La scultura e il sottile filo fra natura e uomo
Io non so alcuna cosa, all’infuori dell’esercizio dell’arte, che possa meglio giovare a un giovane scultore, che la visita a quelle stupende Alpi Apuane. Quivi tutto parla della magnificenza, della nobiltà e della terribilità di questa materia, in cui noi siamo chiamati a immettere lo spirito vivificatore. Tutto ivi è grande e aspro e solenne“.

Adolfo Wildt, L’arte del Marmo, a cura di Elena Pontiggia, Abscondida, Milano 2002, p. 22

Vorrei proprio cominciare così, riportando una citazione presente ne “L’arte del Marmo”, testo scritto dallo scultore Adolfo Wildt, parlando oggi, forse più di sentimenti e meno di arte. Qualche settimana fa, mi sono recata a Carrara e con il mio inseparabile libretto e Adolfo Wildt sempre a portata di mano, mi sono seduta in spiaggia e ho osservato il paesaggio: davanti a me il mare piatto ed infinito, alla mia destra il promontorio di Capo Corvo e dietro di me, alle mie spalle, le Alpi Apuane. Estraendo il mio amato libro cominciai a leggere, esterrefatta dal fatto che quegli stessi sentimenti descritti da Adolfo Wildt ben 96 anni prima, erano gli stessi che provavo io e in quel medesimo momento cominciai a riflettere. Legno, marmo, piombo, cosa sono? Elementi vuoti che non aspettano altro che essere vivificati; abbiamo mai pensato alla scultura in questo modo? Ci siamo mai entusiasmati nel pensare che quello che prima era nulla ora è tutto? Quando parlo di arte, ma soprattutto quando parlo di scultura, per me questa è la vera magia, non è il risultato finale che mi emoziona, ma è questa continua opposizione fra zero-mille. Se ci emozioniamo davanti ad una scultura riflettendo su quanto vi sia dietro, sulla storia di quest’ultima, su ci che è stato fatto per arrivare a ci che vediamo, non possiamo fare a meno che soccombere a tanta bellezza.

Ogni volta che mi reco a Carrara, quindi, rifletto proprio su questo, alla visione di quelle magnifiche cave: la materia naturale che nella sua magnificenza si espone tanto da invitare colui che l’osserva a farla propria. È il passaggio natura-uomo che riesce quindi a farne qualcosa di assolutamente puro, ridando a questa la bellezza stessa che quest’ultima da all’uomo, in un continuo dialogo volto all’infinito, come se la montagna si offrisse nel suo splendore, come se fosse disposta a creare un patto con l’uomo, fidandosi delle sue mani.

Antonio Canova, "Orfeo", 1775-1776, Museo Correr, Venezia

Quando siamo quindi davanti ad un Canova, per esempio, dobbiamo sperimentare, riflettere, non possiamo usufruire velocemente delle sue opere.
Dobbiamo emozionarci, girarci attorno, osservare i dettagli, fare carico a tutti i nostri sensi, pensare ad un prima e ad un dopo, sentire. Non possiamo permetterci di essere superficiali davanti a tale processo di creazione, davanti a questo continuo scambio fra zero-mille, davanti al dialogo che instaura la natura con l’uomo ed è proprio questo incontro dalle sfumature spirituali, che rende la scultura, secondo un mio personale punto di vista, una forma artistica superiore alle altre, se pur meno considerata.

  • Foto in copertina di Sandra Luoni