“Made in New York”: Palazzo Medici Riccardi racconta la nascita della Street Art

“Una mattina, nella stazione di Broadway e Lafayette, vidi due operai che strappavano dagli appositi spazi grandi croste di manifesti per sostituirli con nuova pubblicità. Avevano appena staccato un grande disegno su carta nera, facilmente ricomponibile, e quando chiesi loro se potevo averlo, insieme ad altri disegni più frammentati, me lo regalarono con aria di stupore. Volevo preservare in qualche modo la presenza fisica di questi documenti, per me così importanti e al contempo così effimeri. Da allora cominciai a fotografarli più spesso, e quando era possibile cercavo di preservarne uno per ogni nuovo messaggio che Keith Haring disegnava. In seguito, dopo il successo della sua prima mostra, altri cominciarono a collezionare i disegni della Metropolitana, e a quel punto decisi che il mio compito di salvataggio era terminato”.

Attraverso queste parole Paolo Buggiani (Castelfiorentino 1933) racconta l’origine di un fenomeno che ha segnato un cambiamento epocale nel mondo dell’arte. Siamo nei primi anni ’80 e la protagonista è New York, le cui strade ma soprattutto i sotterranei sono ospitati a Palazzo Medici Riccardi fino al 6 febbraio.
In questi anni la Grande Mela è scenario di fermenti culturali e nuovi movimenti artistici che hanno come spazio di riferimento il paesaggio urbano. Le stazioni della metropolitana accolgono quelle che costituiscono la prima sezione della mostra, e che possono di fatto essere considerate la fase embrionale dell’ampio e complesso fenomeno della Street Art. Sono i cosiddetti subway drawings, le “lavagne metropolitane” realizzate dal giovane Keith Haring (Reading 1958 – New York 1990) e che Paolo Buggiani inizia a notare e collezionare, fino a raccoglierne una cinquantina. Più di venti di questi esemplari sono esposti in mostra rendendo omaggio a questa forma espressiva innovativa.  Realizzate da Haring con l’uso di semplici gessetti sfruttando le affissioni nere che coprivano le pubblicità scadute, inaugurano un nuovo linguaggio e, con esso, una nuova stagione artistica.

Alcuni esempi di subway drawings realizzati da Haring nelle stazioni metropolitane di New York fra il 1982 e il 1984
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Ciò che ha inizio con Haring è a tutti gli effetti una nuova lingua, composta da un semplice ed efficace sistema di segni e simboli che possano essere compresi con facilità dai passanti. Uno degli elementi che determinano la grande essenzialità del suo tratto è proprio questo: le immagini, con il loro messaggio, devono poter arrivare a tutti senza differenza di età, razza, posizione sociale o livello culturale. Altro fattore che influisce sulla stilizzazione di queste figure è la rapidità con cui devono necessariamente essere eseguite, agendo contro le autorità in cui, tuttavia, più di una volta Haring si è imbattuto. La sua rivoluzione inizia dunque proprio sulle pareti del sottosuolo newyokese, e da qui procede fino a conquistare gli spazi del grande pubblico, fino a rendere davvero universale un linguaggio che tutt’oggi fa parte dell’immaginario collettivo.
Il percorso espositivo si completa poi con l’aggiunta di trenta opere di Paolo Buggiani, realizzate anch’esse negli stessi anni a New York e che possono ugualmente essere considerate parte del fenomeno della Street Art, sebbene utilizzino mezzi espressivi diversi.

Unsuccessful Attack World Trade Center, 1979
Icaro, Staten Island, 1984
Minotauro sul Ponte di Brooklin, 1979
Minotauro sul Ponte di Brooklin, 1979

In mostra vengono dunque esposte le prime tappe di questa stagione artistica che ha modificato il rapporto degli artisti con la città e con il pubblico, favorendo un tipo di confronto per comprendere il quale, ancora una volta, è interessante ricorrere alle parole di Buggiani:

“La Street Art ha indubbiamente un debito nei confronti del writing per quanto riguarda l’apertura di nuovi spazi fisici di espressione ma, a differenza di quest’ultimo, la sua operazione è quella di mettere l’arte in pubblico, sottraendola alle gallerie schiave del mercato. (…) Per la prima volta tutti potevano lasciare il proprio messaggio d’arte nei posti più visibili e strategici della città, e così si formavano le relazioni e avveniva il dialogo fra gli artisti stessi”.