L’immagine del dadaista

L’unica definizione possibile di dada è un atteggiamento di avversità e di polemica nei confronti di qualsiasi convenzione e sistema di valori prestabilito, nell’arte come nella vita stessa. Tutti i generi e le gerarchie artistiche precedenti vengono messe in discussione dall’esperienza dadaista, in un modo tale che tutta la storia dell’arte successiva ne risulterà influenzata. Inevitabilmente, la figura stessa dell’artista subisce una profonda trasformazione: egli non è più il demiurgo creatore di opere, da ammirare in virtù della sua abilità tecnica fuori dal comune, che si manifesta al massimo grado nel manufatto artistico. Il dada pervade la vita in ogni sua sfaccettatura e può manifestarsi nelle forme più disparate. In questo contesto si sviluppa l’esperienza della performance, in cui il dadaista si mette in gioco in prima persona e utilizza il proprio aspetto fisico, la gestualità, la fisicità e la propria voce come materie prime della creazione artistica.

Proprio Hugo Ball fu protagonista di una delle performance più memorabili tenutesi al Cabaret Voltaire.

Il 23 giugno 1916 si esibì nella declamazione di alcune sue nuove poesie astratte, da lui chiamate Verse ohne Worte (poesie senza parole) o Lautgedichte (poesia sonora). Ball si presenta sul palco in uno stravagante costume variopinto fatto di cartone: il busto è incapsulato in un cilindro e le gambe in due cilindri più piccoli dipinti di blu scintillante. Attorno al collo è fissato una sorta di mantello che ricade sulle spalle e sulla testa porta un copricapo cilindrico a strisce bianche e blu. L’intero costume è rigido e ingombrante, al punto che Ball deve essere letteralmente trasportato su e giù dal palco, non potendosi muovere autonomamente. A testimoniare questa apparizione, sospesa tra il comico e il visionario, rimane oggi una sola fotografia in bianco e nero.

Come si sa, uno dei primi centri di elaborazione dell’esperienza dadaista fu il Cabaret Voltaire di Zurigo, un locale in cui si tenevano eventi che includevano letture, declamazioni di poesie, danze e concerti, realizzando delle vere e proprie performance. Marcel Janco, artista di origine rumena che diede un contributo importante a queste esperienze, ha realizzato un resoconto pittorico (ora perduto) di una di queste serate, in cui sono ritratti i principali protagonisti della scena dada zurighese: Hugo Ball, Tristan Tzara, Richard Huelsenbeck, Hemmy Hennings e lo stesso Janco. La pittura di Janco è memore della scomposizione e geometrizzazione cubista, ma presenta una vivacità e aggressività di tocco di impronta espressionista, e non ci restituisce certo un’immagine convenzionalmente mimetica delle fisionomie dei personaggi. Piuttosto, ognuno di loro è caratterizzato attraverso il ruolo che ricopriva nel corso dell’esibizione: Ball è intento a suonare il piano, Tzara balla muovendo il bacino, Janco sta mimando l’atto di suonare un violino.

Hugo Ball

Anche il genere del ritratto, che aveva mantenuto la sua posizione cruciale nella produzione delle avanguardie più radicali, come cubismo e futurismo, in ambito dada subisce una radicale destituzione, nel migliore dei casi riemergendo sotto forme provocatorie e derisorie. Durante il breve periodo di vita del Cabaret Voltaire, è soprattutto Sophie Tauber Arp, la moglie di Hans Arp, a riflettere sul tema del ritratto, creando una serie di marionette e di maschere che interpretano la figura umana in maniera totalmente antimimetica. Tra 1918 e 1919, realizza cinque “teste dada” in legno tornito e dipinto, in cui viene deliberatamente schernito il genere del busto-ritratto convenzionale. Ogni possibilità di rintracciare un’attendibilità fisionomica è negata nella generale astrazione di queste “teste”, alcune delle quali saranno poi rinominate “Ritratto di Arp”.

Ma è spostandoci da Zurigo alla scena dada di Berlino che ci si trova di fronte ad una profusione di ritratti fotografici dei dadaisti. Se il ritratto in quanto genere artistico è stato ormai destituito di ogni considerazione, l’immagine dell’artista riemerge comunque in molti dei fotomontaggi creati da autori come Raoul Hausmann e Hanna Höch. Ma è un’immagine frammentaria, lontana da ogni tentativo di nobilitazione, e spesso sommersa da un insieme caotico di elementi di altro genere. Così è in ABCD (autoritratto), fotomontaggio del 1923 in cui il volto burbero di Raoul Hausmann, colto in un’espressione minacciosa, con la bocca spalancata e i denti in mostra, emerge tra ritagli di giornale, tra i quali si individuano frammenti di parole. La complessità dell’artista dada non può più essere riassunta in un ritratto che ne riproduca soltanto l’apparenza esteriore, ma può essere allusa tramite una messa in scena caotica della sua personalità e delle sue attività. Le lettere “ABCD”, visibili tra i denti di Hausmann, alludono alle poesie fonetiche da lui composte e declamate.

Sophie Taeube, "Ritratto di Arp"
Sophie Taeube, "Ritratto di Arp"
Hausmann, "ABCD"
Hausmann, "ABCD"

Lo stesso frammento fotografico con il volto di Hausmann appare anche nella copertina del terzo numero della rivista “Der Dada”. Fotografie dei dadaisti appaiono spesso nelle riviste da loro pubblicate, svolgono un ruolo centrale nell’elaborazione e nella diffusione dell’estetica dadaista. Kurt Schwitters, nel numero 20 della sua rivista “Merz”, ci dà un suo ritratto fotografico completamente diverso da quello offertoci da Raoul Hausmann. Il formato è convenzionalmente tagliato sotto le spalle e la fotografia occupa gran parte della pagina, ad enfatizzare l’identificazione di Schwitters con la sua personale arte Merz e l’omonima rivista. Schwitters ci appare borghesemente ben vestito e impomatato, ma traspare dal suo volto il grande carisma che lo caratterizza.

5. der dada 3
6. merz 20

Ma l’artista che tra i dadaisti ha dimostrato la maggiore inclinazione alla riflessione sulla sua immagine e il suo aspetto fisico è stato Marcel Duchamp. Sono infatti molte le opere da lui firmate che includono fotografie che lo ritraggono, spesso camuffato in vari modi, molte delle quali realizzate da Man Ray. In questo percorso di elaborazione della propria identità e della propria immagine, Duchamp arriva a creare un vero e proprio alter ego femminile, Rrose Selavy, cui egli attribuisce una personalità ben definita e finanche la paternità di alcune sue opere. Nelle fotografie di Rrose Selavy, generalmente scattate da Man Ray, vediamo Duchamp agghindato con abiti femminili, inclusi una stola di pelo e un cappello alla moda, con gioielli e il volto truccato, in quella che appare come una delle prime riflessioni artistiche sulla differenza di genere.

Le molteplici e differenti relazioni che i dadaisti dimostrano di aver avuto con il proprio corpo e la propria immagine hanno anticipato gran parte delle tendenze dell’arte dei decenni successivi e meriterebbero di essere approfondite anche in relazione a questi successivi sviluppi.

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