Le icone di Steve McCurry in mostra a Villa Bardini

Quest’estate, fino al prossimo 16 settembre, gli splendidi paesaggi di Villa Bardini a Firenze si arricchiscono degli scatti di Steve McCurry (Darby, PA, 1950), maestro indiscusso della fotografia contemporanea mondiale. “Steve McCurry. Icons” è la retrospettiva a lui dedicata in occasione dei quarant’anni di carriera, raccontati in 100 fotografie che ripercorrono tutte le tappe salienti del suo percorso professionale. Il titolo è più che appropriato, dal momento che molte delle sue opere sono diventate delle vere e proprie icone, dei simboli la cui immagine ha raggiunto per notorietà ogni angolo del pianeta. Solo per citare uno dei più celebri, si pensi al ritratto di Sharbat Gula, la ragazzina afgana che immortalò in Pakistan per la prima volta nel 1984 e che occupa un posto d’onore in mostra chiudendone significativamente il percorso. A questo scatto è dedicata anche la proiezione di un documentario prodotto dalla National Geographic, in cui si racconta la tormentata vicenda che ha visto McCurry impegnato nella ricerca della ragazza che ha portato, 17 anni dopo, al suo ritrovamento.

Sharbat Gula, Afghan Girl, Peshawar, Pakistan, 1984

Non è esagerato dire che chiunque, almeno una volta, si è trovato osservato da questi occhi dai quali è impossibile difendersi. La fama mondiale di questo scatto ha fatto sì che diventassero iconici, appunto, conosciuti a tutti come accade con le fotografie che sono passate alla storia. Non si tratta più del semplice ritratto di una ragazza, forse non è più neanche una persona ad essere raffigurata. In questo scatto viene raccontato il volto della povertà, della miseria, della disperazione che non sono più solo afgani ma universali. Questo voler documentare una condizione che assume proporzioni universali è comune a tutti i lavori di McCurry ed in particolar modo ai ritratti, che occupano da sempre un posto fondamentale nella sua produzione.

“Sono sempre stato interessato a ritrarre le persone. Mi affascinano le differenze somatiche della grande famiglia dell’uomo. I volti hanno proporzioni diverse, colori, misure diverse. Ma soprattutto hanno la capacità di raccontare un’esistenza, una condizione di vita.”

 

Hong Kong, China, 1984, Performers backstage from the Chinese Opera
Hazaras, Kabul, Afghanistan, 1993, A young Afghan soldier
Hazaras, Kabul, Afghanistan, 1993, A young Afghan soldier

McCurry ha viaggiato tantissimo durante tutta la carriera, visitando paesi di cui ha voluto raccontare ogni aspetto. Ma non ha mai fotografato i luoghi; ha sempre fotografato le persone. La vera protagonista dei suoi scatti è sempre la presenza umana. Tutto il resto, anche nei casi in cui può sembrare prevalente, fa in realtà solo da cornice.

Blue Mosque. Mazar-i-Sharif, Afghanistan, 1991

Come ogni grande fotografo, McCurry sfrutta sapientemente lo strumento più importante di cui dispone: il suo sguardo. Un’attenta osservazione, la curiosità vivace di chi non è mai sazio e la pazienza di attendere il momento giusto sono i suoi più grandi punti di forza, senza i quali non avrebbe potuto regalare al mondo occidentale così tanti frammenti di vita quotidiana di popolazioni lontane.

“Mi piace fare fotografia affidandomi semplicemente al mio spirito d’osservazione; che sia a Kabul, o i Europa, o in qualsiasi altro luogo. Se ti affidi all’osservazione succederà sempre qualcosa di interessante!”

 

Il risultato è quello che forse può considerarsi il più potente di tutti, per la fotografia in particolare ma per l’arte intera più in generale: l’abbattimento di ogni frontiera e ogni confine.

Intha Fisherman on Inle Lake, Burma, 2011
  • Per info e immagini: https://www.fondazionecrfirenze.it/area-stampa/