L’Italia degli anni di Salvatore Ferragamo: fra moda, arti decorative ed estetica

Il Museo Salvatore Ferragamo, con sede nello storico palazzo Spini Feroni nel cuore di Firenze, ospita fino al prossimo maggio l’esposizione a cura di Carlo Sisi e allestita da Maurizio Balò: “1927. Il ritorno in Italia. Salvatore Ferragamo e la cultura visiva del Novecento”. Il percorso sfrutta come pretesto di partenza il novantesimo anniversario del rientro in Italia, proprio a Firenze, di Salvatore Ferragamo (1898-1960). I 12 anni trascorsi in America, inizialmente lavorando insieme al fratello in una fabbrica di scarpe, rappresentarono la genesi dell’impero da lui fondato, tanto da fargli conquistare a Hollywood l’epiteto di “calzolaio delle stelle”. Nel 1927 egli approdò, forte delle esperienze americane, in via Mannelli 57. Qui, unendo le conoscenze tecniche acquisite negli Stati Uniti e la cultura artigianale fiorentina, aprì il celebre calzaturificio in cui furono gettate le basi della vera e propria istituzione che oggi tutti associamo al suo nome.

La mostra si configura come un omaggio non solo alla sua persona e al suo operato, ma a tutto l’insieme – come suggerisce il titolo stesso – della cultura figurativa dei primi decenni del secolo scorso. Ne risulta un gradevolissimo percorso, allestito magistralmente facendo richiamo in ogni parte dell’esposizione agli ambienti interni di una nave. E non è una nave a caso quella a cui ci si vuole riferire, bensì il transatlantico “Roma” a bordo del quale lo stilista rientrò in patria. Proprio grazie a questa metafora del viaggio ci si immerge pienamente, di sala in sala, nelle atmosfere dell’Italia a cavallo fra gli anni ’20 e ’30 del Novecento.

Altro elemento che si ritrova in ogni sala è chiaramente il simbolo per eccellenza della vicenda narrata, ciò da cui tutto ha avuto origine: decine di modelli di scarpe da donna disegnate e realizzate dal celebre stilista sono disseminate lungo il percorso espositivo, mostrando l’evoluzione del gusto e l’innovazione portata da Ferragamo nel mondo della moda.

I riferimenti alla Firenze di quegli anni, necessari alla piena comprensione del clima culturale in cui Ferragamo ha operato, sono numerosi e ben rappresentati da esempi di pittura e scultura toscane. Sono gli anni del “ritorno all’ordine”, con il quale il mondo dell’arte recupera la severità delle forme e la tradizione. Tuttavia in tale contesto il ruolo da protagonista è chiaramente affidato alle cosiddette “arti decorative”, attraverso le quali tutta la nazione negli anni ’20 vuole promuovere una nuova immagine di sé stessa.

[Foto 6 - Arturo Martini, Grande Presepe, 1926-1927 (ceramica dipinta e invetriata)]
[Foto 7 - Società ceramica Richard Ginori, Giò Ponti, Urna con grottesche, 1924-1925 (porcellana dipinta a mano)]

Sono anche anni di grandi sperimentazioni e cambiamenti. In particolare cambia il ruolo della donna, che conquista un sempre più importante posto all’interno della società influenzando inevitabilmente anche il settore della moda. Una progressiva emancipazione che si riflette sulla nascita di indumenti più pratici e dalle linee semplici, ma non solo: ha origine in questi anni l’approccio, da parte degli stilisti e quindi anche di Ferragamo stesso, allo studio puntuale dell’anatomia del corpo umano. Risulta facilmente intuibile quali possano essere i vantaggi di questo interesse in termini di comodità e vestibilità dei capi d’abbigliamento – scarpe incluse. Viene così celebrata, nelle ultime due sale, una nuova cultura del corpo come strumento estetico e misurabile in ogni sua parte.

Un omaggio, si potrebbe quindi dire, a tutta l’Italia di quel periodo e a ciò che ne ha influenzato gli aspetti più quotidiani. Uno di quei casi in cui la parola “arte” acquista pieno significato solo se intesa al plurale.

  • Foto di Giulia di Giacomo ©