Jean-Michel Basquiat a ritmo di Jazz

‘’Non so come descrivere il mio lavoro. È come chiedere a Miles Davis: ‘’Come suoni la tua tromba?”.
– Jean-Michel Basquiat

Chiudete gli occhi ed accendete il supporto musicale che preferite. Lasciatevi trasportare dalle lunghe pause tipiche di Miles Davis, dalle atmosfere astratte e dense del John Coltrane di ‘’A Love Supreme’’, dal virtuosismo e dall’imprevedibilità alla Charlie Parker e dall’inconfondibile soul di Aretha Franklin. Quello che otterrete è un quadro di Jean-Michel Basquiat.
Profondamente deluso già dagli anni ’80 dai meccanismi mercificatori che permeavano ormai il mondo dell’arte, si lascia ad una confidenza, alquanto insolita, di cui è testimone il fotografo ritrattista Jérôme Schlomoff: ‘’Si, voglio smettere di dipingere. […] Mi hanno rotto tutti, mi fanno tutti schifo. Voglio mettermi a scrivere.’’ È con queste parole dense di rabbia e, allo stesso tempo, di serena consapevolezza che il giovane graffitista espone il malessere tipico di chi si ritrova incastrato nelle trame di un sistema che non si può cambiare, ma da cui ci si sente inevitabilmente oppressi. Non che non fosse affascinato dallo stile di vita ‘’warholiano’’: ma non gli importava granché, pur avendo capito fin da subito come stare al gioco. Il suo primo desiderio, una volta guadagnati i primi soldi, fu quello di aprire etichette discografiche. C’era un elemento, in effetti, che fino alla fine non abbandonerà la vita privata e artistica di Basquiat: la musica.

Jean-Michel Basquiat, Untitled (Stardust), 1983
Jean-Michel Basquiat, Untitled (Stardust), 1983
Jean-Michel Basquiat, Trumpet, 1984
Jean-Michel Basquiat, Trumpet, 1984

Da Bach a David Byrne, da Billie Holiday a David Bowie. I suoi quadri sono delle vere e proprie composizioni musicali che spaziano dal Black Jazz al Gospel per approdare alle prime sperimentazioni dell’Hip Hop.
Leggere una sua opera è come leggere uno spartito astratto, simbolico e iconico allo stesso tempo, fatto di immagini, suoni e riferimenti presi dalla New York del suo tempo ma anche dalla storia, dal primitivismo, dai miti, dalla cultura afro-americana e da tutto ciò che poteva destargli curiosità.
Gli elementi ‘’catturati’’ dai libri di anatomia, dai cartelli commerciali, dalla Bibbia o dai fumetti non fanno altro che da scheletro ad una grande struttura musicale sempre nuova e misteriosa. Non sempre, però, i riferimenti – in particolare al Jazz – sono di chiara comprensione o espliciti, anzi, si celano sotto parole nascoste o cancellate (Basquiat riteneva che solo in questo modo potessero essere davvero visibili e soggette ad attenzione), piuttosto che attraverso simboli e numeri.
Difatti i numeri spesso rimandano a cataloghi o a vinili e le parole ad etichette discografiche a lui care come la Victor e la Bluebird 78 RPM. Parole scelte non a caso, ma col fine di rimandare a molteplici significati.

Untitled (Charlie Parker), 1983
Untitled (Charlie Parker), 1983
Bird on Money, 1981
Bird on Money, 1981

Molti amici, artisti e non, ricordano che nel luogo di lavoro di Basquiat non mancava mai la musica Jazz; soprattutto quella di Charlie Parker, il suo musicista preferito in assoluto, a cui ha dedicato molte sue opere tra cui le simboliche Bird on Money, Charles The First e Untitled (Estrella), le più esplicite Untitled (Charlie Parker) e CPRKR con rimandi alla sua discografia come in Discography I e Now’s the Time.
Più criptici i riferimenti dell’opera King Zulu, in cui la complessa personalità di Louis Armostrong si riflette sulla tela di Basquiat in tutta la sua labirintica composizione da decifrare.

Jean-Michel Basquiat, King Zulu, 1986

Ci sono molti simboli di cui ancora non si conosce il significato nelle sue opere; eppure, proprio come nei quadri di Leonardo da Vinci, è questo mistero che ci affascina e ci attira. Opere che, probabilmente, più che essere guardate hanno bisogno prima di essere ascoltate, lasciandosi avvolgere dai Beat di un ragazzo, prima ancora di essere un artista, che a diciassette anni descrisse come romantica la sensazione che aveva pensando a come erano diventati famosi quelli che lui definiva i suoi ‘’eroi’’: Jimi Hendrix e Charlie Parker.
Come dice Parker stesso: ‘’Ti insegnano che la musica può arrivare fino a un certo punto, ma guarda che l’arte non ha confini’’. Il famoso sassofonista sarebbe stato sicuramente fiero di lui.