M.A.C.: la svolta concretista in Italia

Era il 1930 quando Theo van Doesburg fondava a Parigi la rivista “ Art Concret” volta alla diffusione di una concezione artistica consapevolmente antitetica rispetto all’arte astratta intesa come procedimento che, partendo dal reale, trasfigura oggetti e forme. Le sue teorie, incentrate alla divulgazione di un’arte costituita da un vocabolario fatto di linee, superfici e colori che seguono un preciso schema geometrico, getteranno le basi al concepimento del concretismo. Ancora nello stesso anno nasceva un’altra importante rivista, fondata da Michel Seuphor, dal titolo di “Cercle et Carrè”  che raccoglieva il dibattito tra l´astrattismo geometrico e l´astrattismo lirico, quest’ultimo di matrice kandiskiana e derivato dal Fauvismo, dunque basato su forme libere.  Ebbe vita breve, ma le intenzioni furono proseguite dal gruppo di Abstraction Création, cui parteciparono artisti quali Max Bill e Hans Jean Arp.  Quest’ultimo fu tra i fondatori del gruppo Abstraction Creation, la cui poetica fu di impostazione astratta con una spiccata tendenza ad un linguaggio rigoroso ed essenziale, e quindi geometrico, ispirato alla purezza formale perseguita da De Stijl e soprattutto dalla Bauhaus, analogamente alla quale rincorse un ideale di arte totale, sintesi di tecnica ed estetica, di scultura, pittura e architettura. Proprio in tal senso è da intendersi la realizzazione , nel 1928 , da parte di van Doesburg e Arp, del Cafè de l’Aubette a Strasburgo (ora distrutto), in cui prende corpo in maniera evidente una concezione spaziale come sintesi tra geometria e colori puri, che è sintesi tra architettura e pittura, e quindi tra le arti, conformemente a quanto van Doesburg stesso asserì nel ‘Manifest sur l’art Concret’ : « se gli strumenti di espressione si liberano da ogni forma di particolarità, essi sono in armonia con il fine ultimo dell’arte, che è quello di creare un linguaggio universale ».

Angelo Bozzola, "Funzione-sviluppo forma n.11", 1956 ( da www.martiniarte.it)
Angelo Bazzola , "Rappresentazione concreta", (da www.fondazioneangelobazzola)

In Italia, nonostante l’esperienza futurista avesse introdotto certe suggestioni astratteggianti con opere di Balla, Depero e Trampolini, il panorama artistico tra le due guerre fu fortemente condizionato dalla politica culturale del regime fascista che aveva trovato la sua più fedele espressione nel gruppo Novecento. Ufficializzato nel 1926 e sostenuto dal critico Margherita Sarfatti che elaborò un programma fondato sulla ripresa delle purissime fonti dell’arte italiana, per sottrarla a tutti gli sperimentalismi apportati dalle avanguardie storiche e spingere verso un ritorno all’ordine nel segno di un realismo arcaico o neoclassico. E se le prime reazioni al dilagare del novecentismo non tardarono ad arrivare (Gruppo dei sei di Torino, la Scuola Romana, Corrente), solo nel corso degli anni Trenta si poté assistere all’attecchimento di uno stile che rifiutasse ogni valore imitativo, richiamando alla geometria come chiave della modernità. I centri di sperimentazione delle nuove teorie furono Milano e Como. Ma queste due diramazioni entro cui si delineò l’astrattismo storico italiano, seppur costituiranno il principale punto di riferimento per le successive evoluzioni del genere, erano votate ad uno stile ancora troppo legato al dato reale. Peraltro, non esisteva ancora una netta contrapposizione tra concretismo e astrattismo non geometrico. Perché in Italia si giungesse alla netta formulazione di una concezione d’arte astratta di indirizzo geometrico, non dipendente da processi di astrazione dalla natura o da cose viste, e perciò ricollegabile alla tradizione concretista che in Europa era stata già avviata da van Doesburg, si dovette aspettare il secondo dopoguerra.

Atanasio Soldati, "Ambiguità", 1951 (da www.museomaga.it)
Nino Di Salvatore, "Struttura spaziale in tenzione", 1952 (da www.museomaga.it)
Nino Di Salvatore, "Struttura spaziale in tenzione", 1952 (da www.museomaga.it)

E’ in questo periodo, e più precisamente nel 1948, che a Milano si costituisce il Movimento Arte Concreta, capitanato dal suo teorico Gillo Dorfles, e che annoverava artisti quali Gianni Monnet, Bruno Munari, Atanasio Soldati, e altri che si dimostrarono interessati. Ad unirli era una comune volontà di reazione alle coeve proposte offerte dal panorama artistico italiano, in particolar modo alle varie formalizzazioni artistiche di tipo figurativo, sia che si trattasse di inclinazioni di tipo espressionistico, diffusesi soprattutto nei primi anni Trenta come reazione al Novecento, sia di propensioni al post- cubismo picassiano o a manifestazioni di realismo sociale. Ma ciò da cui il Movimento arte concreta prendeva le distanze era soprattutto l’accezione comune di astrattismo, termine con il quale si indicava la corrente contrapposta al realismo, e perciò definibile come rinuncia alla figurazione, alla rappresentazione della realtà, ma che, in vero, rimaneva fortemente ancorata a questa. Il presupposto critico dell’Arte Concreta, infatti, consisteva  nel liberarsi da qualsiasi riferimento naturalistico, al fine di creare “oggetti”- quadri, sculture, architetture,ecc. – del tutto autosufficienti ed autonomi, “concreti”, appunto.

Esposizione dopo esposizione, nel giro di qualche anno il Movimento ricevette un gran numero di adesioni in tutta Italia, e grazie a ciò riuscì a diffondersi capillarmente, imprimendo senz’altro nella cultura artistica italiana uno svecchiamento ricollegabile solo a quello prodotto dal Futurismo. Dorfles si occupò di un’efficace chiarificazione teorica al fine di ribadire non solo la distinzione tra concretismo e astrattismo, ma anche per far comprendere la genesi dell’arte concreta, e permettere al movimento stesso di presentarsi legittimo erede delle premesse internazionali che facevano capo a Theo van Doesburg.
Tutte formulazioni, queste, che furono inserite nel ‘Manifesto del M.A.C.’ pubblicato nel primo bollettino del ’51, a cui seguirono i successivi ‘Arte Organica’, ‘Disintegralismo’, ‘Manifesto dell’Arte Totale’, ‘Manifesto del Macchinismo’, del 1952; ‘Esperimenti di Sintesi Artistica’, ‘le Arti e la Tecnicae ‘Linea e scopi del M.A.C.’, del ’53 e afferenti, tutti, al periodo in cui il ‘concretismo’, come ideale di riferimento, venne progressivamente sostituito da quello di ‘sintesi delle arti’, come proposito per creare una perfetta integrazione tra le varie forme d’arte sotto l’egida dell’architettura. Il Movimento, infatti, sia per convenzione storiografica che per gli effettivi cambiamenti avvenuti nel gruppo a quel tempo, venne suddiviso in due fasi, la prima dal ’48 al ’53, fino alla morte di Soldati, la seconda dal ’53 al ’58, cioè fino alla sua dissoluzione. Fu proprio in questa seconda fase che la ‘sintesi delle arti’, come aspirazione ad una ‘arte totale’, divenne il nuovo indirizzo perseguito dal gruppo, che nel 1954 si legava al ‘Groupe Espace’, movimento internazionale sorto nella Galleria Denise René di Parigi e coordinato da Andrè Bloc, con la conseguente creazione del ‘M.A.C. – Espace’. In occasione della collettiva svoltasi alla galleria del Fiore di Milano, intitolata ‘Esperimenti di Sintesi tra le Arti’, Dorfles elaborò il manifesto ‘Fusione con il Gruppo Espace’.

Dal momento della fusione con il gruppo parigino, il movimento rivolse un interesse particolare  all’arte applicata e all’ industrial design, presupponendo, da parte dell’artista, un’ apertura al dialogo e alla diretta collaborazione con figure di tecnici e architetti, al fine di giungere a quella ‘sintesi delle arti’ concepita come ‘arte totale’.

Bruno Munari, "Negativo-positivo", 1978 (da www.munart.org)
Bruno Munari, "Negativo-positivo", 1950-77 (da www.munart.org)

Il MAC, dunque, si mosse su un terreno artistico nuovo, proponendo un allargamento della creatività a più discipline, in un momento in cui l’Italia, come il mondo, viveva il cosiddetto ‘boom economico’; contribuendo alla rinascita industriale italiana nel dopoguerra; portando ad una ricerca in ambito progettuale che si arricchiva delle prove delle nuove tecnologie applicate al processo seriale. Di fatto, questo movimento finì col raccogliere le istanze astrattiste italiane prospettando una sintesi delle arti, in grado di affiancare alla pittura tradizionale nuovi strumenti di comunicazione, dimostrando agli industriali e agli artisti la possibilità di una convergenza tra arte e tecnica.

Un grande interesse fu riservato alla divulgazione delle proprie intenzioni, linee e scopi, svolgendo una intensa e programmatica attività comunicativa attraverso numerose pubblicazioni quali la serie copiosa di bollettini, l’allestimento di mostre, le trasmissioni radiofoniche di Monnet, gli annuari e gli opuscoli. Tutta questa documentazione è oggi possibile reperirla presso la Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate, dove si trova l’Archivio Storico Nazionale dedicato al MAC.