre le finestre del registro inferiore sono sormontate da pietre a bugnato rustico aggettanti rispetto alla parete, le quali, oltre a creare effetti chiaroscurali che movimentano la superficie, sconfinano nell’architettura soprastante, chiaro segno della spinta manieristica che caratterizza l’intera costruzione.

Attraversando l’ingresso principale e il vestibolo si giunge nell’ampio cortile quadrato interno, dove un tempo si trovava un labirinto e che è costruito su modello del peristilio delle case antiche.

Cortile interno, Foto di tonidirossi ©

Anche qui l’architetto decise di utilizzare il severo ordine dorico ma trasformò le paraste esterne in semicolonne giganti che sorreggono una trabeazione in cui, alcuni triglifi slittano verso il basso creando un effetto di movimento ma anche di instabilità e fragilità, come se l’edificio stesse per crollare: questi effetti giocosi e travolgenti, divertenti e terrorizzanti allo stesso tempo percorrono tutta la concezione del palazzo e si ritrovano anche in una delle sale più importanti del palazzo (sicuramente la più celebre), quella dei Giganti. Le pareti sono decorate con bugne sia lisce che ruvide disposte in modo casuale così da dare l’effetto non finito a tutta la superficie, nella quale si inseriscono finestre sormontate da frontoni triangolari, come i timpani di un tempio. Anche tutti questi elementi sono chiaro simbolo dell’aspetto manieristico del palazzo, nel quale iniziano ad essere messi in discussione alcuni principi architettonici del classicismo rinascimentale, attraverso l’utilizzo di licenze e capricci.

Loggia di David, Foto di cortebenedetta ©

Una delle pareti del cortile si apre su una loggia (la Loggia di David) caratterizzata da imponenti serliane sostenute da gruppi di colonne binate, ispirate al deambulatorio michelangiolesco di San Pietro. Attraverso un ponte collocato su due grandi peschiere si giunge poi al giardino, chiuso sul fondo da un imponente esedra (ispirata al cortile del Belvedere bramantesco) e dove, ai margini, si apre una loggetta decorata con grottesche e figure allegoriche, affacciata su un giardino segreto, per mezzo del quale si accede ad una grotta (non realizzata da Giulio Romano). Infine la facciata del palazzo che da sul giardino è caratterizzata da uno zoccolo in bugnato rustico e da piccole serliane, che proteggevano gli ambienti interni dal sole; nel ‘700 fu poi rimaneggiata attraverso l’aggiunta di un frontone rettangolare sopra le serliane.

Facciata sul giardino, Fotoda guideturistichemantova.it

Nell’intero progetto architettonico Giulio Romano si ispira al linguaggio classico (sia tramite Vitruvio, sia facendo riferimento ad alcuni dei modelli rinascimentali più significativi), ma, nelle sue mani, viene rimaneggiato e ne vengono forzati i caratteri tipici di solidità e ordine: l’effetto che si ottiene è quello di un edificio innovativo, che inizia a guardare ai capricci architettonici barocchi, anche se in modo ancora contenuto; innovazione ottenuta mediante l’uso di reminescenze archeologiche, spunti naturali e una particolare attenzione decorativa.

Giulio Romano si occupò anche della decorazione interna degli appartamenti del palazzo avvalendosi di molti collaboratori, tra pittori e stuccatori (tra questi possiamo sicuramente ricordare la figura di Primaticcio). La sua opera anche in questo caso reca una forte impronta manieristica, derivata dallo studio del suo maestro, Raffaello, con il quale aveva realizzato le Stanze Vaticane e che precedentemente aveva realizzato alcune opere per la corte gonzaghesca. Il pittore riprende lo stile del maestro e lo unisce al suo interesse per Michelangelo: ne risultano così figure monumentali che giganteggiano e franano sul primo piano e che si articolano in pose elaborate e affettate tipiche del Manierismo, intrecciate in una composizione a fregio antichizzante, risultato di una personale interpretazione del disegno e della grazia raffaellesca. La sua pittura si allontana cosi dal classicismo rinascimentale, acquisendo caratteri preziosi e antinaturalistici: non prende più a modello la natura ma i grandi maestri del Rinascimento.
L’esempio sicuramente più straordinario ed eloquente della sua lezione è la Sala dei Giganti, la maggiore dell’intero palazzo (affrescata tra il 1532 e il 1535), a pianta quadrata e sormontata da un soffitto a cupola. La caratteristica principale di questa stanza è che la pittura ricopre tutta la superficie delle pareti, annullandone il valore plastico e creando un effetto totale di sfondamento dell’architettura verso uno spazio aperto. Inoltre l’idea di Giulio Romano era quella di creare uno spazio unificato che annullasse qualsiasi punto di riferimento reale: perciò eliminò anche lo stacco tra piano verticale e orizzontale, realizzando sul pavimento un mosaico a ciottoli blu, che simulasse un fiume, il quale doveva ricongiungersi alla rappresentazione parietale (purtroppo oggi andato perduto). Nella cupola vi è rappresentato Zeus che, mediante l’uso della folgore, sconfigge i giganti mentre stanno cercando di risalire il Monte Olimpo. L’episodio, che riprende il mito della Gigantomachia, è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, ma presenta alcune variazioni rispetto al testo originario, probabilmente perché il pittore utilizzò come riferimento una versione volgarizzata di Niccolò degli Agostini: infatti troviamo rappresentate insieme ai giganti anche delle scimmie, totalmente assenti nella versione di Ovidio ma citate in quella in volgare, nella quale si dice che il sangue dei giganti si tramutò in “scimie”. Secondo alcuni la scelta di questo episodio evocherebbe la vittoria di Carlo V contro il protestanti.

I giganti, Foto di lavocedinewyork ©

Le figure dei giganti sembrano franare verso il basso con tutto il loro peso in un continuum narrativo che coinvolge lo spettatore attraverso un ritmo concitato e sincopato: in modo analogo all’architettura del giardino, Giulio Romano simula l’idea di un crollo imminente dell’intera sala dando una sensazione di straniamento; si può notare infatti come le architetture dipinte sopra le porte stiano crollando sotto il peso dei giganti, qui rappresentati come essere antropomorfi e non mostri dalle mille braccia. Le figure michelangiolesche, “terribili” nella loro monumentalità, si intrecciano in pose innaturali e attentamente studiate, per creare un effetto di preziosità ma allo stesso tempo di dinamismo vorticoso.

Per accentuare l’effetto di disorientamento verso il visitatore, Giulio Romano prestò attenzione anche all’aspetto sonoro nella progettazione dell’ambiente: il suoni all’interno della stanza infatti sono notevolmente amplificati e giungono anche dagli altri ambienti creando un effetto straniante.

In questo palazzo, tra pittura e architettura, Giulio Romano diede prova delle sue abilità artistiche e della sua abilità creativa, generando storie tratte dal mito classico cosi come dall’epos cristiano, in un esplosione di immagini, che perfettamente lo presentano come uno dei primo maestri del Manierismo italiano, la cui lezione avrà grande influenza su molti pittori della seconda metà del ‘500. Nasce così un linguaggio nuovo che dalla grazia e dall’ordine rinascimentale condurrà il secolo alla magniloquenza e allo sfarzo barocco.