La luce al neon nell’arte contemporanea

Fin dall’antichità la luce è stata uno degli elementi più importanti presi in considerazione dagli artisti nella composizione di un’opera d’arte o come espressione di naturalismo e realtà o, in caso contrario, come elemento simbolico, manifestazione di un’entità superiore. In questi casi però la luce non è mai stata protagonista assoluta dell’opera d’arte, ma solo uno degli elementi che partecipavano all’organicità del dipinto o di qualsiasi altra tipologia artistica. Inoltre fino alla prima metà del ‘700 parlare di luce significa parlare di luce naturale (in particolare del Sole) o di mezzi di illuminazione arcaici come la lampada ad olio e la candela, che, nella maggior parte dei casi, oggi sono entrati in disuso.
Solo a partire dalla fine del XVIII secolo la sperimentazione scientifica portò all’introduzione di nuove fonti di illuminazione artificiale: nel 1783 venne introdotta la luce al gas, che a partire dall’inizio dell’800 modificò radicalmente la visione notturna delle città europee e dopo la metà del secolo fu la volta della luce elettrica, introdotta dalla famosa Lampada ad arco, celebrata come simbolo della modernità dai Futuristi.

Giacomo Balla, "Lampada ad arco" (1909-1911)

La grande novità, che sarà poi rivoluzionaria anche in ambito artistico, fu introdotta nel 1912 dal francese George Claude e presentata ufficialmente al Grand Palais di Parigi nel 1913: il neon. Il chimico francese scoprì che il gas neon, se attraversato da una scarica elettrica, si illumina diventando fluorescente e assumendo due colorazioni differenti, il blu e il rosso. Ben presto i tubi al neon modificarono l’immagine notturna delle principali metropoli europee e successivamente anche di quelle americane; le insegne fiorirono nei principali punti di ritrovo (teatri, cinema, pub ecc.), trasformando la nuova invenzione in uno dei simboli del nuovo secolo e della modernità.
Nei primi anni della sua esistenza, però, il neon fu utilizzato soprattutto come mezzo di comunicazione pubblicitario, senza che gli venisse attribuito alcun valore artistico all’interno delle avanguardie. Solo alcuni artisti vi si approcciarono anche se in modo marginale, inserendolo all’interno di alcune loro opere: il primo fra tutti fu Z. Pesanek, il quale già negli anni ’30 utilizzò alcuni tubi al neon all’interno di alcune sue opere, assemblaggi di materiali definiti dall’artista “torsi”; successivamente, nel 1951, il fondatore dello spazialismo Lucio Fontana creò, per la IX triennale di Milano, una struttura interamente realizzata con tubi al neon, posta all’ingresso della manifestazione.

Lucio Fontana, "Struttura al Neon per la IX Triennale di Milano" (1951)

Solo con la sperimentazione artistica su differenti materiali, inaugurata all’inizio degli anni 60, il neon divenne uno dei protagonisti più frequenti dell’arte contemporanea: rispetto però a numerosi altri materiali di più recente invenzione (anche molto improbabili), esso risultava ormai “antico”, una sorta di “fossile elettrico”, sopraggiunto infine anche all’interno dell’ambito artistico, nel quale fu a lungo ignorato, rispetto al grande successo che ebbe in ambito pubblicitario. Furono soprattutto tre gli ambienti in cui trovò frequente diffusione: quello italiano, quello francese e quello americano.
In Italia furono soprattutto due correnti artistiche ad utilizzare in modo sistematico questo “nuovo” materiale: l’arte cinetica o programmata e l’arte povera, con modalità molto differenti l’una dell’altra. Parlare di arte cinetica significa parlare di movimento, generalmente provocato da un motorino o dallo spostamento dello spettatore, chiamato ad interagire direttamente con l’opera d’arte, la quale si completa proprio tramite il rapporto con l’osservatore (caratteristica tipica di molte opere contemporanee). Inoltre l’opera d’arte era concepita come qualcosa di ripetibile e riproducibile, frutto, non del genio d’artista, ma di un progetto realizzato singolarmente o ancora più spesso in gruppo, come prodotto di una ricerca collettiva; tra i principali esponenti troviamo due gruppi, il Gruppo N e il Gruppo T, con sede rispettivamente a Padova e Milano, e un artista “singolo”, Bruno Munari, il quale ebbe numerosi contatti con entrambi i gruppi. Nelle opere di questi artisti il neon non è mai protagonista assoluto del progetto, ma dialoga con numerosi materiali moderni e tecnologici, creando effetti di luce caleidoscopici e ottici. Ne sono un esempio i quattro Polariscop , presentati a Bruno Munari alla Biennale di Venezia del 1966: quattro scatole cubiche nere, che presentavano su un lato un vetro circolare retroilluminato, messo in azione da un motorino e che all’interno conteneva alcuni filtri polaroid, mescolati ad altri materiali, dando origine a immagini sempre diverse e policrome.

Gli artisti dell’arte povera invece privilegiarono due aspetti nella loro sperimentazione: da una parte andarono alla ricerca di un nuovo contatto con il pubblico, attraverso una riscoperta dell’origine e opere fortemente coinvolgenti nei confronti dello spettatore, dall’altra utilizzarono materiali comuni e quotidiani associati a nuovi materiali artificiali e sintetici, come appunto il neon. Tra gli artisti che fecero maggior uso di questo materiale sicuramente Mario Merz: lo troviamo associato a differenti tipologie di oggetti, dai celebri igloo ad una semplice rete fino all’installazione realizzata sulla Mole Antonelliana con la sequenza di Fibonacci. Merz legò il neon alla parola o ai numeri, trasformandolo in un mezzo di manifestazione e concretizzazione del pensiero, che rafforza l senso della parola o la mette in evidenza e la rende tangibile; parola che può essere impersonale e quindi scritta in stampatello, oppure pensiero personale dell’artista reso invece in corsivo.

Mario Merz, "Il volo dei numeri", sequenza di Fibonacci (1998)

In Francia troviamo diversi artisti che fecero diverso utilizzo del neon, come Franҁois Morellet e Martial Raysse. Il primo, vicino al gruppo dell’arte cinetica francese Grav, interpretò il neon soprattutto in senso geometrico e ritmico: una serie di tubi al neon, generalmente bianchi, sono posti su una superficie verticale in orizzontale, verticale o posizione obliqua, in modo casuale o per creare forme o figure; la loro accensione può essere sia casuale, azionata da un motore, oppure dipendente dall’azione dell’osservatore, che può determinare l’accensione o lo spegnimento delle luci. Egli utilizzò il neon anche per riflettere sulla possibilità di questo materiale di definire uno spazio, creando una serie di strutture tridimensionali prospettiche, una sorta di sculture geometriche ad intermittenza.
La ricerca di Raysse invece lo portò a sviluppare un linguaggio più vicino alla Pop Art americana, nel quale inserì ampliamente l’utilizzo del neon: per lui il neon era “colore vivente oltre il colore”, il quale “toglie polvere alla pittura”. Nelle sue opere la pittura, dai colori vivaci e volutamente non realistici, viene associata continuamente a sottili tubi al neon che vengono utilizzati per sottolineare alcuni particolari delle figure, molto spesso volti femminili, come le labbra o gli occhiali, oppure per aggiunger simboli tipicamente pop. Successivamente egli abbandonò la pittura per dedicarsi totalmente al neon, con il quale iniziò a realizzare rappresentazioni stilizzate e bidimensionali di oggetti, come telefoni o simboli, ancora una volta sulla scia dell’immaginario Pop.

Franҁois Morellet, "Neon nello spazio"
Matrial Raysse, "America America"
Matrial Raysse, "America America"

Nel mondo americano furono molti gli artisti, appartenenti a correnti molto diverse l’una dall’altra o indipendenti, che scelsero il neon come materiale privilegiato per riflessioni molto eterogenee.
Appartenente alla Minimal Art, Dan Flavin fu sicuramente uno delle personalità più importanti in questo ambito. In linea con gli altri artisti Minimal, scelse di utilizzare materiali industriali e moderni (tubi al neon di diversi colori appunto) per creare figure geometriche elementari, figure singole o ripetute, totalmente impersonali e neutre dal punto di vista emotivo, grazie ad una resa estetica fredda. Come per l’arte cinetica, l’artista è visto piuttosto come un progettista e un ingegnere, che si dedica allo sviluppo del progetto, poi realizzato a livello industriale. La ricerca di Flavin sul neon riguarda sia l’impersonalità della luce fredda del neon, sia il suo rapporto con lo spazio in cui l’opera è inserita, in quanto, emanando luce, invade e modifica l’area circostante e tutto ciò che essa contiene, comportando anche specifiche scelte espositive. Tubi singoli posti in diverse posizioni, generalmente accostati alle pareti della stanza, oppure strutture più complesse create con più tubi come i Monuments for V. Tatlin, dedicati all’artista costruttivista russo. In alcune opere egli realizzò un perfetto accordo tra architettura e neon, modificando attraverso la luce lo spazio di interi edifici come capannoni industriali, caserme dei pompieri fino al progetto più recente realizzato all’interno della Chiesa Rossa di Milano, in cui navata, transetto e abside vennero illuminati con tre colori diversi (rispettivamente blu, rosso e giallo).

Dan Flavin, "Chiesa Rossa", Milano

Diversamente da Flavin, Joseph Kosuth, condusse la sua ricerca verso una realtà più concettuale, soprattutto legando il neon alla parola, espressa in senso tautologico, in cui ciò che viene scritto corrisponde a ciò che si vede, all’essenza stessa, come nell’opera Neon: semplicemente la scritta neon realizzata con semplici tubi al neon. Si manifesta una perfetta identità tra il codice visuale e quello linguistico all’interno dell’opera che diventa puro concetto e, allo stesso tempo, trasferisce un linguaggio puramente pubblicitario nell’ambito artistico: la differenza tra queste opere e una semplice insegna risiede interamente nel concetto.

Artista eclettico e tra i più significativi del secondo Novecento, capace di passare dalla video art alle sperimentazioni condotte sul proprio corpo, Bruce Nauman si servì del neon unendolo spesso alla parola così come all’immagine, distaccandosi dalla ricerca di Kosuth per certi aspetti. Egli ricondusse il neon al suo valore di insegna, come mezzo d’attrazione attraverso il quale trasmettere un messaggio, nel suo caso non pubblicitario, ma più profondo. Riflessioni su tematiche ancora attuali attraversano la sua ricerca, dalla guerra (Raw War) alla carestia (dEATh), fino ad arrivare invece ad immagini più dissacranti e provocatorie. Egli utilizzò parole palindrome, assonanze, giochi di parole, doppi sensi e ambiguità per rendere il neon qualcosa di ludico e al tempo stesso profondo e fonte di riflessione.

Bruce Nauman, "War"
Bruce Nauman, "Death"
Bruce Nauman, "Death"

Il neon, pur essendo un “fossile elettrico”, ha attraversato tutta la ricerca artistica della seconda metà del XX secolo, vedendosi attribuire molti significati e usi differenti, più o meno lontani dal suo scopo originario. Sottoforma di parola, immagine, forma astratta, struttura tridimensionale e molti altri aspetti il neon è stato protagonista nella sperimentazione artistica di molti grandi maestri contemporanei e di molti giovani artisti più recenti.