A Small, Good Thing | Conversazione con Lia Cecchin

Martedì 7 settembre ha inaugurato negli spazi dell’ex-macello di Padova l’installazione fotografica Carne da Macello di Giulio Favotto. Sei anni fa, nel 2012, hai avuto modo di confrontarti con lo stesso spazio espositivo attraverso il lavoro site-specific Dove vanno d’inverno le anitre di Central Park?. Pur trattandosi di interventi artistici fra loro molto diversi, mi sembra che condividano, nondimeno, la medesima intenzione di esporre ciò che abitualmente viene volontariamente nascosto. Lo spettatore, sollecitato dall’interrogativo di Holden che fa da titolo all’opera, è obbligato a prestare attenzione a quello che, prima dell’allestimento, era un semplice magazzino nascosto di pannelli. Se in questo caso l’intervento del pubblico è circoscritto a una fruizione passiva e solipsistica, opere come Una fotografia o L’Erbario – Nontiscordardimé sono possibili solo a partire da un coinvolgimento attivo del pubblico. Che funzione ricopre questo accorciamento della distanza fra spettatore e opere nella realizzazione dei tuoi lavori?

Nonostante Dove vanno d’inverno le anitre di Central Park? sia un lavoro che vedo ormai molto datato, credo che racchiuda in sé diversi elementi che continuano a ricorrere anche nella mia ricerca più recente. Holden è in macchina quando pone la domanda al taxista e guarda fuori dal finestrino. Il giovane di Salinger punta metaforicamente il dito verso un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti, ma a cui i passanti non prestano attenzione. Io credo di fare la stessa cosa di Holden. Mi guardo attorno, mi faccio domande. Non prescindere dalla realtà e dal mio tempo sono punti per me fondamentali. Se io sono Holden, lo spettatore, a seconda dell’opera, può essere il taxista chiamato in causa al di là dell’abitacolo o il lettore del libro. Non credo che la distanza che intercorre tra Holden e il taxista sia molto diversa da quella tra Holden e il lettore. Ciò che cambia è il tipo di relazione: nel primo caso viene interpellato in prima persona, nel secondo la discussione è silenziosa e introspettiva ma allo stesso tempo molto più intima e non vincolata a un preciso tempo. Generazioni su generazioni di ragazzi, infatti, si sono interrogati sulla questione delle anitre e altri ancora lo faranno leggendo Salinger. Il taxista invece ha avuto una sola opportunità per rispondere ma ha anche avuto l’occasione di prendere parte alla storia, di esserne in qualche modo protagonista. Ugualmente in opere come L’Erbario – Nontiscordardimé il pubblico diventa co-autore dell’opera, contribuendo alla sua realizzazione, donando un preciso momento della sua vita rappresentata dall’ultima pagina letta del libro che ha sul comodino. In altri lavori, invece, è semplicemente invitato a guardare ciò che lo circonda in maniera più accurata, attraverso la messa in mostra di materiali da me raccolti e appartenenti alla realtà del nostro presente.

L'ERBARIO - NONTISCORDARDIMÈ - VOL.I, pubblicazione, stampa risograph, Friends Make Books-Torino, edizione di 63, 2014_1
L'ERBARIO - NONTISCORDARDIMÈ - VOL.I, pubblicazione, stampa risograph, Friends Make Books-Torino, edizione di 63, 2014_2

Nel loro testo Inventare il futuro Williams e Srnicek attribuiscono una duplice importanza alle utopie: in quanto narrazioni indirettamente critiche verso alcuni aspetti che connotano il presente svolgono una fondamentale funzione strategica, mentre nella loro capacità di proiettare l’immaginazione in direzione di un diverso futuro assumono un importante ruolo politico. Il progetto ASAP Research Library sembra condividere questa prospettiva perché dà vita a una biblioteca in continua espansione, il cui unico legame tra i testi è, appunto, il loro contenere dei riferimenti ad un futuro possibile. L’idea stessa di un progetto che continua a svilupparsi fa propria l’immagine di un presente dinamico, carico di spinte verso il futuro, dal quale progressivamente – e quindi in modo simile alla nascita di piante di avocado al centro di C’mon buddy, you can do it! – si può sviluppare una situazione completamente differente. Nel dare vita ad un’opera d’arte che incarni questa tensione latente non si corre il rischio di perdere l’idea stessa di un processo?

Quando penso alla parola processo mi vengono sempre in mente due cose: Forum (il programma televisivo) e la pittura, e per entrambi devo dire che non nutro un grande interesse. Quello che faccio con l’arte non vuole avere niente a che vedere con un’idea di creazione. Se per processo però intendi qualcosa che potenzialmente potrebbe continuare e trasformarsi nel tempo allora sì, quello è un punto che mi interessa ed è il motivo per cui molte didascalie dedicate ai miei lavori a fianco alla data riportano la dicitura “ongoing”. Attraverso una continua cura rivolta alle opere queste continuano a espandersi, proprio come succede con qualunque archivio. Il fondo librario di ASAP Research Library e la collezione di semi, poi piante, di avocado C’mon buddy, you can do it! ne sono la prova. Anche quando è previsto un mio intervento che comprende una certa processualità, la finalizzazione si dimostra sempre essere un’altra, ovvero quella di cercare di sottolineare delle cose che già esistono, riunendole e spostandole all’interno di un contesto espositivo per fargli assumere un valore sociale comunitario.

ASAP Research Library, installation view, Barriera, Torino 2013

Per concludere l’intervista vorrei soffermarmi su DADA POEM, esposto attualmente al MAMbo nella mostra collettiva That’s IT!. Com’è nato questo progetto? Si può parlare, anche in questo caso, di un progetto in progress?

Com’è nato? È cominciato come sempre guardandomi attorno. Prendendo i mezzi pubblici, osservando i ragazzini e le ragazzine uscire da scuola, andando al mercato, seguendo qualche profilo su Instagram di ex compagni di scuola, facendo zapping alla televisione, mi sono accorta che le scritte che comparivano sugli abiti indossati dalle persone che incontravo per strada e seguivo sui social, potevano essere qualcosa in più di un semplice slogan. Ho capito di non dover più guardare a queste dichiarazioni itineranti come a pensieri individuali, bensì di doverle immaginare come lunghe composizioni scomposte che camminano in giro per il mondo aspettando che qualcuno ne riorganizzi l’ordine.
E sì, purtroppo sì, si può parlare di progetto in progress. Diciamo che finché le case di moda low cost produrranno abbigliamento con queste caratteristiche il progetto non ha motivo di fermarsi. Dico purtroppo perché questa modalità di operare è un po’ una condanna: se vedo un banchetto di libri tendo sempre lo sguardo per vedere se c’è qualche libro sul futuro che potrebbe fare al caso di ASAP research Library, poi entro in un negozio perché mi servono un paio di calzini e finisco col guardare tutto ciò che hanno esposto alla ricerca di nuove frasi da archiviare per DADA POEM. È una vita all’insegna del multitasking. Però diciamo che DADA POEM, facendo i conti con il linguaggio della moda, a differenza di ASAP, ha qualche speranza in più a un certo punto di concludersi. Intanto però continua la mia pratica di archiviazione dei testi che vedo stampati sui capi d’abbigliamento così come la ricerca di scrittori e cantautori da invitare a prendere parte al progetto componendo il proprio DADA POEM, in forma di racconto, poesia, canzone o altro, a partire dai materiali da me raccolti.

DADA POEM (to a fearless female), 2018. Installation view at MAMbo, Bologna 2018

L'ARTISTA

Lia Cecchin (Feltre, 1987) vive e lavora a Torino. Nel 2010 si laurea in Arti Visive e dello Spettacolo presso lo IUAV, Venezia. Ha partecipato a workshop e programmi di residenza presso Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia), Fondazione Spinola Banna (Torino), Progetto Diogene (Torino) e Halle 14 (Lipsia). Tra le mostre a cui ha preso parte: “A bassa voce”, Galleria Upp (Venezia); “BYTS Bosch Young Talent Show”, AKV (‘sHertogenbosch NL); “Opera 2011”, la galleria di Piazza San Marco – Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia); “Fuoriclasse”, GAM (Milano); “It happened Tomorrow”, Barriera (Torino); “Mediterranea 17”, la Fabbrica del Vapore (Milano); “LOOKING FOR COMFORT IN AN UNCOMFORTABLE CHAIR”, CLOG (Torino); “Re-building the future”, Ex Chiesa dei Cavalieri di Malta (Siracusa);  “Susy Culinski & Friends”, Fanta Spazio (Milano); ”Punctum”, Grattacielo Intesa Sanpaolo (Torino); “That’s It!”, MAMbo (Bologna).