Margherita Sarfatti, non solo l’amante del duce ma una curatrice ante litteram

Nell’autunno 2018 sono state inaugurate due grandi mostre su Margherita Sarfatti, una al Museo del Novecento di Milano e l’altra al Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto (MART). Le due esposizioni, che si svolgono contemporaneamente e si potranno visitare fino al 24 febbraio 2019 sono autonome, in quanto trattano temi diversi e non espongono le stesse opere, ma allo stesso tempo complementari, dato che fanno parte di un progetto espositivo unitario e condividono un unico catalogo, edito da Electa. Mentre la mostra di Milano si concentra sull’attività artistica degli anni Venti nel capoluogo milanese, quella al Mart, intitolata “Margherita Sarfatti. Il Novecento Italiano nel Mondo”, mira ad esaltare il ruolo di questa donna nel mondo artistico, politico ed intellettuale dell’epoca ed in particolare alle mostre da lei organizzate fuori dall’Italia, con l’obiettivo di promuovere lo stile e la cultura italiana all’estero.

Margherita Sarfatti fu una delle più importanti critiche d’arte italiane in assoluto. Nacque a Venezia nel 1880 come Margherita Grassini, da una ricca e nota famiglia ebraica. Dopo il suo matrimonio con l’avvocato socialista Cesare Sarfatti (1898), ne acquisì il cognome. Già dal 1902 si trasferì a Milano e iniziò a scrivere su l’Avanti della Domenica, per poi essere assunta come responsabile della rubrica di critica d’arte sull’Avanti! (Giornale ufficiale del partito socialista italiano) nel 1909. Nonostante la fama della giornalista, che giocò un ruolo di estrema rilevanza sia come critica e collezionista d’arte, che come ambasciatrice dell’arte italiana nel mondo, Margherita Sarfatti viene ricordata ancora oggi molto spesso esclusivamente per la sua relazione con Benito Mussolini, conosciuto ai tempi dell’Avanti e per il quale la donna svolge un ruolo di enorme importanza, fino a divenire nel 1918 redattrice del quotidiano fondato dal futuro dittatore Il Popolo d’Italia. La donna lo seguirà nella sua trasformazione a duce e contribuirà alla creazione dei nuovi miti e alla propaganda che sono necessari al consolidamento del potere del movimento fascista.

La scrittrice raggiunse l’apice della sua attività culturale nel 1922 con la fondazione insieme al gallerista Lino Pesaro di un gruppo artistico, formato inizialmente da sette artisti: Mario Sironi, Achille Funi, Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Gian Emilio Manerba, Piero Marussig e Ubaldo Oppi. L’iniziale proposta di chiamare il gruppo Il Candelabro, venne scartata a causa dei forti riferimenti alla religiosità ebraica e sostituita da una denominazione di maggiore impatto: Novecento Italiano. Classificarsi “novecentisti” significava porre il proprio secolo, e quindi la propria produzione artistica al pari di quella dei secoli passati, del Quattrocento per esempio. Le opere di questi artisti vennero esposte per la prima volta nel 1924, alla Galleria Pesaro di Milano. Il loro intento era quello di proclamare un’arte che rispecchiasse la definizione di “moderna classicità”. Dopo la distruzione e la disperazione causate dalla Prima Guerra Mondiale, c’era bisogno di un ritorno al figurativo, alla bellezza, all’ordine. L’obiettivo comune era quello di riprendere il passato in chiave moderna e renderlo eterno. Ad esempio nel suo “Ritratto di donna con pelliccia” Piero Marussig riprende la ritrattistica rinascimentale veneziana per i toni cromatici, la rappresentazione della figura a tre quarti e lo scorcio sul paesaggio, dato dalla finestrella sullo sfondo.

Piero Marussig, “Signora con Pelliccia”, 1920, Mart

Nonostante l’allontanamento di alcuni membri a causa dell’adesione al fascismo della Sarfatti, in poco tempo il gruppo si ampliò ad una cerchia eterogenea di artisti, i quali miravano a esprimere lo stesso concetto di ripresa della tradizione attraverso interpretazioni sempre più personali. Agli artisti coinvolti dalla Sarfatti nel suo progetto culturale, tra i quali Massimo Campigli, Virgilio Guidi, Giorgio Morandi, Renato Paresce, Mario Tozzi e Adolf Wildt, è dedicata una delle prime sale della mostra, nella quale i loro autoritratti (ad eccezione del ritratto di Tozzi dipinto da Funi) sono esposti su un’ampia parete bianca, uno accanto all’altro. Questa disposizione monumentale vuole esaltare l’importanza di quest’associazione artistica, che si contraddistinse per l’impiego di una molteplicità di tecniche e stili, unito al celebre concetto di “moderna classicità”. Uno dei successi più celebri della Sarfatti è l’invito ricevuto nel 1924 a partecipare alla Biennale di Venezia, in qualità di gruppo. Sarà questa l’occasione per far conoscere l’arte del Novecento italiano al mondo. Rimasta vedova, scrive e pubblica nel 1925 una biografia su Mussolini intitolata DUX, che venne tradotta in tutte le lingue ed ebbe molto successo. Il libro venne letto da tutti e contribuì alla creazione del mito del duce. Un altro evento importante organizzato dalla Sarfatti è la Mostra internazionale delle arti decorative di Villa reale a Monza. L’intento delle opere esposte è quello di una ripresa dei modelli neoclassici nelle arti decorative contemporanee. Alla fine degli anni 20’ Margherita Sarfatti inizia a non approvare più tutte le scelte del duce e capisce che la parabola mussoliniana avrà vita breve. Decide allora di andare negli Stati Uniti, dove cercherà di avvicinare la cultura americana allo stile italiano. Mussolini nel frattempo si allea alla Germania e con l’avvento delle leggi razziali nel 1938 la Sarfatti è costretta a rimanere all’estero. Viaggia tra la Francia, gli Stati Uniti e l’Uruguay. Solamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale tornerà in Italia, nella sua casa di campagna a Cavallasca.  Alla fine della sua carriera scrive la sua celebre autobiografia intitolata Acqua passata, nelle quale ha modo di riflettere su sé stessa, sulle sue scelte di vita. Il fascismo è ormai per lei acqua passata, ma quello che invece rimarrà sarà la sua passione per l’arte. La mostra è divisa in diverse sezioni, che mirano a rappresentare le molteplici sfaccettature di questa figura così complessa e ci fanno rivivere le tappe più significative della sua celebre carriera.

Oltre all’esposizione di numerosi capolavori dell’arte italiana del XX secolo, la mostra di Rovereto è caratterizzata dalla presenza di numerosi documenti (tra cui articoli di giornale, lettere, pubblicazioni, manifesti, fotografie), resi disponibili dagli Archivi del Mart, del Fondo Sarfatti così come dalla biblioteca privata della scrittrice. In ogni sala le fonti letterarie e documentarie sono legate alle opere d’arte esposte: questo permette al visitatore di contestualizzare  e immergersi a pieno nell’ambiente culturale dell’epoca. Partendo da una prima sala, che presenta alcuni dei molteplici ritratti che numerosi artisti dedicheranno alla scrittrice, il visitatore viene immerso nella scena artistica milanese, ed entra in contatto con gli artisti che conobbe Margherita Sarfatti nei suoi primi anni a Milano.  Di particolare rilevanza  è il ritratto scultoreo di Adolfo Wildt, che la rappresenta con gli occhi vuoti e l’espressione dolente, tipica delle sue sculture. Nella sala si possono ammirare ulteriori opere di importanti artisti a lei cari, in particolari alcune tele di Umberto Boccioni e le sculture di Medardo Rosso.

Adolf Wildt, “Ritratto di Margherita Sarfatti”, 1930, collezione privata

Le prime sale vengono dedicate all’ affermazione della Sarfatti come scrittrice e alla sua promozione dell’arte in una società ancora fortemente dominati dagli uomini. Al centro della mostra troviamo il suo ambizioso programma culturale, che mirava all’affermazione e all’espansione dell’arte italiana all’estero. Le opere del gruppo Novecento Italiano evidenziano caratteristiche stilistiche diverse, ma sono legate da una comune ricerca di un nuovo linguaggio artistico (in dialogo con la tradizione) . Nella mostra si possono ammirare più di cento capolavori, che aspirano ad un’arte concreta, semplice e definitiva. Uno degli esempi più interessanti d’espressione di questo concetto è l’opera di Massimo Campigli. Egli dipinge molte delle sue tele in maniera tale da farle sembrare degli affreschi e le integra con delle figure che si rifanno all’arte etrusca. Tra gli altri numerosi maestri che si unirono al movimento del Novecento Italiano troviamo: Giorgio de Chirico, Gino Severini, Carlo Carrà, Felice Casorati, Arturo Martini e Arturo Tosi. Successivamente ci si addentra in una sala dedicata quasi esclusivamente a Benito Mussolini. Qui si possono leggere svariati documenti che testimoniano l’importanza di Margherita Sarfatti per la promozione del culto del duce. Allo stesso tempo possiamo osservare i diversi modi in cui gli artisti raffigurano  Mussolini. In particolare, colpiscono le opere di Mario Sironi, che oltre ad essere il vignettista ufficiale del Popolo d’Italia, mirava a riconquistare il primato culturale dell’Italia attraverso la sua adesione al fascismo. Il suo obiettivo era quello di creare un’arte capace di interagire con il “popolo”, attraverso grandi affreschi, mosaici o rilievi all’interno di edifici pubblici. Nonostante queste opere siano state messe in discussione per molto tempo, a causa del contesto storico problematico a cui sono legate, al giorno d’oggi è necessaria un’ulteriore analisi delle loro qualità artistiche, che va al di là  di ogni intento politico.

L’ultima sezione è dedicata alle numerose mostre d’arte italiana organizzate da Margherita all’estero tra il 1926 e il 1932. Dopo le gallerie italiane e le biennali, la gallerista si spinge ancora più in alto, facendo viaggiare le opere italiane in tutta Europa, negli Stati Uniti e persino in Argentina ed in Uruguay. L’intento di diffusione della cultura italiana all’estero di Margherita Sarfatti viene associato ad una sorta di colonialismo estetico, una promozione del gusto e dello stile dell’arte italiana del Novecento in tutto il mondo. Per questo al giorno d’oggi le viene attribuito l’appellativo di curatrice ante litteram, in quanto è come se lei avesse inventato questo ruolo che fu e sarà sempre di estrema importanza per la storia dell’arte.