Le storie di Antonio e Cleopatra in Palazzo Labia a Venezia

Situato nella parrocchia di San Geremia a Venezia, palazzo Labia, oggi sede della Rai, ospita una delle più importanti imprese pittoriche del Settecento veneziano, realizzata da Gianbattista Tiepolo e dal quadraturista Gerolamo Mengozzi Colonna a partire dal 1746. Il palazzo fu realizzato dalla famiglia Labia, mercanti di origine spagnola, tra il 1685 e 1696 come simbolo del nuovo status nobiliare recentemente acquisito nel 1646 in seguito ad un’ingente donazione alla Repubblica di Venezia per finanziare la guerra di Candia contro i Turchi. Restaurato già nel 1734, il palazzo fu teatro di una prima impresa decorativa eseguita dal pittore Gianbettino Cignaroli tra il 1735 e il 1738, con la quale vennero decorati quattro soffitti con scene nunziali, tra cui l’episodio del matrimonio tra Giove e Giunone alla presenza di altre deità nel salone centrale da poco realizzato. 

Gianbettino Cignaroli, Giove e Giunone alla presenza di altre deità

L’intervento di Tiepolo e Mengozzi Colonna, commissionato per celebrare il centenario dell’acquisizione del titolo nobiliare, si estende su tutte le superfici del salone centrale, cancellando completamente quello precedente. La decorazione dei due artisti trasfigura lo spazio reale del salone attraverso una pittura dai forti tratti illusionistici, in cui la partitura architettonica di Mengozzi Colonna trasforma il palazzo in un altro ambiente, la reggia egiziana di Cleopatra, con alte colonne corinzie, archi a tutto sesto e un grande tripudio di marmi policromi. Le pareti si smaterializzano e oltre l’architettura si aprono nuovi scenari e realtà, in cui i personaggi della storia romana antica sono colti nel pieno della loro storia d’amore. Si tratta di Marco Antonio e Cleopatra, ritratti in due momenti differenti della loro relazione, a sinistra l’episodio dell’Incontro presso il porto di Alessandria, mentre a destra il Banchetto all’interno della reggia della regina d’Egitto. Attraverso l’illusionismo della pittura lo spettatore si trova così completamente immerso negli eventi che vengono narrati davanti a lui in qualità di protagonista e testimone attivo: infatti, gli spazi realizzati al di là dell’architettura dipinta appaiono come una continuazione dell’ambiente reale, il quale da una parte si apre verso l’esterno sul porto dove i due amanti si stanno incontrando, mentre dall’altra prosegue in una loggia sopraelevata dove è imbandito il lussuoso banchetto.

L’episodio del Banchetto è molto diffuso fin dal Cinquecento ed è tratto da un passo della Naturalis Historia di Plinio, in particolare dal passo in cui egli descrive le proprietà delle perle: narra Plinio che Cleopatra, sfidata da Antonio a realizzare un banchetto da più di dieci milioni di sesterzi, avrebbe disciolto i suoi orecchini di perle nell’aceto per poi inghiottirle, vincendo così la scommessa. La scena rappresentata da Tiepolo si sofferma proprio su questo momento del banchetto, trasformando la mano sollevata di Cleopatra nel fulcro dell’intero dipinto su cui tutti gli sguardi sono attratti. Attorno ad un tavolo circolare si dispongono i personaggi principali e una serie di figure esotiche, parte della corte di Cleopatra, tra cui sarebbe possibile riconoscere anche alcuni ritratti tra cui quelli dei due artisti. Alle loro spalle, su una galleria sopraelevata, si trovano alcuni musici, intenti ad intrattenere gli ospiti, mentre negli spazi laterali, che si aprono oltre l’arcata, si intravedono altri ambienti, le cucine forse, in cui alcuni si trovano alcuni servi e alcune credenze ricche di preziose stoviglie.

L’episodio dell’Incontro invece non appartiene ad una tradizione iconografica molto radicata ed era stato associato a quello del Banchetto solo recentemente proprio da Tiepolo in due dipinti, oggi conservati presso Mosca. In questo caso la scena è tratta dalla Vita di Antonio di Plutarco, probabilmente però attraverso la mediazione del De Mulieribus Claris, testo in volgare di Boccaccio, in cui il poeta toscano associa proprio i due episodi. Tiepolo ritrae il trionfo di Marco Antonio ad Alessandria in seguito alla guerra contro i Parti e alla cattura del re armeno Artavasde, qui rappresentato sullo sfondo, nei panni di un importante prigioniero dagli abiti suntuosi ma con atteggiamento mesto e sofferente. In primo piano si stagliano i due protagonisti, che incedono l’uno accanto all’altra: Cleopatra, circondata ancora una volta da numerose figure esotiche della sua corte, entra in scena da sinistra in un ampio abito settecentesco con fantasie floreali, come fosse un’apparizione; davanti a lei Marco Antonio sembra titubante e insicuro, quasi non riuscisse a sostenere il suo sguardo. La figura femminile viene così celebrata per la sua bellezza, ma anche per il suo potere. Ancora una volta ai lati dell’arcata si aprono due spazi, utilizzati da Tiepolo per dare respiro alla composizione, in cui appaiono altri membri del corteo, tra cui si può forse riconoscere il ritratto del committente, Paolo Antonio Labia. 

Nella parte superiore del salone si dispiega un ricco apparato di figure mitologiche ed allegoriche, che culmina nel grande oculo in trompe l’œil al centro della volta. In alto sulle pareti troviamo alcune coppie di figure, tra cui la rappresentazione del Ratto di Proserpina e due rappresentazioni allegoriche, ovvero La Nobiltà che tiene a bada l’Invidia e La Giustizia e l’Autorità . Il soffitto è caratterizzato da una struttura architettonica illusionistica, che ricrea una calotta traforata con decori a racemi vegetali in finto stucco, dove, negli angoli sono presenti quattro finti bassorilievi con scene di sacrificio, emblema della Virtus e dietro di essi quattro cartocci in finto bronzo con simboli di divinità. Nel grande oculo centrale, aperto illusionisticamente sul cielo, si trova una vera e propria celebrazione della Virtù e della Gloria dei Labia, che assume le sembianze, nella parte inferiore, del guerriero greco Bellerofonte a cavallo di Pegaso, simbolo della Virtù che sconfigge i Vizi, qui rappresentati da due figure acquattate (al posto della più comune chimera), mentre nella parte superiore una bellissima figura femminile con gonfi abiti gialli e lilla, capelli ricci e biondi e al suo fianco una struttura architettonica (forse una piramide) rappresenta la Gloria dei Principi. 

Nella parte superiore del salone si dispiega un ricco apparato di figure mitologiche ed allegoriche, che culmina nel grande oculo in trompe l’œil al centro della volta. In alto sulle pareti troviamo alcune coppie di figure, tra cui la rappresentazione del Ratto di Proserpina e due rappresentazioni allegoriche, ovvero La Nobiltà che tiene a bada l’Invidia e La Giustizia e l’Autorità . Il soffitto è caratterizzato da una struttura architettonica illusionistica, che ricrea una calotta traforata con decori a racemi vegetali in finto stucco, dove, negli angoli sono presenti quattro finti bassorilievi con scene di sacrificio, emblema della Virtus e dietro di essi quattro cartocci in finto bronzo con simboli di divinità. Nel grande oculo centrale, aperto illusionisticamente sul cielo, si trova una vera e propria celebrazione della Virtù e della Gloria dei Labia, che assume le sembianze, nella parte inferiore, del guerriero greco Bellerofonte a cavallo di Pegaso, simbolo della Virtù che sconfigge i Vizi, qui rappresentati da due figure acquattate (al posto della più comune chimera), mentre nella parte superiore una bellissima figura femminile con gonfi abiti gialli e lilla, capelli ricci e biondi e al suo fianco una struttura architettonica (forse una piramide) rappresenta la Gloria dei Principi. La decorazione del salone vuole quindi mettere in luce diversi aspetti: da una parte i Labia, privi di illustri antenati, celebrano sé stessi in qualità di mecenati e patroni delle arti, il tutto possibile solo grazie alla loro grande fortuna economica, accumulata mediante la produzione e il commercio di tessuti preziosi. Così facendo si celebra anche Venezia, ormai militarmente neutra a metà Settecento, come patria delle arti, viste come valori di civiltà. Inoltre, Venezia rivive nella figura di Cleopatra, personificazione di Alessandria, in cui la Serenissima si identifica, così come si identifica in Atene, richiamata dalla rappresentazione di Minerva sopra l’ingresso principale. Infine, attraverso Cleopatra e le numerose figure femminili presenti nel salone, si assiste ad un’imponente celebrazione della donna da un punto di vista profano, per la sua bellezza ma anche per la sua potenza.

«È sorprendente come l’uomo socievole possa supporre che apporti titoli alla nobiltà l’esercizio delle armi che distrugge le popolazioni, e denigri il carattere nobile del commercio, che le nutrisce, che scioglie dalla barbarie, e v’introduce le arti e le scienze»

Andrea Tron (1748)