La Seconda Giuditta | La storia della “Giuditta e Oloferne” di Tolosa

Era il 2014 quando, nell’intercapedine di una vecchia casa di campagna nel sud della Francia, venne ritrovato un olio su tela raffigurante il celebre episodio biblico di “Giuditta e Oloferne”, oggi attribuito al Caravaggio. In attesa di ulteriori perizie che ne confermino o meno l’attribuzione, il Ministero della Cultura francese ha disposto che la tela non esca dal territorio dello Stato, inserendolo nella lista dei Tesori Nazionali: “Quest’opera recentemente scoperta è di un grande valore artistico, potrebbe essere identificata come una composizione scomparsa di Caravaggio”, recita il decreto governativo pubblicato a fine marzo 2016 in Gazzetta ufficiale. L’opera è stata esposta alla Pinacoteca di Brera fino al Febbraio 2017 in occasione della rassegna “Intorno a Caravaggio”, forte di una concessione speciale, essendo ancora sotto osservazione per accertarne l’autografia e, soprattutto, in vendita sul mercato.

“Quella luce particolare, quell’energia tipica di Caravaggio, senza correzioni, composta da una mano sicura, nonché la materia del dipinto, ci dicono che questo quadro è autentico”, ha dichiarato durante la presentazione alla stampa il 12 Aprile 2016 Eric Turquin, l’esperto il cui studio privato ha realizzato una prima analisi della tela di 144 x 173,5 cm; “Abbiamo fatto ricerche per 18 mesi anche con l’ausilio di strumenti a infrarossi, raggi X, lo hanno visto molti storici d’arte specialisti di Caravaggio”.

Il Maestro dipinse due versioni della “Giuditta e Oloferne”, una realizzata a Roma e conservata nella Galleria Nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini, l’altra dipinta a Napoli negli ultimi anni di vita, tra il 1600 e il 1610, e scomparsa nel XVII secolo. L’attribuzione sarebbe confermata da una copia dell’epoca realizzata da Louis Finson, pittore fiammingo nato a Bruges e morto ad Amsterdam, che trascorse alcuni anni in Italia tra il 1600 e il 1610, e un periodo a Napoli nel 1604.

Oltre alla copia, oggi appartenente alla collezione del Banco di Napoli ed esposta a Palazzo Zevallos a Napoli, l’esistenza dell’originale sarebbe nominata proprio nel testamento del pittore;  ciò avvalora anche la tesi che il quadro sia «napoletano», il che potrebbe aprire un contenzioso internazionale su dove il capolavoro debba essere conservato. Il quadro dimenticato per almeno 150 anni nella sottotetto della vecchia casa “è in uno stato di conservazione eccezionale”, ha spiegato Eric Turquin: “I proprietari sono dei discendenti di un ufficiale dell’esercito napoleonico. E’ forse con lui che questo quadro è arrivato tra i beni di famiglia” aggiungendo poi che l’opera avrebbe raggiunto una collezione privata di Tolosa a metà del XIX/o secolo.

Gli esperti del Centro di ricerche e restauri dei Musei di Francia hanno ora trenta mesi per capire se si tratta davvero di un’opera originale di Michelangelo Merisi.  Il Louvre sarebbe interessato all’acquisizione (anche grazie all’aiuto di mecenati ) e trascorsi i due anni e mezzo, in assenza di offerte, il dipinto potrà essere venduto in tutto il mondo. Tuttavia, la paternità del dipinto è ancora tutta da confermare e tra gli storici dell’arte non mancano gli scettici, come Mina Gregori: la grande specialista del maestro lombardo spiega dal Quotidien de l’Art che quella ritrovata a Tolosa non è un’opera originale di Michelangelo Merisi, anche se “di qualità innegabile”. D’altronde nel sud della Francia, racconta la storica dell’arte Mathilde Tastavy, sono stati numerosi i pittori che si sono ispirati al maestro milanese. Il nodo, quindi, non è ancora sciolto: nei prossimi mesi gli esperti del museo del Louvre studieranno l’opera che, se attribuita a Caravaggio, potrebbe arrivare a valere 120 milioni di euro.