FINAL PORTRAIT, il film che “ritrae” Alberto Giacometti

“Penso di progredire ogni giorno. Per questo lavoro più che mai. Sono sicuro di fare ciò che non ho ancora mai fatto e che renderà superato ciò che ho fatto fino a ieri sera o stamattina. Non si torna mai indietro… È lungo il cammino.”

L’8 Febbraio è uscito nelle sale cinematografiche italiane il film diretto da Stanley Tucci, intitolato Final Portrait. La storia si concentra su un breve periodo parigino dell’artista Alberto Giacometti- interpretato dal pluripremiato Geoffrey Rush- e sul suo legame con lo scrittore James Lord- interpretato da Armie Hammer.

Se ancora non lo avete visto vi lascio con la sinossi ufficiale del film: “Nel 1964, durante un breve viaggio a Parigi, lo scrittore americano e appassionato d’arte James Lord incontra il suo amico Alberto Giacometti, un pittore di fama internazionale, che gli chiede di posare per lui. Le sedute, gli assicura Giacometti, dureranno solo qualche giorno. Lusingato e incuriosito, Lord accetta. Non è solo l’inizio di un’amicizia insolita e toccante, ma anche – visto attraverso gli occhi di Lord – di un viaggio illuminante nella bellezza, la frustrazione, la profondità e, a volte, il vero e proprio caos del processo artistico. Final Portrait è l’affascinante ritratto di un genio e la storia di un’amicizia tra due uomini profondamente diversi, eppure uniti da un atto creativo in costante evoluzione. Il film racconta anche le difficoltà del processo artistico – a tratti esaltante, a tratti esasperante e sconcertante – chiedendosi se il talento di un grande artista sia un dono o una maledizione”.

Ma cerchiamo di capire meglio questo artista: chi è? Da dove viene? Chi incontra? Chi riesce ad influenzare la sua arte?

Alberto Giacometti nasce il 10 ottobre 1901 a Borgonovo, in Svizzera. Una vita segnata dall’arte, quella di Alberto, figlio di un artista neo-impressionista il quale diventa il suo primo insegnate e guida in questo mondo di fantasia e creatività. Non dimentichiamo poi il padrino Cuno Amiet pittore che sposa la causa dei Fauves francesi e che poi avrebbe dato simpatia ai Brϋke tedeschi.  Vivendo in una famiglia impregnata d’arte il talento di Giacometti non può tardare ad emergere, rivela infatti fin da giovanissimo una vera e propria dote nei confronti del campo artistico: il suo primo quadro lo realizza a 12 anni mentre a 13 crea le sue prime sculture. La sua maestria sconvolge i professori delll’École des Beaux-Arts e anche quelli dell’École des Arts et Metiers di Ginevra.
Una dote, quindi, sempre sostenuta dai familiari sbalorditi da tanta capacità espressiva, così, a partire dal 1921, parte per l’Italia col padre per visitare la famosa Biennale di Venezia e per studiare i grandi classici. Il suo interesse, però, non tocca artisti contemporanei, bensì personalità come Tintoretto e Giotto che lo ispirano nell’idea di creare un’arte assente di intellettualismi e rivolta alle sue origini primitive che lo porta ad interessarsi all’antropologia. L’anno successivo è a Parigi impegnato tra i corsi di scultura di Émile-Antoine Bourdelle, all’Accademia della Grande Chaumière. Iniziano quindi i primi e veri capolavori caratterizzati da una visione cubista, analitica, della realtà rappresentata.

Il 1925 è l’anno in cui la vita di Alberto cambia in modo radicale: incontra una giovane americana, Flora Mayo, e si allontana dalla produzione di opere di impronta cubista per realizzare un busto femminile, quasi astratto, che denota l’influenza di Henri Laurens e Costantin Brancusi, rivelando inoltre la conoscenza dell’arte primitiva africana, egizia, messicana e cicladica. Questa svolta la possiamo notare nelle opere come Torso e Donna Cucchiaio.

Torso, 1925-28, Fondazione Alberto Giacometti,Kunsthaus
Torso, 1925-28, Fondazione Alberto Giacometti,Kunsthaus
Donna Cucchiaio, 1926, Saint Paul de Vence, Fondazione Maeght

La vera e propria svolta surrealista avviene solamente dopo il 1929. Due anni prima, infatti, la fortuna aveva bussato alla porta di Alberto e gli aveva permesso di esporre le proprie opere al Salon ddes Tuileries permettendogli di conoscere e frequentare personalità come Joan Mirò, Max Ernst, Picasso e molti altri. Inizia dunque ad attirare l’attenzione dei critici e degli intellettuali con opere che fanno prevalere immaginazione ed inconscio che esemplificano l’importante concetto surrealista di “oggetto a funzionamento simbolico”, ne possiamo riscontrare esempi in opere come Uomo e donna che introduce il problema dello spazio e della sua limitazione. Dopo la morte del padre, tra il 1935 ed il 1940, l’artista si dedica ad un nuovo momento di studio rivolto alla testa partendo dallo sguardo, per lui visto come sede del pensiero. Questa ricerca porta alla nascita delle figure allungate ed esili che tanto amiamo dell’artista, esposte per la prima volta nel 1948 in un’importante mostra alla Pierre Matisse Gallery.

Uomo e donna, 1928, Tate Modern, Londra
Uomo e donna, 1928, Tate Modern, Londra
Busto di Annette, 1962, Collezione Fondation Giacometti, Parigi
Busto di Annette, 1962, Collezione Fondation Giacometti, Parigi

In questi anni di ricerca nel volto delle persone Giacometti diventa una figura unica nella scena internazionale, passando per una crisi che lo porterà a rivalutare la propria percezione visiva le sue opere acquisteranno sempre maggiore e coinvolgente forza espressiva. In questi anni produce numerosi sculture e ossessivi ritratti pittorici che tenderanno ad eliminare i colori. Opere raffiguranti il fratello Diego, della moglie Annette, sposata nel ’49, di Caroline, la prostituta che ne diventa modella e amante, di Elie Lotar. Le figure sono per lo più fisse, immobili, rigidamente frontali con una cornice che tende ad isolarle dal resto del mondo. In questi stessi anni, su impulso dell’amico ed editore Tériade, dà vita alla serie delle 150 litografie di Paris sans fin.

Donna in piedi, 1948, Collezione Fondation Giacometti, Parigi
Tre uomini che camminano, 1949, The Met, New York
Tre uomini che camminano, 1949, The Met, New York

Nel 1946 nasce in Svizzera la Fondazione Alberto Giacometti tra numerose polemiche dopo che il grande collezionista e mercante d’arte Aimé Maeght- che diede un enorme contributo al successo ed alla conoscenza delle opere dell’artista negli anni ’50- aveva creato una propria fondazione che raccoglieva le opere di Giacometti.
Tuttavia, se la sua carriera sembra avere una svolta positiva, non è lo stesso per le sue condizioni fisiche: operato nel ’63 per un cancro allo stomaco a Parigi, la sua salute sta ora peggiorando. Ciò non lo ferma e i suoi ultimi anni della vita sono riempiti di mostre allestite in tutta Europa. Nel 1965 si reca a New York per la sua mostra al Museum of Modern Art. Come ultimo lavoro prepara il testo per il libro “Parigi senza fine”, una sequenza di 150 litografie in cui scorrono le memorie di tutti i luoghi vissuti.

Stremato dal troppo lavoro decide di fermarsi e curarsi all’ospedale di Coira dove muore l’11 Gennaio del 1966 per un attacco cardiaco.

Testa Monumentale, 1960, MoMa, New York