IKB: l’infinito nei monocromi di Yves Klein

Nato a Nizza il 28 aprile 1928 in una famiglia di artisti, Yves Klein ha attraversato le Avanguardie del secondo Novecento lasciando, in appena trentaquattro anni di vita, di cui solo sette di attività artistica, un’eredità al mondo dell’arte di oltre mille opere. Pur sperimentando la scultura, la pittura, la scrittura e pur essendo un grande appassionato di judo, il suo nome rimane legato a un colore: il blu.

“Sono giunto a dipingere il monocromo […] perché sempre di più davanti a un quadro, non importa se figurativo o non figurativo, provavo la sensazione che le linee e tutte le loro conseguenze, contorno, forme, prospettiva, componevano con molta precisione le sbarre della finestra di una prigione.”

Niente linee, niente figure, niente cornice, solo grandi superfici monocrome di un’intensità accecante. I primi monocromi sono superfici tattili di onde increspate, poi non si vede più neanche il segno lasciato dal rullo. Nel colore blu, Klein trovò esattamente quello che cercava: l’infinito, la pace, la contemplazione, l’unificazione del cielo con il mare. Il blu come il colore dello spazio infinito che nella sua vastità incalcolabile può contenere tutto.

Monocromo blu (IKB 67), 1959
Monocromo blu (IKB 3), 1960
Monocromo blu (IKB 3), 1960

International Klein Blue

Nel febbraio del 1956 Klein partecipa all’esposizione parigina nella Galerie Colette Allendy intitolata Yves: Proposition monochrome, qui inizia a far conoscere le proprie opere e cerca di verificare l’impatto della pittura monocroma sul pubblico. Lavora perlopiù con tonalità calde, morbide, come il giallo, l’arancio e il rosso, ma il lavoro non lo soddisfa. I dieci monocromi presentati, ciascuno di un colore diverso, creano a suo dire una “policromia decorativa”, effetto del tutto lontano dalle intenzioni dell’artista convinto che il colore debba necessariamente svincolarsi dalla sua natura decorativa, ornamentale, per farsi esso stesso significante, per “rappresentare qualcosa in sé”.  Klein decide quindi di limitarsi a lavorare con un unico colore che di conseguenza avrebbe dovuto essere straordinario, intenso, evocativo. Sceglie il blu, o meglio, una particolarissima sfumatura di blu oltremare, che l’artista definisce “l’espressione più perfetta di blu”.
Inizia così la fase che verrà definita Epoca blu, in cui il colore da lui creato, l’IKB (International Klein Blue) e poi brevettato il 19 maggio del 1960, sarà l’unico protagonista.

Il pigmento blu purissimo impiegato nella miscelazione dell’IKB non perdeva la sua naturale brillantezza grazie ad un solvente particolarissimo, una resina sintetica usata normalmente come legante, il Rhodopas M, che Klein diluì in una soluzione di alcol etilico e aceto d’etile al 95%. Così miscelata la resina divenne un ottimo legante per i grani del pigmento stesso, ed era particolarmente adatta al blu oltremare in quanto non ne modificava la tonalità. Questo pigmento ha permesso all’artista di arrivare alla perfezione, all’espressione più pura del blu: il “suo” colore. Klein pian piano tingerà del suo blu muri, statue, corpi, tavole in legno e spugne.

“Un giorno notai la bellezza del blu in una spugna; questo strumento di lavoro divenne per me materia prima d’un sol colpo. La straordinaria capacità delle spugne di assorbire qualsiasi liquido mi affascinò.”

Del periodo blu fanno parte quei rilievi di Klein composti da spugne sature di varie dimensioni, montate su tele dalla superficie ruvida, che intrise di blu, rievocavano il fondale dell’oceano o la topografia di qualche pianeta sconosciuto.

Archisponge (RE 11), 1960

Anthropométries

L’idea per una nuova serie di opere, le Anthropométries, si può sicuramente mettere in relazione alla passione di Klein per il judo, in particolare all’impronta del corpo che rimane sul materasso dopo la caduta. I primi esperimenti di Klein avvennero il 27 giugno 1958: applicò della vernice blue su una modella nuda e la fece rotolare su un foglio di carta steso sul pavimento. I risultati però non lo soddisfecero perché le impronte erano troppo casuali. L’idea di disegnare con “pennelli viventi” però, continuò ad affascinarlo.

La première pubblica ebbe luogo la sera del 23 febbraio 1960 nell’appartamento di Klein. La modella, sotto la supervisione dell’artista, impresse il suo corpo su un foglio di carta affisso alla parete. Le forme del corpo erano ridotte agli elementi essenziali del tronco e delle cosce, e veniva prodotto un simbolo antropometrico, cioè quello relativo al canone delle proporzioni umane. Klein lo ritenne l’espressione più intensa dell’energia vitale immaginabile.

Anthropométries, 1960

La carriera di Klein coprì a malapena l’arco di un decennio ma questo bastò a imporre la sua opera sulla scena parigina ed europea come una sorta di tabula rasa che ha prodotto un nuovo impulso alla ricerca artistica degli anni Sessanta. I quadri, le sculture, gli scritti, la vita quotidiana dell’artista sono impossibili da scindere l’una dagli altri. Klein ha influenzato quasi tutti i pittori della sua generazione e di quella che gli è succeduta, lasciando però un’eredità impossibile, perché tutto il suo lavoro, la sua ricerca, non sono altro che un’organica filosofica utopia.

Yves Klein morì di infarto a soli 34 anni, il 6 giugno 1962 a Parigi, avvelenato dai fumi tossici del suo atelier. La preoccupazione costante della sua vita fu il vuoto: non quella di colmare una lacuna esistenziale, ma quella di impossessarsi dell’immateriale per eccellenza e renderlo percettibile e vivibile.