Un viaggio fra ciclicità e assurdità firmato Mika Rottenberg

Sopra la propria testa, il rumore secco di un martello che batte contro la parete. Se gli si rivolge lo sguardo, ci si trova davanti l’immagine di una superfice fatta di lampadine colorate che vengono frantumate, un soffitto di vetro in continua distruzione.
È questo ciò che accoglie il visitatore alla prima personale italiana dedicata a Mika Rottenberg, artista di origine argentine cresciuta in Israele ma attualmente in attività a New York e assegnataria del Premio Kurt Schwitters 2018. Situata nella cornice del MAMbo, Museo di Arte Moderna di Bologna, la mostra a cura di Lorenzo Baldi in corso dal 31 gennaio al 19 maggio 2019 offre undici creazioni fra installazioni e video, che guidano il visitatore all’interno Sala delle Ciminiere al primo piano verso un assurdo viaggio nelle tematiche attuali legate a genere, classe sociali e capitalismo.
Le prime installazioni emergono lungo il perimetro della stanza, riproduzioni di estranianti simboli dell’immaginario femminile resi quasi asettici dalla loro artificiosità: un paio di labbra carnose in silicone che sputano fumo e attraverso le quali è possibile guardare un video che si ripete all’infinito; code di lunghi capelli che si muovono come al trotto di un cavallo; mani con unghie smaltate che ruotano su loro stesse. Ognuna di esse è caratterizzata da un movimento continuo circolare che sottolinea la ciclicità del tempo e invita lo spettatore in una dimensione senza confini fatta di femminilità sterile e surreale meccanicità.

Questa dimensione viene esplicitata soprattutto nelle opere video. Entrando in delle stanzette anguste create ad HOC, il tempo sembra dipanarsi in vigore di un mondo dove tutto è possibile. Il primo, un cortometraggio del 2012 di tre minuti intitolato Sneeze, vede protagonisti degli eleganti uomini d’affari incravattati che con un banalissimo starnuto fanno uscire dai loro lunghi ed esagerati nasi gli oggetti più disparati: conigli, bistecche e lampadine, quest’ultime elemento ricorrente nella produzione della Rottenberg, citazione al film sperimentale Kinetoscopic record of a sneeze di Edison. Per immergersi nel secondo video, bisogna prima passare per un sipario di ghirlanda in plastica a metà fra il natalizio e il glamour, estetica adatta per presentare l’opera che segue: Cosmic Generator del 2017. Le vicende si svolgono in quartiere cinese al confine tra Messico e California, estremi collegati da un tunnel sotterraneo che passa da Mexicali a Calexico. Donne di tutte le età sono impegnate nei loro lavori, alcune cameriere, altre cuoche, altre inservienti in enormi magazzini saturi di oggetti di plastica, una realtà raccontata attraverso tinte sgargianti e inquadrature statiche. I loro gesti sono meccanici, le loro espressioni vacue e assonnate, come rassegnate alla prigione-spazzatura in cui sono rilegata. L’opera strizza l’occhio sia alle politiche americane (l’elezione di Trump e la costruzione del muro al confine fra America e Messico), sia sull’estraniazione che caratterizza la riproduzione di massa. In questo, così come negli altri video presenti alla mostra, Mika Rottenberg si occupa di indagare come il corpo di normali donne esuli dai canoni di bellezza patinati si trasformi in un vero e proprio oggetto, sia strumento che materia prima, mentre l’oggetto fisico viene svuotato del suo significato originario e diventa un prodotto inutile e assurdo di una catena di montaggio destinata a ripetersi per sempre. Lo stesso accade in Bow Balls Souls Holes (AC and plant) del 2014 e NoNoseKnows del 2015, anch’essi loop narrativi al femminile dove la quotidianità del lavoro viene esasperata fino ai limiti del fantastico.

Sfruttando il linguaggio irriverente di Mika Rottenberg, il MAMbo propone un cocktail surreale che ha come ingredienti alienazione, saturazione e ripetizione, offerto ad un pubblico incuriosito e attento a ricercare una via di fuga verso nuovi reami immaginativi.