La disperazione dell’eroe Courbet: un ritratto paradossale del Realismo nascente

Giunto a Parigi attorno al 1840 per assecondare la famiglia che lo avrebbe voluto avvocato, Gustave Courbet (Ornans 1819-1877 La Tour de Peliz) preferì immergersi nelle vivacissima vita culturale della capitale, visitando il Louvre di Rembrand, Caravaggio, Tiziano, Velazquez, e svagandosi alla brasserie Andler, frequentata da artisti e intellettuali del calibroBaudelaire e Proudhon.
Già in un autoritratto risalente a questo periodo, più precisamente al 1843, è evidente il distacco dallo stile romantico e prodromi dell’evoluzione artistica che approderà al Realismo; il soggetto è la disperazione scomposta e sconveniente di un artista, che punta i grandi e begli occhi sgranati su una realtà cruda, squallida e terribile.

Difficile per un uomo nel fiore degli anni arrivare a dichiarare a gran voce quale sia per lui la natura delle cose reali e al contempo la propria “appartenenza totale alla libertà”, ossia la volontà di accettare la realtà per quella che è, ma anche di ingaggiare una strenua lotta contro di essa: è una lotta fondamentalmente fallimentare, nel tentativo di affermare la propria morale e la propria indipendenza intellettuale.

Gustave Courbet, "Autoritratto come uomo disperato" (1843 c.), collezione privata

Lo smarrimento di fronte a questa lotta eroica si esprime anche sul piano tecnico e artistico: la creazione del pittore Courbet si fonda si sulla volontà di aprire uno squarcio nelle tela perbenista e patinata della società del suo tempo, ma inferto forgiando la sua lama con opere dei grandi maestri del passato, come è sempre avvenuto dall’alba dei tempi: la mente sregolata nei pensieri si esprime comprendendo a fondo le regole accademiche del linguaggio pittorico, poiché realismo non vuol dire realtà.

Gustave Courbet sa di essere scandaloso, e sa di essere bello; si raffigura allo specchio, con le guance rosse, le labbra carnose, gli occhi limpidi e profondi, ma pur reagendo con sgomento di fronte a quella gran bruttura che è il mondo, la posa appare paradossalmente plastica e aggraziata;  il collo, le vene, sono modellate con un la luce di un teatrale “riflettore caravaggesco”. Impossibile tentare di riprodurre la disperazione di un disperato artista che si guarda allo specchio, pretendendo di non tradire l’essenza stessa del suo realismo! Da questo nasce il sincero smarrimento, l’ossessione, la tensione artistica di Courbet verso qualcosa che non si lascerà mai davvero raffigurare, o almeno, non senza lottare.