Creature magiche e geometrie sognanti. Il visionario Osvaldo Licini alla Collezione Peggy Guggenheim

È notte. Nella laguna veneziana, mentre il cielo si colora di un blu intenso e ‘’l’esile luna versa un sacro lume’’ come scrive Paul Valéry, emerge improvvisamente dall’acqua un’ombra accompagnata da misteriose creature fluttuanti. I ferri di prua vestiti d’oro sembrano, come uno sciame di lucciole, tracciare un magico percorso sull’acqua con in mente un’unica direzione: il Peggy Guggenheim. Lo immaginiamo così, denso di poesia e mistero l’arrivo di Osvaldo Licini alla Collezione Peggy Guggenheim che, con oltre 100 opere disposte in 11 sale fino al 14 gennaio 2019, ricorda il curioso e ribelle percorso dell’artista marchigiano dai colli della sua terra ai primitivi Angeli, sempre in ricerca di nuovi segni al limite della figurazione e dell’astrazione.

Così come per le sue opere risulta impossibile associare le ricerche artistiche di Licini a determinati movimenti, tuttavia, si può dire che di ognuno ne coglie l’originaria intenzione e la fa propria. È per questo che, guardando le opere esposte in mostra, non si può che scorgere nella loro diversità, una acuta coerenza frutto di in vivido sentire che supera le geometrie del suo tempo. Geometrie ‘’liberamente concepite’’ come direbbe lo stesso artista e che si fanno sentimento, distaccandosi da quelle di Kandinskij e Mondrian per giungere, attraverso le forme, ad una realtà ricca di poesia e di lirismo in cui dar vita alle simboliche figure dell’Amalasunta, dell’Olandese volante e dell’Angelo Ribelle. Le chiavi di lettura delle sue opere sono infinite: dall’attitudine leopardiana alla filosofia di Nietzsche e al visionario Rimbaud, senza dimenticare il delicato spleen dei nudi di Modigliani che tanto apprezzava e l’epifanica essenzialità del suo amico Morandi. Un’artista che non si è mai accontentato e che ha fatto della libertà non il fine bensì il mezzo per attraversare, senza limite alcuno e sempre con estrema ironia, le più tortuose vie esistenziali dell’uomo. La sua raffinata ricerca cromatica, l’alleggerimento della materia e la condizione primordiale del segno rendono all’occhio umano palpabile quello che lui definiva il suo regno: l’aria. Che Calvino non si sia ispirato proprio a lui per “Le città invisibili” e “Le cosmicomiche”, il quale dal telescopio più prezioso che l’uomo può possedere, ovvero quello del cuore, non smise mai di interrogarsi sui misteri dell’Universo.

L’eredità che ci ha lasciato Licini non ha prezzo. Con i suoi misteriosi personaggi e le sue sognanti geometrie, compie un lungo viaggio perennemente inquieto muovendosi, come solo il migliore degli acrobati sa fare, su quei sottili fili che seguono i segreti del vento e, fluttuando nell’aria, restano sospesi tra realtà e irrealtà con un unico obiettivo: quello di sentirsi liberi. V’è un confine sottile che avvicina irrimediabilmente l’arte alla vita di ognuno di noi e non ha avuto paura di percorrerlo dissacrandolo, interrogandolo e superandolo con quella tormentata e brillante leggerezza tipica di chi, con coraggio, sfida intemperie interiori ed esteriori per approdare a territori inesplorati. In quel suo infinito pellegrinare, nomade irrequieto ai confini dei vasti continenti dell’arte, non trovò mai certezze tranne leggere le poesie di Dino Campana al suo amico Modigliani, quando il Cafè de La Rotonde si riempiva di artisti e allora Parigi indossava il suo abito migliore: quello della notte. Ed è così che desidero ricordarlo, con quelle parole che tanto amava e che meglio di nessun’altre catturano l’essenza delle sue opere:

“Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortura e volare distesa verso le valli immensamente aperte [..] Volava senza fine sulle ali distese, leggere come una barca sul mare.”


Osvaldo Licini