Elogio alla vita, la fotografia di Joel-Peter Witkin

“Era domenica, io e mio fratello gemello, accompagnati da nostra madre, stavamo scendendo le scale della casa dove vivevamo per recarci in chiesa. Ci trovavamo nel corridoio d’ingresso quando sentimmo un terribile schianto e insieme acute grida d’aiuto. Un incidente aveva coinvolto tre automobili cariche di famiglie. Intanto, nella confusione, io avevo lasciato la mano di mia madre e dal luogo in cui mi trovavo sul marciapiede vidi rotolare fuori da un’auto capovolta qualcosa che si fermò proprio davanti ai miei piedi: era la testa di una bambina. Mi chinai per toccare quel viso, per parlarle… ma qualcuno mi portò via.”

Questo aneddoto accaduto all’artista Joel-Peter Witkin (Brooklyn, 13 settembre 1939) all’età di sei anni, è un preludio delle tematiche che avrebbe poi sviluppato nel corso della sua vita. Famoso per le fotografie a sfondo macabro e quasi sacrilego, l’artista si dedicò a riflessioni e scatti che, al contrario di quanto si potrebbe pensare, celebrano la bellezza della vita. Le ragioni che stanno alla base di tali scelte sono da ricercarsi per la maggior parte nel contesto familiare composto da padre russo di religione ebraica e madre italiana fortemente cattolica da cui subì una grande influenza. È lo stesso Witkin a dire in un’intervista che il suo lavoro è intriso di fede cattolica e che vorrebbe essere ricordato come un “artista cristiano in un’epoca secolare”.

Joel-Peter Witkin, The Kiss, New Mexico, 1982
Ma perché questi scatti dovrebbero ricordare la vita? E perché dovrebbero richiamare la fede?

La scelta di un’immagine così forte, come quella di una persona appena deceduta, significa entrare in un mondo legato all’ultraterreno, in una dimensione che sta a cavallo tra il mondo sensibile e quello metafisico. La fotografia è il mezzo in grado di immortalare l’esistenza, condizione in cui vita e morte si compenetrano e fanno parte di una stessa unità. E proprio perché inscindibili e facenti parti della medesima dimensione che Witkin decide di omaggiare tutto ciò che da sempre è stato ritenuto indegno e indicibile: la morte, la sessualità, le malformazioni. Ne sono un esempio Feast of Fools, Mexico City del 1990 e Woman Masturbating On The Moon, New Mexico del 1982.

Feast of Fools
Feast of Fools
Woman masturbating on the moon, 1982
Woman masturbating on the moon, 1982

È comunque opportuno chiarire che le origini dell’ossessione al macabro iniziarono già nel Cinquecento, con le numerose raffigurazioni di Salomè, elaborate, per esempio, da Tiziano o da Bernardino Luini.  Witkin venne influenzato da tali rappresentazioni e l’utilizzo di allegorie storiche o di immagini note è un metodo adottato dall’artista per legittimare il suo percorso e di legarlo all’emancipazione intellettuale, oltre che evidenziare come le sue visioni formate da mostri non siano completamente estranee a modelli passati.  Propose infatti diversi scatti con riferimenti antichi come Woman with Severed Head, New Mexico del 1982, The Harvest, Philadelphia del 1984 con chiaro riferimento all’Arcimboldo, oppure God of Earth and Heaven, Los Angeles del 1988 riferendosi a Botticelli.

The Harvest, Philadelphia, 1984
The Harvest, Philadelphia, 1984
Gods of Earth and Heaven, LA, 1988
Gods of Earth and Heaven, LA, 1988

La vasta e complessa opera di Witkin, quindi, non è da leggersi come un lavoro a sé stante, scabroso e senza riferimenti, ma va invece inteso come uno sforzo intellettuale volto alla riflessione e all’elogio della vita in tutti i suoi aspetti.