Daniele Accossato, dove la necessità prende forma

Daniele Accossato è nato nel 1987 a Torino, dove attualmente vive e lavora. Sin da giovanissimo ha iniziato a dedicarsi totalmente alla scultura, che ha scelto come suo linguaggio espressivo preferenziale. Si è formato presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dove nel 2011 ha ottenuto con il massimo dei voti il diploma in scultura. Già nel 2009 ha iniziato la sua attività espositiva partecipando a mostre collettive e concorsi, e nel 2012 si è aggiudicato il premio “Toro d’acciaio” come migliore artista della manifestazione Paratissima. Nel 2015 ha esposto la sua prima personale nella galleria Franz Paludetto di Torino e, un anno dopo, durante la dodicesima edizione di Paratissima ha ottenuto il premio “Maurizio Collino” per giovani talenti emergenti.

La tua è una totale dedizione nei confronti del linguaggio della scultura partendo spesso dal suo aspetto più tradizionale, soprattutto considerando le frequenti citazioni dall’antico. Come si concilia – o si scontra questo aspetto con il panorama artistico a te contemporaneo? In una realtà così succube della massificazione e della produzione in serie, quanto è importante per te il recupero del gesto dell’artista, della sua manualità?

Il Gesto è fondamentale. Prima di tutto, per chi lo pratica…è terapeutico. In una società sclerotizzata come la nostra in cui siamo portati ad un’iperattività nella mente e nel virtuale, spesso dimentichiamo di dare sfogo a quella parte fondamentale di noi, quella legata al sensoriale con la quale creiamo un legame, una connessione con la realtà, con la terra. Ognuno deve riuscire, con caparbietà e magari fortuna, a trovare il metodo migliore col quale esprimere sé stesso. Io penso di averlo trovato nell’alchimia della prassi scultorea.

Per quanto riguarda la tecnica ed i materiali, invece, su cosa ti orienti? Qual è il processo che segui e quanto incide il tuo rapporto con la materia sul risultato finale?

Il materiale è parte attiva del processo creativo. L’obbiettivo principale, la Necessità, è raggiungere con la maggiore immediatezza possibile la tangibilità fisica dell’immagine che più corrisponde all’idea. Per questo prediligo come elemento di partenza la terra, la creta. Da qualcosa di così basilare, di così scontato come la terra si ha la sensazione di poter dare vita a qualsiasi forma. Ci si sente come una sorta di piccolo demiurgo. Dopo la fase di modellato, quando l’idea inizia a prendere consistenza, è compito dello scultore trovare la soluzione migliore, il compromesso efficace tra idea originaria, resa tattile, composizione nell’ambiente e fattibilità pratica. Solitamente mi affido alle tecniche di formatura per definire materiali duraturi come resine, cemento, bronzo o ceramica.

Sempre in merito alla citazione dall’antico, molti dei tuoi lavori si basano sulla scelta di riproporre opere note della produzione artistica del passato in una nuova veste che è a tratti dissacrante, provocando in certi casi anche una sorta di straniamento in chi osserva. Qual è la sensazione o la riflessione che vuoi suggerire? La tua vuole essere una provocazione?

I soggetti scelti sono archetipi, immagini simboliche che risuonano in noi ognuna in un determinato modo. Penso sia importante partire da ciò che abbiamo attorno, da ciò che costituisce la nostra cultura col fine di interiorizzarla, filtrarla e quindi superarla. Nel citazionismo c’è un sentimento di riconoscenza verso ciò che nella storia è stato considerato Bello. Nei miei lavori queste icone vengono però in qualche modo maltrattate, celate, costrette, sacrificate. Vengono tirate giù dal piedistallo. È questo l’aspetto che scaturisce dal contemporaneo, dalle percezioni del presente. Di certo l’atto simbolico di “rapire” opere iconiche del passato risulta dissacrante. Può rappresentare il bisogno di liberarsi da un’educazione, da una tradizione che in certi casi può essere tarpante, bloccarci in preconcetti e canoni. Allo stesso tempo è un modo per dare nuova vita, rendere più vicini a noi, più umani dei simboli considerati intoccabili, inestimabili. Personalmente ritengo che la chiave di lettura di questa serie di sculture sia non tanto nel soggetto scultoreo centrale (che si riduce ad archetipo), quanto nella sua “cornice”, il contenitore. Le sculture vengono infatti rinchiuse ed esposte nei loro contenitori da trasporto, casse o gabbie in legno che sono allo stesso tempo prigione e protezione. È in questo elemento che troviamo l’attualità, accompagnata da un certo senso critico. Le casse, le gabbie da trasporto, gli imballaggi fanno dell’opera una merce. Qualcosa che verrà spedita, trasportata, venduta e magari rivenduta e ritrasportata. Emergono dei controsensi: è davvero possibile che Arte sia anche merce? L’arte non è tale in quanto libera? Se si ha la necessità e quindi l’obbiettivo della vendita, è possibile creare arte? Quanto incide sulla possibilità di creare un’opera considerata d’arte (e quindi in qualche modo eterna) il doverla immettere immediatamente sul mercato? Potrebbe essere arte performativa questa stessa immissione sul mercato? È possibile che la vera Arte nasca da compromessi?

Tutta la tua produzione sembra oscillare costantemente fra la classicità e la modernità. In che rapporto dialogano queste due componenti? Quanto è l’antico ad ispirare il moderno e quanto invece è il moderno ad arricchire di nuove suggestioni le forme del passato?

C’è un‘oscillazione tra classicità e modernità perché c’è una costante ricerca di equilibrio. Elementi apparentemente in contrasto tra loro tentano un’interazione a volte arricchendosi a vicenda altre scontrandosi con la speranza – evidentemente vana – di trovare quella forma di accordo, di pace che nella realtà forse non ci è dato di conoscere.