La Via Coperta di Ferrara | Arte e cultura, strumenti edificanti per il governo di una città

Uno dei tanti gioielli che adornano la città di Ferrara è la cosiddetta Via Coperta, un corpo di fabbrica sopraelevato, sorretto da cinque arcate e che collega il Palazzo Ducale al Castello di San Michele, più noto come Castello Estense. Esso rappresenta uno dei tanti passaggi sicuri (molti erano sotterranei) attraverso i quali la corte raggiungeva differenti luoghi della città, muovendosi indisturbata.

La Via Coperta, nelle sue forma attuali, rappresenta l’esito finale di una lunga evoluzione costruttiva che ha interessato lo spazio tra la prima residenza ducale e la nuova fortezza difensiva, voluta da Niccolò II d’Este nel 1385. Si trattava di un camminamento in legno, quindi scoperto e che circa un secolo dopo, nel 1472 fu rimaneggiato da Pietro Benvenuti per volere di Ercole d’Este. L’architetto chiuse il passaggio con pareti e tetto, da qui il nome Via Coperta e lo ampliò nella sua articolazione interna con studioli e stanze private.

Nel feudo vi erano già stati altri studioli ad esempio quello delle Muse voluto dal principe Leonello all’interno della delizia di Belfiore. Era paragonato ad un sacrario della cultura, in cui il signore trascorreva il suo tempo circondato da una stretta cerchia di intellettuali con cui discuteva a proposito di temi classici filologici e filosofici o assisteva ad intrattenimenti musicali. Lionello era stato allievo prediletto dell’umanista Guarino da Verona, secondo il quale “Con il sapere e con l’amore per il sapere: ecco […] come si governavano gli stati” Guarino sosteneva che i sovrani dovessero non poca gratitudine alle Muse, perché solo esse potevano insegnare loro a <<urbana negotia regere, disponere et administrare>>.

Tornando alla Via Coperta, nel 1505 Alfonso d’ Este, figlio di Ercole I, prese in mano il potere e intraprese una vivacissima campagna decorativa degli ambienti interni. Uno dei più affascinanti fu lo Studiolo dei Marmi.
Nello Studiolo dei Marmi, l’aspetto umanista dell’ambiente originario fu mantenuto solo in parte. Per soddisfare l’instancabile passione collezionista del duca, questo spazio fu tramutato in una Wunderkammer o camera delle meraviglie, attraverso cui si generava un incanto dato dalla vista di così tanta varietà artistica e naturale. Esposte su un tavolo in noce si ammiravano: bronzetti antichi e moderni, vasi e coppe in argilla, in pietra, in cristallo, in maiolica, vi erano inoltre busti che ritraevano membri della casata, una testa di serpente ed una conchiglia.

Ad occuparsi della decorazione delle pareti del camerino fu Antonio Lombardo scultore veneziano formatosi nella bottega del padre Pietro. La sua cultura e vivacità artistica lo portarono ad approntare novità iconografiche che influenzarono artisti e intellettuali della corte. Traspose in chiave scultorea i caratteri dell’antico genere letterario dello speculum principis, che faceva riflettere sui doveri e le virtù auspicabili per un governante. Il suo interesse verso la classicità trovò terreno fertile in città e lo vediamo dalle facciate di alcuni palazzi signorili in cui compaiono marmi con decorazione all’antica, dalle pitture di Ludovico Mazzolino e Benvenuto Tisi da Garofalo e dagli stessi scritti di Ludovico Ariosto, il quale nella sua opera i Suppositi del 1509 evidenziò che i moderni, rispetto a chi li aveva preceduti, avevano sviluppato la capacità di guardare alla classicità non come una semplice imitazione formale, ma facendo sempre riferimento alla quotidianità del vivere.

Concentrandoci ora ad alcune delle sculture poste nello studiolo, lo storico dell’arte Stefano Zuffi afferma che la chiave interpretativa della decorazione vada ricercata nei rilievi raffiguranti la Contesa tra Nettuno e Minerva per il possesso dell’Attica e la Fucina di Vulcano, ora conservati al Museo Hermitage di San Pietroburgo.

Antonio Lombardo, Contesa tra Nettuno e Minerva per il possesso dell'Attica, 1506
Antonio Lombardo, Contesa tra Nettuno e Minerva per il possesso dell'Attica, 1506

Nella prima opera Minerva, porta in capo l’ elmo e nella mano sinistra regge una ramoscello di ulivo, staccato dalla pianta creata da lei stessa e su cui posa una civetta che la guarda, simbolo di sapienza e saggezza. Al centro Nettuno presenta una posa fiera e vittoriosa, dal piede sgorga dell’acqua e la mano destra un tempo doveva reggere un tridente in bronzo ora perduto. Alle spalle vediamo un cavallo mentre a destra un giovane che pare abbia il compito di decidere a chi affidare l’Attica. Minerva è portatrice di pace e sapienza, mentre Nettuno offre alla città il cavallo, simbolo di guerra e l’acqua espressione del dominio sui mari. La vittoria spetterà a Minerva. Il giovane sulla destra potrebbe essere Cecrope, il primo re degli ateniesi oppure Bacco per la presenza dei tralci d’edera intorno alla colonna sui cui è seduto.
La scelta iconografica deve aver risentito della situazione famigliare che stavano vivendo gli estensi, tanto che il tema del rilievo potrebbe alludere alla congiura contro Alfonso, mossa nel 1506 dai suoi fratelli don Ferrante e don Giulio. Ecco che la figura del dio giudice potrebbe essere assimilata ad Alfonso, che dopo alcune peripezie riuscì a incarcerare per sempre i suoi fratelli.

Antonio Lombardo, Fucina di Vulcano, 1508

Nella seconda opera, La Fucina di Vulcano, vediamo il dio del fuoco al lavoro con i Ciclopi che stanno forgiando il ferro. Le ipotesi di lettura sono varie: una si riferisce al tradimento di Venere con Marte subito da Vulcano, il quale avrebbe prodotto nella fucina una rete per rinchiudervi all’interno i due amanti da mostrare agli altri dei dell’Olimpo, ma considerando l’intento celebrativo del camerino, lo storico dell’arte Vincenzo Farinella si trova scettico verso questa ipotesi, che potrebbe invece sottolineare uno scandalo subito dal reggente e quindi andare contro l’esaltazione del duca.
Seconda proposta interpretativa è quella della scena descritta da Virgilio nell’VIII libro dell’Eneide, in cui Venere in cambio di compromessi coniugali, chiede a suo marito Vulcano di forgiare delle armi che avrebbero salvato Enea dalle guerre nel Lazio. Nel rilievo il dio si troverebbe all’estrema destra, presenta una posa tesa e indossa un mantello gonfio che dà idea di movimento, forse sta ancora guardando indietro verso Venere e sta accorrendo dai suoi Ciclopi per ordinargli il lavoro da svolgere.
La storica dell’arte americana Wendy Stedman Sheard abbraccia una terza ipotesi e cioè quella che la scena rappresenti la nascita di Venere dalla testa di Giove, quest’ultimo sofferente per il forte dolore chiede aiuto a Vulcano, che colpendolo in testa con un martello permette a Venere di nascere. In questo caso, l’uomo con la posa che richiama quella del Laocoonte, sarebbe Giove seduto sull’incudine. L’ipotesi è sostenuta dal fatto che alle spalle del dio si vedono una gamba ed un braccio, forse quelli di Venere in fuga. In questo modo Vulcano diventerebbe la figura posta al centro e girata di tre quarti, accanto a lui ci sarebbe un Ciclope, mentre la figura a destra col mantello e con accanto l’aquila potrebbe essere Ganimede. Secondo la studiosa l’aquila a destra potrebbe alludere ad uno dei simboli araldici della famiglia d’Este ed il gesto del rapace, che si morde delicatamente le ali, ad un augurio di serenità per la città.

Stedman Sheard trova ampi riferimenti ad Alfonso I: uno riguarda la figura di Giove, espressione del sentimento dolente e affaticato di Alfonso a causa delle continue guerre con il Papa Giulio II. Inoltre il duca fin dalla più tenera età si cimentò con abilità e successo in pratiche manuali ed artigianali, il suo ingegno era davvero all’avanguardia e ben presto fu considerato “uno dei massimi esperti di tecnica e tattica militare nell’intera Europa”, per queste ragioni si potrebbe assimilare anche a Vulcano. In conclusione la comparazione del duca alla figura del dio del ferro e del fuoco pare molto convincente. A ulteriore conferma sappiamo che il suo simbolo distintivo fu la granata “svampante”, un ordigno da battaglia che univa il fuoco al metallo (proprio gli attributi di Vulcano).

Dosso Dossi, Allegoria della Musica o Vulcano inventore delle note, 1520

Ma non solo guerra e armi uniscono il dio e il duca, Vulcano è conosciuto anche come inventore della musica, perché mentre forgiava il ferro battendolo sull’incudine creò le note. Il duca dal canto suo suonava la viola da braccio ed era anche abile nella costruzione di strumenti musicali, nel 1520 commissionò a Dosso Dossi il dipinto Allegoria della Musica o Vulcano inventore delle note ora al Museo Horne di Firenze in cui l’incudine, il martello ed il pentagramma circolare convivono armoniosamente.