La corrente liberty italiana: Galileo Chini

Artista fiorentino dei primi del 900, Galileo Chini è tra i pionieri dell’arte Liberty in Italia. 

Nel suo percorso artistico non si dedica solo alla pittura, ma anche alla scenografia, al restauro e all’arte della ceramica. Nato il 2 dicembre 1873 a Firenze, è un artista autodidatta: non si diploma all’Accademia, seguendo solo alcuni corsi di decorazione presso la Scuola d’Arte di Santa Croce e frequentando saltuariamente, dal 1895 al 1897, la Scuola Libera di Nudo all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Inizialmente si dedica al restauro e alla decorazione presso l’impresa di restauro dello zio, per poi fondare, nel 1896, insieme a quattro amici, la manifattura “Arte della ceramica”. L’idea di Galileo è quella di rilevare un’antica fabbrica di ceramiche fiorentina, con il volere di creare qualcosa di nuovo. Ispirandosi al cosiddetto “Favrill Glass”, ideato da Louis Comfort Tiffany, che sviluppa diversi oggetti in vetro opalescente a iridescenza metalliche, comincia a sperimentare sulle proprie ceramiche effetti simili e non solo. I prodotti creati sono subito un successo: brocche, piatti, vasi, tutti manufatti di grande pregio e raffinatezza che portano l’artista e i suoi collaboratori ad esportare nei mercati europei e statunitensi. Dopo diversi diverbi con gli assistenti della manifattura decide di abbandonarla, per fondare, nel 1906, insieme al cugino Chino, le “Fornaci di San Lorenzo”. Le Fornaci, a differenza dell’Arte della Ceramica, diventano un luogo di progettazione: l’ingegno e la creatività dei due cugini trova il loro apice nella creazione non solo di eccellenti maioliche, ma anche di mobili, vetrate e componenti di arredo decorati fin nei minimi dettagli, arrivando ad esporre, già nello stesso anno di fondazione, all’Esposizione di Milano. Ai motivi vegetali dei suoi esordi, si aggiungono nuovi soggetti e forme più particolari, spostandosi verso motivi geometrici e zoomorfi, inserendo tonalità dorate e argentate, avvicinandosi sempre di più ad uno stile Decò.

Nel 1909 assume l’incarico di docenza per la cattedra di Pittura presso l’Accademia Libera di Roma e nel 1915 prende posto presso quella di Ornato di Scenografia a Firenze. Nello stesso anno comincia a lavorare come scenografo, collaborando anche con Puccini e creando magnifici fondali per la Turandot del 1924. Nel 1910 per l’artista si presenta una magnifica opportunità: il re del Siam, Rama Quinto, dopo aver osservato il suo lavoro presso la Biennale di Venezia, alla quale partecipa in più annate, lo invita ad affrescare alcune stanze del suo palazzo a Bangkok. Nessun documento testimonia l’incontro fra l’artista e il re, sappiamo solo che alla VII Biennale di Venezia Galileo decora la “Sala del Sogno” e che il re in visita ne rimane estasiato.  I contatti non vennero sviluppati subito ma dopo alcuni anni e a testimonianza di ciò abbiamo alcuni documenti che ci confermano che Chini accetta con gran piacere l’incarico per centocinquantamila franchi. L’avventura nel Siam fu incredibile per l’artista che inizialmente si trova a dover fare diversi soggiorni con il solo intento di sperimentare la risposta dei colori al clima totalmente diverso da quello europeo. Prima di occuparsi della commissione data, Galileo, insieme ai suoi collaboratori, si dedica a numerose escursioni in luoghi con monumenti artistici con l’obiettivo di comprendere l’arte del luogo, scoprendo templi e antiche pagode conservati a Ayutthaya, la vecchia capitale del Siam. Quest’avventura porta alla creazione di un palazzo incredibile, il Palazzo del Trono, realizzato con marmi proveniente dall’Italia, che mantiene le caratteristiche dell’architettura orientale, ispirandosi però alle linee severe del neoclassicismo romano del tempo. Qui Chini affresca il Prah-ti-Nam, ossia la Sala del Trono, raccontando la storia degli ultimi sei re del Siam. 

Rientrato dall’Oriente moltissimi sono gli incarichi per l’artista, trovandosi ad affrescare diverse sale di palazzi privati e non. In quegli anni decide di abbandonare la conduzione della manifattura, che continuava ad avere grande successo, cedendola ai figli del cugino Chino, che nel frattempo era deceduto. Nel 1927, ottiene  la cattedra di Decorazione Pittorica presso la Reale Scuola d’Architettura di Firenze, fino a lasciare completamente l’attività di insegnante nel 1938 per limiti di età. Negli ultimi anni della sua vita si dedica a diverse mostre personali, arrivando nel 1956 ad esporre a Bogotà, in Colombia. Il 23 agosto dello stesso anno l’artista muore nella sua casa di via del Ghirlandaio 52, a Firenze. 

Oggi per tanti di noi Galileo Chini, non è una figura nota, l’artista infatti nei decenni successivi alla sua morta era apprezzato solo da una stretta cerchia di personaggi noti, fra cui il regista Luchino Visconti che ne fu un appassionato estimatore.  Negli ultimi anni l’opera di Chini è stata notevolmente rivalutata, dando all’artista la fama da sempre meritata, due infatti sono le mostre più recenti: la prima presso la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, nel 2006 e l’ultima presso il Palazzo Pretorio di Pontedera conclusa nell’aprile di quest’anno.