Salvador Dalì, Emilio Villalba e Takashi Murakami: tre sguardi diversi su un tema comune

Ci sono cose che possono essere dette in modi molto diversi fra loro. Le corrispondenze in arte sono pressoché infinite, e infiniti sono i linguaggi con cui quel qualcosa può essere detto. La figura umana è uno dei temi più indagati da sempre nelle arti figurative, ma in certi casi ad esserlo è solo una parte di essa, un dettaglio che può assumere un particolare significato. Gli occhi sono fra le parti del corpo che certamente si prestano di più a questa indagine, per la loro capacità di racchiudere in uno spazio così piccolo un’enorme quantità di rimandi alla sfera emotiva, costituendo un filo diretto con l’interiorità umana. Non per niente si dice siano lo specchio dell’anima.

Uno dei maggiori interpreti di questa interiorità, del subconscio e di tutto ciò che concerne l’ambito onirico è stato Salvador Dalì (1904-1989), padre del surrealismo e che nel 1945 fu scelto da Alfred Hitchcock per la realizzazione di alcune scenografie per il suo film “Io ti salverò”. I dipinti di Dalì fanno da sfondo ad una delle scene di maggiore importanza nello svolgimento della trama, che riguarda la narrazione di un sogno. In questo contesto gli occhi assumono un ruolo totalizzante: dipinti su delle tende, avvolgono tutto l’ambiente rappresentato. Sono poi di enormi dimensioni rispetto alle figure che popolano il sogno, le sovrastano quasi, contribuendo all’atmosfera straniante – e a tratti angosciante – che è tipica del contesto onirico.

Salvador Dalì, Scenografia per “Io ti salverò”, 1945

Con un intento altrettanto alienante, ma con un effetto finale decisamente diverso, gli occhi sono protagonisti dell’opera “Stroll (mother and child)” di Emilio Villalba (1984), artista che ha base a San Francisco e che spesso introduce nei suoi lavori parti del corpo umano – il più delle volte di persone a lui care – ripetute e posizionate in modo apparentemente casuale, creando composizioni visivamente destabilizzanti. Anche in questo caso, come in Dalì, gli occhi occupano buona parte del dipinto. Adesso, però, le loro proporzioni sono ben diverse e sono ripetuti quasi ossessivamente all’interno di quelli che si intuisce siano due volti. Il dettaglio diventa un modo per indagare la sfera emotiva, suscitando la curiosità e l’inquietudine dell’osservatore.

Emilio Villalba, “Stroll (mother and child)”, 2018

Un linguaggio decisamente diverso dai precedenti è quello scelto da Takashi Murakami (1962), artista che è stato definito il più influente rappresentante della cultura giapponese contemporanea. Attingendo dai canoni estetici degli anime e dei manga, ma anche dalla bidimensionalità tipica dell’arte tradizionale giapponese, Murakami si fa interprete della cultura di massa usando come tramite il linguaggio pop. In “Jellyfish eyes” gli occhi sono ancora una volta ripetuti su tutta la superficie dell’opera, ma non hanno più nulla di inquietante come nei primi due esempi perché derivano da un’altra matrice figurativa che è immediatamente riconoscibile: quella dei manga. Parlano, appunto, una lingua diversa. E di conseguenza trasmettono una sensazione diversa.

Takashi Murakami, “Jellyfish eyes”, 2011

Tre artisti molto diversi fra loro per contesto culturale, geografico e artistico. Sono solo tre modi di usare lo stesso soggetto, di raccontarlo, di comunicarlo. Solo tre, in un mare infinito di possibilità che il mondo dell’arte da sempre alimenta e che continua ogni giorno ad alimentare.


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