L’esperienza museale ai tempi dei social

Turismo culturale: “movimento di persone generato da interessi culturali”, definizione del World Tourism Organization. Lessico del XXI secolo. Fenomeno in crescita negli ultimi anni in molte realtà dell’Europa mediterranea.
All’interno di questo fenomeno i Musei, istituzioni al servizio della società e del suo sviluppo nella definizione dell’ICOM, guadagnano molti più ingressi, un alto numero di visitatori e, in alcuni casi, fama internazionale – ma non è oro tutto quel che luccica. Che cosa spinge davvero le masse a partecipare a questo tipo di turismo, per conoscere i musei e le opere ivi contenute? Dal punto di vista spaziale i musei sono luoghi in cui sono contenute le opere: luoghi di esposizione pubblica, luoghi di conservazione e valutazione delle opere, ma anche luoghi di cristallizzazione e inevitabile decontestualizzazione. In quanto tali, sono spazi all’interno dei quali il visitatore si muove e comunica. Lucian Lefebvre affermava l’esistenza di tre tipi di spazio museale: la rappresentazione dello spazio, lo spazio vissuto e lo spazio praticato. Secondo questa logica il museo deve essere un contenitore che viene vissuto dalla società e, in quanto tale, deve valorizzare il proprio contenuto che viene praticato – e dunque percepito – dal pubblico. Allora il lavoro non è solo quello della museografia, della museologia e della curatoria, ma anche il singolo visitatore gioca un ruolo fondamentale: quello stesso individuo che partecipa al turismo culturale, con consapevolezza a volte opinabile.
Si tratta di comprendere, più profondamente, come viene vissuto e osservato lo spazio museale, come vengono praticate le opere e in che modo il visitatore si impossessa di esse; la maggior parte delle persone che visitano un museo, al giorno d’oggi, non lo vedono attraverso i loro stessi occhi. Il pubblico si appropria dello spazio guardando attraverso una lente, che sia di un telefono o di una fotocamera. Se poi consideriamo il museo internazionale che attira le grandi masse, soprattutto del turismo culturale, grazie alla sua fama, possiamo affermare che le stesse non possono analizzare intellettualmente il museo, perché sono costantemente disturbate dalla folla e dal rumore.

L’esperienza museale non ha più lo stesso valore culturale e di apprendimento che aveva in passato e il fenomeno del turismo culturale presenta molti spunti di riflessione a riguardo. Perché le persone vogliono visitare un museo? Per il piacere intellettuale o per essere socialmente riconosciuti come interessati alla cultura? Per postare un’immagine su Instagram? Ovviamente non bisogna fare di un’erba un fascio, ma è certamente da ricordare che l’esperienza museale ha da sempre uno status sociale e un valore molto forti. Allora il museo di oggi si trova di fronte ad ulteriori sfide: assecondare il pubblico che brama uno spazio instagrammabile e allo stesso tempo veicolare contenuti che, riprendendo la già citata definizione dell’ICOM, contribuiscano allo sviluppo della società.  Queste sfide sono spesso aiutate dalla tecnologia, che permette un ulteriore spazio di fruizione del museo quello nel web. Oggi i musei si raccontano o vengono raccontati attraverso campagne social, come la recente “L’arte ti somiglia” del MiBAC; d’altra parte gli stessi visitatori possono raccontare la propria esperienza, consapevole o meno, grazie ai medesimi strumenti.

Tuttavia, per quanto i social possano aiutare a conoscere il museo, c’è una forte necessità di una presa di coscienza da parte dello stesso, che permetta al museo di essere uno spazio per l’apprendimento e lo studio. Ma anche da parte del museo che deve essere intelligente nello spazio e giovane nei suoi strumenti di fruizione.