La scultura barocca a Venezia e il cantiere di Santa Maria della Salute

Nei primi decenni del ‘600 iniziò per la scultura veneziana un periodo di decadenza e assoluta chiusura verso qualsiasi stimolo esterno, che durerà fino alla metà del secolo. Protagonisti di questo momento furono pittori come Francesco Cavrioli o Clemente Molli, il cui stile presentava tratti fortemente classicheggianti arricchito da elementi tradizionali e privo di innovazioni significative. I primi cenni di rinnovamento si manifestarono solamente a partire dagli anni ’60 del secolo, quando giunsero in laguna una serie di pittori stranieri, i quali iniziarono a portare a Venezia una serie di cambiamenti significativi, anche grazie alla loro possibile conoscenza del Barocco romano. Questa nuova corrente scultorea mostrò fin da subito di aver instaurato un forte legame con la pittura coeva e ancor di più con l’architettura, con la quale condivideva i medesimi intenti scenografici. Figura chiave in questo rapporto fu sicuramente Longhena, il quale entrò in contatto con molti di questi artisti, la maggior parte dei quali impegnati nel cantiere di Santa Maria della Salute.

In questo contesto la figura più significativa che emerse tra le altre e riuscì ad imporre il suo stile per alcuni decenni fu Giusto Le Court. Nato nelle Fiandre, dove porto a termine la sua formazione, giunse a Venezia nel 1655, ricevendo immediatamente alcune commissioni importanti, in cui presentava uno stile ancora piuttosto tradizionale. Carattere che all’inizio degli anni ’60 venne sostituito da tratti più barocchi, probabilmente grazie alla frequentazione di alcuni pittori che avevano studiato a Roma: il suo stile acquisì maggior concitazione espressiva, un impiego del chiaroscuro in senso drammatico, una resa palpitante delle masse muscolari sempre più imponenti. A partire da questi anni venne coinvolto nella realizzazione di alcuni dei monumenti più importanti dell’epoca, instaurando un embrionale rapporto con Longhena, che si stabilizzerà quando nel 1670 verrà chiamato a partecipare alla decorazione di Santa Maria della Salute, cantiere che lo vedrà protagonista soprattutto per la realizzazione dell’altare maggiore e la decorazione del presbiterio. Con questa commissione, portata a termine probabilmente tra 1670 e 1674, il fiammingo venne consacrato come protagonista del rinnovamento scultoreo avviato in laguna in questi anni.

L'altare maggiore [Foto di Cristian Antonietti]

Sull’altare, punto focale dell’intero edificio, le sculture si inseriscono in una struttura architettonica piramidale ideata da Longhena stesso, la quale permise a Le Court di distribuire le figure in modo equilibrato, accentuandone le masse volumetriche e il patetismo. All’apice si colloca la figura della Vergine, che regge in braccio il Bambino, mentre attorno a lei la Peste viene cacciata con tenacia da un angioletto e la personificazione di Venezia si inginocchia al suo fianco con fare supplichevole, invocando aiuto. A lato le figure di San Marco Evangelista, patrono di Venezia e di San Lorenzo Giustiniani, primo patriarca della città (collocati più in basso); la composizione è completata da quattro angeli cariatidi e da puttini musicanti sulle basi inferiori.

La Peste

In quest’opera Giusto Le Court si mostra come uno scultore dai tratti tipicamente barocchi. Innanzitutto il panneggio si presenta come l’aspetto dominante della sua arte: svolazzi, turbinii, effetti di moto vengono sublimati in modo enfatico; l’artista sembra totalmente incurante delle leggi fisiche, ad esempio quando colloca il Bambino in braccio alla Madonna, che appare solo appoggiato ad un panneggio quasi accartocciato. Altro aspetto da sottolineare è sicuramente il grande virtuosismo nella resa e differenziazione delle stoffe, evidente in tutte le figure ma in particolare nell’allegoria di Venezia, dove egli riesce a rendere soprapizzi, trini, broccati e seta con grande attenzione descrittiva alla resa del dettaglio. Infine alcuni tocchi di policromia “discreta” percorrono tutta l’opera, a volte uniti anche a punti di vera pittura: l’artista passa morbidamente da una gradazione di grigio all’altra con grande raffinatezza e decorativismo; la figura della Peste è scura, nella statua di Venezia il candore del volto spicca sul grigio della veste ricchissima e sul manto che ricade a cascata sulle spalle. Un’altra caratteristica dello stile di Le Court, che in quest’opera viene accentuata rispetto agli esiti passati, risiede nella forte carica drammatica e nell’intensità espressiva che l’artista infonde alle sue figure, sia attraverso un’esaltazione del volume delle statue, sia attraverso un diffuso utilizzo del chiaroscuro, che contribuisce ad aumentare l’effetto patetico sui volti dei personaggi e l’effetto di movimento.

Altra figura che ebbe un ruolo significativo nel cantiere della Salute fu Tommaso Rues, artista tirolese ancora oggi poco conosciuto per la scarsità di fonti in merito. Formatosi probabilmente a Venezia intorno alla metà del secolo, partecipò probabilmente alla decorazione di diverse chiese veneziane, ma le notizie a riguardo sono scarse, tanto che poche sono le opere a lui certamente attribuite. Il suo stile risulta molto eclettico, a tratti vicino ai caratteri preziosi e drammatici di Giusto Le Court, a tratti privo della sua pesantezza e con un contrasto chiaroscurale più marcato: ciò spiega la difficoltà di elaborare attribuzioni certe a suo nome.

Gli evangelisti Matteo e Giovanni
Gli evangelisti Matteo e Giovanni
Il profeta Osea
Il profeta Osea

Il suo intervento all’interno (e all’esterno) della Salute è stato a lungo dibattuto e generalmente limitato a poche statue, tra cui certamente le rappresentazioni dei quattro Evangelisti, collocati nelle nicchie in facciata. Paola Rossi, all’inizio del nostro secolo, ha invece ampliato il catalogo dell’artista inserendovi una serie di opere che Rues avrebbe realizzato proprio in questo edificio, rendendolo la seconda figura più importante nella decorazione della chiesa. All’interno realizzò probabilmente tra 1674 e 1697 il ciclo di Profeti lignei collocati al di sopra delle colonne e ciascuno caratterizzato dalla scritta del proprio nome (testimonianza di un’effettiva produzione in legno dello scultore, probabilmente legata al suo maestro). Invece all’esterno sarebbe intervenuto sia nella realizzazione di alcuni dei profeti presenti sopra le monumentali volute, sia in quella delle statue che decorano l’apice delle cappelle laterali e le loro nicchie, tra cui numerosi angeli e figure femminili dell’Antico Testamento, come Ruth o Ester.

Oltre all’intervento degli artisti sopra citati, sono stati rintracciati nel cantiere della Salute interventi di numerosi altri scultori attivi a Venezia in quel periodo e che furono impegnati sia nella decorazione interna della basilica sia in quella esterna; artisti che intervennero sia prima dell’apporto fondamentale di Giusto Le Court, sia dopo la morte dell’artista (e anche dell’architetto), quando fu iniziata la decorazione esterna dell’edificio all’inizio degli anni ottanta e quindi contemporanei di Tommaso Rues.

Esther
Esther

La decorazione plastica della basilica della Salute si compone di ben centocinquanta statue tra interno ed esterno, di cui novantatre a tuttotondo e cinquantacinque bassorilievi; una ricchissima serie di statue unite da un unico filo conduttore tipico della civiltà Barocca: si tratta della glorificazione di Maria attraverso la sacra rappresentazione figurata.

Il punto centrale dell’intera decorazione è rappresentato dalla Madonna con Bambino sopra il timpano del portale principale e attorno ad essa si muovono tutte le altre statue: i Profeti che annunciano la venuta del Messia collocati sia sopra i modiglioni esterni, sia sulla balaustra della rotonda principale all’interno; le numerose figure che costellano i timpani delle facciate laterali, prefigurazione della Vergine nell’Antico Testamento, i santi veneziani collocati all’interno, simbolo della partecipazione di Venezia alla gloria di Maria. La sintesi di questo articolato schema iconografico è rappresentata dalla statua della Vergine sopra la lanterna come Capitana de Mar che tiene in mano il bastone da ammiraglia: immagine della guida di Venezia contro la peste ma anche nella guerra di Candia, tema storico che durante la costruzione dell’edificio viene assorbito dal piano iconografico puramente mariano.