Giovani artisti emergenti: l’Arte di Franco Spina

Qual è stata la tua formazione?

Dopo studi scientifici ho conseguito la laurea in primo livello in “Pittura” e la magistrale in “Arti Visive e Nuovi Linguaggi Espressivi” presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze.  Ciò che mi ha portato a intraprendere questo percorso, oltre la naturale propensione al disegno e al “fare creativo” è stata l’esigenza di una ridefinizione continua, intellettuale e lavorativa. Ma anche forse il bisogno di esorcizzare la morte. L’arte è traccia, seppur invisibile. Ho inoltre un forte background di impronta filosofica e socio-antropologica. L’arte in qualche modo è in egual misura un interrogativo sul mondo, un analisi profonda delle realtà che ci circondano, una scomposizione delle certezze per tentare di arrivare al nocciolo delle cose, e che concretizza il pensiero attraverso exempla estetizzati. E’ un mezzo di espressione e, perchè no, di educazione, in quanto pone l’accento su questioni che in generale possono passare inosservate e smuovere il pensiero. Spesso si parla di “arte per l’arte” o “arte pura” defunzionalizzando in tal modo una disciplina che invece esercita una forte funzione etica, nel senso filosofico del termine, cioè indurre a un pensiero e alla sua circolazione.

 

La tu attività artistica si concentra principalmente sulla pittura o su altri tipi di ricerche artistiche?

La mia attività artistica affonda le radici sicuramente nella pittura e nel disegno, che sono il mio punto di partenza e come tale hanno ricoperto una certa importanza, sebbene ora ne sia distaccato. Mi occupo attualmente principalmente di performance art e multimedia art ma rimane comunque una certa cross pollination fra le varie discipline artistiche, come la fotografia, la grafica, l’installation art, la scultura, il sound design.

 

Come sei approdato alla tua attuale ricerca artistica e in cosa consiste?

Ad un certo punto, al terzo anno di Accademia, è avvenuto qualcosa. Non ero soddisfatto di quello che facevo, che sentivo estraneo rispetto alla realtà che ci circonda, una “cosa a sè” senza valore reale. Come dicevo prima l’arte ha un forte valore etico e questo non può che attuarsi se non nel presente soltanto. Credo che l’arte esista solo nel presente. Tutto ciò che non riflette l’oggi non ha, a mio parere, un valore artistico. E’ una questione di dialogo appunto, e di costruzione, con un pubblico che vive la società contemporanea e parla la lingua del presente. Da qui l’esigenza di una ricerca che fosse il più possibile lo specchio della nostra contemporaneità, eterea, frammentata, instabile. La mia arte è esattamente così. Si fonda su valori impermanenti e instabili, è tesa ad innescare meccanismi di pensiero e a interrogarsi sul presente, sui valori dell’interazione sociale e sulla creazione di esperienze piuttosto che di oggetti. L’a-monumentalità è di fatto un’altra delle caratteristiche del mio lavoro, l’assenza assoluta del conservabile, dell’oggetto concreto nato per durare per sempre. Porto ad esempio l’installazione Hortus Doli, una sorta di deposizione vegetale su un tavolo autoptico, destinata a consumarsi e a scomparire. Era in questo caso un discorso legato all’evolversi delle cose e alla presenza del dolore insita in tutte le cose. Secoli di civiltà e l’accelerazione tecnologica e demografica che il Novecento ha comportato, hanno generato un mondo saturo di immagini e di idola, al punto tale da vivere qualsiasi cosa, arte compresa, in maniera distratta e superficiale. Il mio scopo è dunque quello di creare nuovi meccanismi, che possano ristabilire un contatto con il mondo e con gli altri, nuove relazioni possibili, attraverso infiltrazioni effimere e impermanenti. E’ in questo senso che scelgo di lavorare molto spesso con la performance o comunque con il performativo (più generico e interdisciplinare), in quanto si configura come il mezzo adatto per mettere in pratica il mio modus pensandi, sia a livello concettuale (la performance è di per sé effimera in quanto nasce e muore in un tempo e uno spazio ben precisi), sia pratici (in quanto mi pone a diretto contatto con un pubblico che costruisce l’opera o comunque contribuisce a farlo anche solo con la sua presenza). Per citare un esempio, (realizzato in MOM3NTO), è una sorta di trittico performativo che nasce dall’esigenza di un’arte che si insinui nei frammenti di vita quotidiana, allo scopo di riempire uno o più vuoti all’interno dell’onnivorismo sociale contemporaneo. Le azioni, lontane dal voler esser teatrali ma piuttosto integrandosi nelle pratiche consuete del flusso urbano, consistono nel generare, in queste attese, dei dispositivi dialettici (tra pubblico-privato) in grado di attivare la creatività del fruitore trasformando un tempo in un luogo di dialogo in cui assume centralità l’incontro. Il pubblico, di fatto casuale e non convocato, ha importante ruolo nella costruzione del senso dell’opera con le proprie reazioni di divertimento, di irritazione, di incertezza o di stupore, perché realizza i fini di sfasamento percettivo e di provocazione di un’alternativa esperienza visiva ed emotiva di quella consueta circostanza e di percezione. La casa s’intreccia alla strada e il confidenziale al collettivo in una situazione paradossale in cui la sensazione di partecipare ad una circostanza privata in maniera illecita quanto inevitabile rende la banale e consueta attesa un nuovo spazio-tempo sospeso dalla logica e, in base ai casi, variamente accattivante, straniante, inquietante, divertente, irritante o intrigante.

FRANCO SPINA, HORTUS DOLI, 2016 – Flowers, a cura di V. Ventimiglia - Giardino dei Semplici, Firenze Installazione © Franco Spina
MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina|
DIFETTI INTERSTIZIALI #trafficlight
2017 - Firenze
Performance urbana 1/3
© Adriana Amoruso
MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina| DIFETTI INTERSTIZIALI #trafficlight 2017 - Firenze Performance urbana 1/3 © Adriana Amoruso

In un’opera d’arte quali sono gli aspetti che consideri centrali?

In primis la democraticità. Un’opera d’arte, a mio parere, per essere definita tale e quindi assolvere a quella funzione “etica” di cui dicevo, deve sostenere un forte ruolo politico. Per politico non intendo temi politici ma appunto un certo grado di apertura semica, non un messaggio da veicolare, ma piuttosto uno spunto di “conversazione”. Inoltre penso che un’opera debba essere non-finita, o meglio, in fieri (ciò risponde esattamente ai valori di impermanenza che ricerco) ma non per questo manchevole o incompiuta. Non so se mi spiego. In questo senso anche la scelta del medium è sostanziale per esprimere al meglio la propria visione. Infine, ma non per ordine di importanza, l’onestà. Un lavoro deve essere sempre onesto, non veritiero, ma onesto. E’ molto importante fare non tanto ciò che “ci piace”, ma quello di cui realmente di sente un’esigenza, un’urgenza, in base al nostro background, a ciò che siamo e ciò che pensiamo, senza dare troppo peso a ciò che può avere più riscontro o si inserisce in tendenze modaiole.

 

Ci sono tematiche che ricorrono spesso nei tuoi lavori?

Mi muovo sempre tra tematiche esistenzialiste e sociali, che abbiano un base di interattività. Lo spazio urbano è in qualche modo sempre presente, inteso anche come tessuto sociale. Il nucleo di tutti i miei lavori è generare situazioni comuni ma che risultano distopiche perché decontestualizzate. Una sorta di ready-made performativo-relazionale. Un evento banale proietta altrove, facendo scattare una molla di ribellione, attraverso l’evasione dalla realtà; un po’ come il Belluca pirandelliano che si libera da ansie e preoccupazioni al solo ascolto del fischio di un treno, fuggendo quella normalità quotidiana che forse rappresenta la vera follia. Il banale diventa strumento per rileggere e far slittare le cose e i fatti del mondo, dissolvendo la visione usuale e congelata degli assetti del reale e la sottomissione ad ogni logica categoricamente irrigidita. La clownerie va assunta come tratto strutturale di una pratica che ricodifica dunque per intero la relazione tra artista e pubblico e dell’apparente ingenuità di molte operazioni artistiche, legata sia alla defunzionalizzazione dell’operazione (nel caso del readymade, che viene privato delle sue abituali funzioni e del suo contesto) sia dell’attuarsi di quest’ultima per contingenza. Porto ad esempio il dispositivo site-specific Il termosifone (realizzato in MOM3NTO, fig.4). Guardando attraverso un buco nella parete si apre una visione su più livelli: in primo luogo le scale dell’edificio, rovinose e non agibili; in secondo luogo, attraverso un pannello fisso di plexiglass trasparente in sostituzione all’ingresso che dà alle scale, si accede visivamente ad un corridoio e ad un termosifone; infine la vista delle persone che si muovono attraverso il corridoio o che guardano le scale attraverso la trasparenza del plexiglass, inconsapevoli di essere visti (dallo “spioncino”), e che diventano materia stessa dell’opera. Sfruttando dunque la breccia, che gli artisti hanno trovato già alla parete esaltando tale elemento contingente senza alcun intervento, e l’inagibilità del luogo, viene a crearsi un dispositivo di visione voyeuristica teso ad una riattivazione dello spazio, in particolar modo di uno spazio prima chiuso (l’ingresso alle scale era serrato da una porta lignea), al di fuori della pretesa estetica dell’immagine “post-catastrofica” e del recupero legato al restauro, attraverso un’ambiguità quasi grottesca e provocatoria, tesa a suggerire un “modo” piuttosto che a mostrare una “forma”. Il termosifone, oggetto irrisorio del quotidiano, viene investito di un valore nuovo, inquadrato nel display di plexiglass, diventando una sorta di readymade che tuttavia è più una “ri-contestualizzazione” che una “de-contestualizzazione”, rivelando tutto pur non mostrando niente. Lo scopo è guardare allo spazio in maniera inedita e sottilmente politica, attraverso il metabolismo personale, e con una rinnovata attenzione (anche alla “cosa artistica”) di contro alla distratta quotidianità, privilegiando il gioco e la burla. Comunque, in generale, a livello tematico specifico non ho preferenze, seguo più che altro sempre delle modalità simili. Innescare è la parola d’ordine.

 

Quali attività stai attualmente portando avanti?

Faccio parte di un duo artistico: MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina|, attraverso il quale stiamo cercando di portare avanti una ricerca sperimentale in ambito performativo e multimediale. A ottobre e giugno sarò impegnato in un progetto di installazione in una nicchia urbana a Firenze, un progetto di una curatrice ambiziosa e visionaria che ha sede stabile a Parigi, che è teso a diffondere l’arte contemporanea a Firenze, città che a dispetto della fama per il suo passato artistico glorioso, fatica ad abbracciare il nuovo e la sperimentazione. Ad ottobre esporrò un lavoro al neon sulla diversità. A giugno, con MOM3NTO, una performance ancora in fase di definizione. Da gennaio 2018 inoltre sono docente presso TIAC international, dove tengo un corso di “Performance Art e Pratiche Contemporanee”.

MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina| IL TERMOSIFONE 2017 – Lighting, a cura di L. Moretti – Signa (FI) Dispositivo site-specific © Franco Spina
MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina| IL TERMOSIFONE 2017 – Lighting, a cura di L. Moretti – Signa (FI) Dispositivo site-specific © Franco Spina
MOM3NTO |Miriam Bettarini & Franco Spina| IL TERMOSIFONE 2017 – Lighting, a cura di L. Moretti – Signa (FI) Dispositivo site-specific © Franco Spina