Perché proporre una mostra su Banksy non ha molto senso

It’s definitely boom time in the discontent industry

Banksy, Independent UK, 8 Maggio 2007

Sul sito di Banksy, alla voce “Shows”, si trova scritto: “Members of the public should be aware there has been a recent spate of Banksy exhibitions none of which are consensual. They‘ve been organised entirely without the artist’s knowledge or involvement. Please treat them accordingly”. Tra le mostre provenienti da tutto il mondo presenti nell’elenco intitolato “Fake” si trova anche l’esposizione A Visual Protest. The Art of Banksy inaugurata di recente al MUDEC di Milano. Ovviamente i curatori della mostra non nascondono questo fatto, né avrebbero motivo di farlo, dato che non rappresenta una sfida nei confronti dell’artista o un furto di proprietà: lo slogan “copyright is for losers” dello stesso Bansky autorizza implicitamente tale utilizzo dei suoi lavori. D’altra parte, sarebbe contradditorio proporre un’arte di strada, che per sua stessa natura si rende fruibile liberamente a chiunque e, contemporaneamente, sostenere di esserne gli unici proprietari. Approfittando, dunque, di questo vuoto lasciato volutamente da Banksy, non solo è possibile realizzare retrospettive con opere provenienti da collezioni private e riproduzioni dei lavori dell’artista nel mondo, o vendere cataloghi e merchandising ispirato alla sua arte, ma, soprattutto, è possibile schivare qualsiasi critica, sostenendo l’idea che ribellarsi allo stesso Banksy sia il modo migliore per dimostrare di aver compreso il suo lavoro. Per quanto riguarda nello specifico la mostra a Milano non si tratta nemmeno di sostenere, come è stato fatto recentemente, che essa sia una mostra ipocrita perché, parallelamente all’importanza data alla street art di Banksy, la città di Milano si vanta della lotta al degrado rivolta contro i writers italiani. E questo per un motivo che, pur sembrando banale, vale la pena di spiegare.

Parigi 2018

Da quando Banksy ha ricevuto il riconoscimento di artista contemporaneo e le sue opere esposte hanno iniziato ad essere salvaguardate e vendute – a volte le due cose non sono andate nella stessa direzione – la sua figura ha smesso di essere legata solamente al mondo della street art, per assumere la forma di un simbolo universalmente riconosciuto. La conseguenza più immediata è che, così come i lavori di Shepard Fairey, Blek Le Rat, Blu e Invader, anche i lavori di Banksy sono considerati fin dalla loro realizzazione sempre più delle opere d’arte e, parallelamente, sempre meno delle attività illegali. Allo stesso modo, una volta accertato che un lavoro fatto all’interno di uno spazio pubblico è riconducibile a Banksy, esso smette di appartenere al mondo territoriale della street art urbana per far parte di quell’universo senza confini sintetizzato dal nome dell’artista. Ora, ciò che può sfuggire in questa logica è che Banksy in questo modo viene sdoppiato. Da una parte, infatti, si continua ad avere a che fare con uno dei più creativi esponenti della street art, la cui identità rimane ancora oggi ignota, ma il cui stile è caratterizzato da alcune prese di posizione ben specifiche nei confronti della situazione sociale e politica contemporanea. Dall’altra parte, tuttavia, il tag Banksy lascia spazio ad un secondo profilo che, per i suoi contorni più astratti e generici, può essere descritto come un simbolo genericamente condiviso e accettato. Va da sé che questa distinzione non deve essere intesa come una divisione tra una parte giusta e una parte sbagliata, tra una parte autentica e una inautentica, né si tratta di una distinzione stabilita con l’accetta, ma piuttosto si tratta di una distinzione priva di confini ben definiti, scivolosa, che lascia spazio tanto a momenti di conflitto fra questi due aspetti quanto a momenti di riconciliazione. Ritornerò in modo più specifico su questa divisione fra poco, per adesso la cosa più interessante da sottolineare sono le conseguenze che quest’ultima comporta nel rapporto fra la fama che Banksy ha raggiunto e la street art come pratica che vive al confine tra legalità ed illegalità. Anzi, per essere precisi, bisognerebbe scrivere fra Banksy e l’universo dei graffiti perché, come viene spiegato in un articolo del New York Post dal titolo “Why taggers hate Banksy” , “La Street art è associata ai capricci e alla gentifricazione – a cose che nel mainstream sono considerate socialmente positive o, almeno, non distruttive. Al contrario, i graffiti sono i segni della povertà, della criminalità e della mancanza di ordine nello spazio. I sindaci di New York li hanno attaccati almeno fin da John Lindsay”. Il rispetto che, tuttavia, continua ad esserci nel mondo dei writers per l’arte di Banksy – nonostante il suo lavoro nomade lo porti spesso a scontrarsi con le logiche territoriali dei writers e nonostante egli venga accusato di essere stato il primo ad avere iniziato questa sfida – può trovare una possibile spiegazione proprio a partire da questa duplice natura di cui ho accennato. Difficilmente, infatti, Banksy può essere considerato semplicemente come un artista mainstream che più nulla ha a che fare con la sottocultura dei writers, dato che in ogni suo lavoro è possibile riscontrare tanto una continuità di stile quanto, ed è la cosa più importante, una specifica presa di posizione nei confronti di alcuni temi sociali ed etici. Non da ultimo, si deve aggiungere a queste motivazioni la sua battaglia per mantenere un’identità anonima. Risulta chiaro, quindi, che la maggior parte delle critiche che writers, artisti di strada e appartenenti a sottoculture che con lui condividono quantomeno un immaginario comune, siano rivolte non a Banksy come singolo artista, ma a Banksy come simbolo universalmente condiviso e quindi accettato. Arriviamo così al motivo che mi ha portato a esplicitare questa distinzione: di quale Banksy si sta parlando quando si attacca la città di Milano perché elogia quest’ultimo mentre rende la vita difficile ai writers locali? Trasportati all’interno di uno spazio clinico come una galleria o un museo, con l’intento di mostrarne i legami con movimenti artistici precedenti, i lavori dell’artista non possono, infatti, che accentuare e celebrare lo status di simbolo globale che Banksy ha raggiunto. Non c’è dunque nulla di paradossale o contradditorio nel rendere omaggio alla street art di Banksy mentre, allo stesso tempo, si mantiene una linea dura nei confronti degli altri writers. Esattamente come chi appartiene al mondo dei writers può ancora riconoscere Banksy come un artista vicino alla loro cultura mediando o riducendo l’impatto che il suo porsi come simbolo globalmente diffuso comporta, i musei e le gallerie possono fare proprie le sue opere riducendo o mediando il lato spigoloso della sua figura artistica, di cui l’appartenenza ad una cultura che vive nell’illegalità costituisce un aspetto fondamentale. Il punto principale è che, accentuando il lato storico, genealogico e archivistico, così come descrivendo il contenuto dei suoi lavori come opere che trattano “argomenti universali come la politica, la cultura e l’etica”  a venire meno è la specifica presa di posizione dello stesso Banksy. Vale la pena di ripetere, prima di proseguire, che questo non significa che si abbia a che fare con un Banksy falso o, peggio, che questo vada contro il suo stesso lavoro, piuttosto va inteso come lui stesso invita a fare nella citazione che ho riportato all’inizio di questo articolo: “Please treat them accordingly”.

Dismaland, Ice Cream Van, 2015

Ebbene, che la maggior parte delle sue opere possano essere condivise e utilizzate come delle generiche forme di protesta contro il sistema rende vago, ma non elimina, il fatto che i lavori di Banksy siano dichiaratamente antifascisti, contrari alle politiche discriminatorie nei confronti dei migranti – come i murales su Calais e la vasca presente a Dismalandvicini al popolo palestinese e critici nei confronti dell’industria della carne. In altre parole, l’universalità del simbolo Banksy oscura parzialmente, ma non elimina, la particolarità del tratto, del segno Banksy. Come accennavo prima, se questi due aspetti possono convivere pacificamente fra loro, vi possono, tuttavia, essere momenti in cui essi vengono messi in discussione, ad esempio ogni volta che viene inaugurata una mostra che riporta il suo nome, così come momenti in cui essi entrano esplicitamente in conflitto: qual è, infatti, la forma più alta di riconoscimento nel mercato dell’arte contemporanea se non un’asta in cui dei miliardari si sfidano per comprare le tue opere? E quale miglior modo per riaffermare il proprio scarto e la propria resistenza se non quello di distruggere l’opera appena venduta? (sì, sto parlando proprio di quel video che ad nauseam è stato riproposto ovunque). Entriamo in questo modo nel vivo della questione, dato che questa tendenza a rendere simbolo astratto e quindi potenzialmente condivisibile da tutti Banksy è una vicenda che non riguarda solo quest’ultimo, il mondo dell’arte o le controculture – senza voler generare nessun confronto, ricordo semplicemente la recente vicenda che ha portato Zerocalcare a ribadire il suo appoggio al movimento No Tav dopo i commenti di alcuni fan sorpresi per un manifesto che ha disegnato -, ma un atteggiamento sempre più diffuso e preso di mira in senso satirico dallo stesso Banksy. Come ha affermato Žižek in una conversazione con Glyn Daly, ma un po’ ovunque dato che è un ritornello che si ripete con frequenza nei suoi interventi, “nei centri commerciali troviamo una serie di prodotti deprivati dalla loro proprietà negativa: caffè senza caffeina, gelati senza calorie, birre senza alcool […] così come la ridefinizione contemporanea di politica come arte di perfetta amministrazione è una politica senza politica e il contemporaneo multiculturalismo liberale e tollerante è un’esperienza dell’Altro senza Alterità ” da cui deriva “una realtà deprivata dalla sua sostanza, dal nocciolo duro del Reale”. In effetti, non è difficile trovare consenso quando si condivide un lavoro di Banksy sul riscaldamento globale perché più o meno chiunque è convinto in termini astratti che un mondo migliore è un mondo meno inquinato. Più difficile, tuttavia, è evidenziare lo stretto collegamento che lega questo, come gli altri lavori, al tentativo di Banksy di restare anonimo e di non fare dei suoi lavori oggetti di consumo. Nella sua introduzione a Wall and Piece, Banksy scrive che nella street art non vi è nessun “elitismo o montatura” dato che i graffiti “vengono esposti nei migliori muri che una città può offrire e nessuno è tagliato fuori dal costo d’ingresso […]. Le persone che vivono nelle nostre città non capiscono i graffiti perché pensano che niente abbia il diritto di esistere se non porta profitto, il che rende le loro opinioni prive di valore”.

Luxury Loft Complex

La storia paradossale di come Thierry Guetta, in arte Mr. Brainwash, sia diventato uno degli esponenti della street art più quotati nel mercato dell’arte in un lasso di tempo molto ristretto è documentata alla perfezione in quello che doveva, inizialmente, essere un documentario su Banksy e la nascita della street art. Exit Through the Gift Shop è un documentario del 2010 che segue le vicende di questo personaggio a dir poco bizzarro, Thierry Guetta, la cui mania di filmare tutto lo ha portato, per pura fortuna, ad immortalare la nascita della street art. Grazie alla sua ostinazione, Guetta era riuscito a conoscere e a filmare alcuni tra i nomi più noti di questa sottocultura a cui, però, mancava ancora uno dei più misteriosi. Da quanto Guetta stesso racconta nel documentario, la possibilità di immortalare l’artista britannico al lavoro era diventata una vera e propria ossessione: se anche gli altri artisti facevano della notte, della rapidità dell’azione e dell’anonimato degli elementi necessari per poter realizzare le loro opere, Banksy, con il suo essere refrattario a qualsiasi possibilità di contatto, portava queste condizioni all’estremo. Al di là del caso fortuito con cui Guetta riuscì alla fine a incontrare Banksy, stringendo con quest’ultimo un rapporto di fiducia, e al di là del modo in cui Guetta, prendendo troppo alla lettera un consiglio dell’artista di strada, finì per diventare Mr. Brainwash, ciò su cui voglio soffermarmi è una frase che lo stesso Guetta pronuncia nel documentario. Descrivendo la sua ossessione, il futuro Mr. Brainwash dichiara che quello che gli interessava di più era “portare alla luce del giorno tutto quello che si vedeva solo di notte”. Con questa frase Guetta, implicitamente, mette in risalto quell’importante legame che nell’arte di Banksy esiste fra le sue opere e la volontà di rimanere anonimo. L’anonimato, infatti, così come l’imprevedibilità del suo lavoro e il continuo persistere della sua arte in uno spazio situato ai confini tra la legalità e l’illegalità, non sono elementi esterni ai suoi stessi lavori, ma congegni che formano un unico dispositivo di resistenza nei confronti di quel “portare alla luce” di cui l’atteggiamento di Guetta è un paradigma. Per riprendere l’analisi che Jonathan Crary, professore di Modern Art and Theory alla Columbia University, ha esposto in 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno si può affermare che il bisogno di mettere tutto in luce e di non lasciare spazio a nessuna zona o elemento ignoto, non è che l’altra faccia di quel sempre disponibile a cui la diffusione delle attività aperte 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 ci hanno abituato: “La completa omogeneità del presente […] dipende dal potere ingannevole di una luce così diffusa da ritenersi in grado di raggiungere ogni dove, tanto da contrastare ogni possibile mistero o realtà ignota. Il 24/7 istituisce una discutibile equivalenza tra quel che risulta immediatamente disponibile, accessibile o utilizzabile e ciò che esiste”. Nel caso di Banksy il sempre disponibile si traduce in un utilizzabile da tutti ovvero nella creazione di un simbolo che ha subito un processo di raschiatura di ogni elemento fastidioso, pungente, come può essere una specifica presa di posizione etica e politica, di cui la volontà di dare importanza ad un gesto non immediatamente volto a generare profitto ne è un perfetto esempio. Attraverso questa prospettiva, il lato ironico dei lavori di Banksy si presenta come il risultato del suo portare alle estreme conseguenze il farsi prodotto e il farsi simbolo astratto delle questioni politiche e sociali che scandiscono la nostra contemporaneità. Un effetto che, come si sarà capito, è difficile ottenere se le sue opere, perdendo ogni legame con quelle specifiche posizioni di cui sono segni, non fanno che rinviare fra loro formando un unico, inconsistente, simbolo di protesta.

Tutte le immagini provengono da http://www.banksy.co.uk/, ad eccezione della seconda http://dismaland.co.uk/