Il giovane Tintoretto alle Gallerie dell’Accademia di Venezia

In occasione del cinquecentesimo anniversario della morte di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, le Gallerie dell’Accademia di Venezia dedicano un’importante mostra ad uno dei geni assoluti del Cinquecento veneziano, apertasi il 7 settembre e che proseguirà fino al 6 gennaio. Tale mostra, curata Roberta Battaglia, Paola Marini, Vittoria Romani, si pone come obiettivo fondamentale l’analisi dei primi dieci anni di attività del pittore, prima della consacrazione ufficiale, avvenuta nel 1548, data di realizzazione della celebre tela per la scuola di San Marco, dedicata all’episodio del Miracolo dello schiavo. La mostra vuol far quindi luce sul periodo meno noto della sua attività, sviluppatosi in seguito alla sua formazione, ancora oggi poco nota e molto probabilmente dal forte carattere autodidatta, caratterizzata solo da un primo contatto con Tiziano e forse dalla sua presenza nella bottega di Bonifacio Veronese, suggerita da alcune fonti secentesche, come il Ridolfi. Prima di entrare nel merito della produzione tintorettesca di questi anni, la mostra si apre con una sezione, dedicata agli artisti attivi a Venezia negli anni Trenta durante il dogado di Andrea Gritti, al fine di far comprendere al visitatore quali furono le suggestioni artistiche poi rielaborate dal giovane Tintoretto e quali cambiamenti si verificarono nell’arte veneziana dopo il 1527, l’anno del Sacco di Roma e della diaspora degli artisti manieristi lungo la penisola. Tra questi artisti vi è sicuramente Tiziano, maestro del classicismo cromatico veneziano e indiscusso punto di rifermento per tutti gli artisti attivi in questo periodo. In questi primi ambienti si pone l’accento sulla sua evoluzione, dallo stile pienamente rinascimentale ed equilibrato della Cena in Emmaus del 1535, ad uno più magniloquente, caratterizzato da figure imponenti, da muscolature michelangiolesche e da vertiginosi sotto in su, che denotano un certo interesse per le novità manieriste giunte a Venezia tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, qui visibili nel San Giovanni a Patmos proveniente da Washington.

Tra gli altri artisti veneti, le cui opere furono un riferimento quasi obbligato per Tintoretto, troviamo Bonifacio Veronese già ricordato come un possibile maestro per il giovane artista e che, tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta, fu impegnato, insieme ad alcuni collaboratori, nella decorazione del Palazzo dei Camerlenghi, in cui interverrà anche Tintoretto negli anni Cinquanta. Paris Bordon, pittore dell’entroterra affermatosi a Venezia a partire dagli anni Trenta, prima con un tema molto diffuso in quegli anni, la sacra conversazione e poi con una serie di dipinti a tema sacro realizzati per la scuola di San Marco, come La consegna dell’anello al doge. Pordenone, la cui opera, ancor prima dell’arrivo degli artisti romani in laguna, introdusse a Venezia un forte interesse per la maniera michelangiolesca, attraverso figure monumentali, scorci prospettici arditi e una carica drammatica inedita. Infine, Andrea Meldolla, detto lo Schiavone, il quale, forse più di tutti, influenzò Tintoretto nella sua prima produzione con la sua pennellata rapida e indefinita e la sua grazia, indice di un preciso interesse per Parmigianino.

Uno spazio è poi dedicato agli artisti romani giunti a Venezia tra il quarto e il quinto decennio, ovvero Giorgio Vasari, Francesco Salviati e il suo allievo Giuseppe Porta, l’unico a rimanere poi permanentemente in laguna. Queste personalità introdussero cambiamenti significativi nell’arte veneziana, creando un confronto tra gli aspetti caratteristici dell’arte lagunare, incentrata sull’aderenza al dato naturale, sul colore e sulla luce, e quelli dell’arte tosco-romana, che invece privilegiava maggiormente l’astrazione intellettualistica delle forme e il ruolo centrale del disegno. Un punto di svolta quindi che influenzerà tutti gli artisti lagunari e che troverà proprio in Tintoretto, il cui motto era “colorito di Tiziano e disegno di Michelangelo”, uno dei suoi massimi interpreti. L’ambiente più ampio della mostra è dedicato agli esordi di Jacopo Robusti a Venezia. In questa sezione si indaga l’evoluzione del suo stile che lo porterà poi ad affermarsi sulla scena veneziana alla fine del quinto decennio. Evoluzione caratterizzata da una costante sperimentazione su modelli ormai affermati, che lo porterà a rinnovare profondamente alcuni soggetti classici della tradizione veneziana. È il caso della Sacra Conversazione eseguita per la famiglia Molin nel 1540, prima opera certa firmata dall’artista, il quale riprende un genere consolidato e ne rinnova l’impostazione spaziale, dando priorità alla presenza dei corpi nello spazio piuttosto che al paesaggio. Queste tele mostrano come lo stile dell’artista nella prima metà degli anni Quaranta si rinnova continuamente, grazie anche all’assorbimento degli stimoli ancora recenti dei pittori romani e al contatto con gli artisti veneti citati precedentemente. Particolarmente evidente è l’influenza dello Schiavone, della sua pennellata “empiastrada”, sfatta, incompiuta, ben visibile nella Conversione di San Paolo di Washington o nel Cristo fra i dottori di Brera. L’influenza dei soffitti realizzati da Vasari in palazzo Cornaro si scorge nei soffitti realizzati per palazzo Vettore Pisani, decorati con scene mitologiche tratte delle Metamorfosi di Ovidio e oggi conservati presso la Galleria Estense di Modena, caratterizzati da un ardito utilizzo del sotto in su, che porta a monumentalizzare le figure, sbalzate con vigore in primo piano. Il riferimento a Tiziano è invece evidente nella Cena in Emmaus di Budapest, nella quale, pur riprendendo un soggetto tizianesco, ne rielabora l’impostazione spaziale, attraverso diagonali contrastanti e un’atmosfera quasi claustrofobica ricolma di figure; inoltre nel dipinto emerge anche un altro dei tratti distintivi di Tintoretto, ovvero l’attenzione ad un certo realismo, sviluppato attraverso la proliferazione di figure secondarie al tema e alla centralità data a certi elementi (in questo caso la pagnotta posta al centro in primo piano). Si crea quindi un contrasto tra i tratti realistici dei dipinti e la tendenza all’astrazione e all’artificio, visibile nelle figure affettate, nelle costruzioni spaziali ardite e, da lì a poco, nell’uso sempre più drammatico del chiaroscuro.

Tintoretto, “Cena in Emmaus”

L’ultima sala è dedicata ad alcune delle opere realizzate da Tintoretto nella seconda metà del decennio e uno spazio privilegiato è destinato all’imponente tela, realizzata nel 1548, del Miracolo dello schiavo. In questo dipinto si concentrano tutte le caratteristiche dello stile di Tintoretto di questo periodo: ormai superata da fase schiavonesca, la sua attenzione si concentra su una totale riflessione sui modi di Tiziano e di Michelangelo, rendendo totalmente protagonisti la luce e i corpi, inseriti in uno spazio attentamente studiato e calcolato. La luce, ormai divenuta drammatica e quasi simbolica, spiove dall’alto portata dalla figura di San Marco, che frana verso il centro del dipinto; ma allo stesso tempo sullo sfondo troviamo ancora una luce naturale, che illumina brani di architettura dai caratteri sansoviniani. La figura umana domina la scena con un catalogo di pose e movimenti artefatti, che si incastrano e rendono la scena patetica, con la loro partecipazione al momento. Lo spazio è definito da una serie di diagonali incidenti, in particolar modo definite dal corpo nudo dello schiavo e dalla figura spiovente di San Marco.

Attorno a questo dipinto troviamo altri brani di pittura poco precedenti, che propongono in particolare un paragone tra Tintoretto e un altro artista a lui contemporaneo, Jacopo Bassano. In particolar modo il confronto è sviluppato attraverso due opere monumentali, incentrate sul medesimo soggetto, l’Ultima Cena. La versione di Tintoretto, dipinta nel 1547, mostra come l’artista, già prima del Miracolo, avesse effettuato una brusca svolta luministica, attribuendo alla luce un carattere drammatico e patetico, oltre che ad utilizzarla per accentuare la volumetria dei corpi. Lontano del modello di Giuseppe Porta presente in mostra, Tintoretto sembra avvicinarsi di più proprio ai modi di Bassano, soprattutto per l’atmosfera conviviale e non retorica con cui rende il soggetto: entrambi, infatti, danno grande spazio alla proliferazione di oggetti e vivande sulla tavola e si concentrano sulla resa emotiva delle differenti reazioni degli Apostoli. Infine, a questa sala è affiancato un piccolo ambiente laterale, in cui si getta uno sguardo sul decennio successivo, gli anni Cinquanta, e sulla successiva evoluzione stilistica dell’artista: in questi dipinti, come Estate e Caino e Abele, permangono gli sviluppi luministici e il trattamento dei corpi del decennio precedente, ma l’attenzione di Tintoretto viene anche rivolta ad un elemento fino ad allora trascurato, il paesaggio.

Tintoretto, “Estate”