Esempi di contaminazioni fra arte e cinema

“Il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica”.  

Akira Kurosawa

Voglio cominciare con questa citazione di un grande maestro, Akira Kurosawa, che nel film “Sogni” (1990) cita le grandi opere di Vincent Van Gogh. Il regista non solo riporta così come sono alcune scenografie presenti nelle tele del pittore, ma pensa proprio di contaminare la sua opera cinematografica con i paesaggi malinconici, i colori dettati da un acceso cromatismo e le fortissime suggestioni che solo il pittore olandese riusciva a imprimere sulle proprie tele. Il motivo per cui il regista decide di ispirare la sua opera al pittore, deriva da un pensiero molto più profondo, non solo legato all’estetica del film stesso. Questi, sviluppato su otto episodi, narra le inquietudini infantili del protagonista fino a giungere alla sua vecchia. Ripercorrendo la vita del protagonista abbiamo come la sensazione di percorrere in parallelo la tormentata esistenza di Van Gogh. Nel film “Sogno” ciò che avviene è proprio un’analisi fra cinema e arte, inglobando l’opera artistica nella stessa opera cinematografica fino alla fine di quest’ultima.

Altri registi invece decidono di citare semplicemente alcune opere per ricordare quel filo invisibile che lega da sempre il cinema all’arte. Ventiquattro fotogrammi al secondo impressi su pellicola magnetica, vanno a creare quell’illusione ottica che è il cinema stesso, facendoci dedurre che questi non è altro che l’evoluzione della fotografia, che deriva a sua volta dalla pittura, così come appunto ci fa notare Akira Kurosawa con la citazione che apre l’articolo. Infiniti sono gli esempi di registi che contaminano le proprie opere con alcuni fra i quadri più famosi. Alfred Hitchcock con il film Psyco (1960)  ne è solo un esempio, dove evidente è la citazione alla “Casa vicino alla ferrovia” di Edward Hopper, per descrivere la spettrale dimora di Norman Bates. O ancora nel fim Labyrinth – Dove tutto è possibile (1986) di Jim Henson, il dipinto “Relatività” di Maurits Cornelis Escher diventa la dimora del castello di Jareth. Per rimanere in panorama italiano, nel film Profondo Rosso (1975) di Dario Argento, troviamo ancora Hopper che con “I nottambuli” descrive il locale Blue Bar dove Carlo suonava.

Concludo citando il genio di Kubrick che con il film Barry Lyndon (1975) crea uno spaccato incredibile fra arte e cinema definendo l’intera pellicola come una tela che viaggia tra seicento e settecento: Gainsborough, Füslli, Longhi, Traversi sono solo alcuni degli artisti che prende in analisi per le scene del film.
Cinema e arte abbiamo dunque compreso che si sono sempre contaminati a vicenda, creando suggestioni tra ambiti culturali paralleli, e perché no in alcuni casi anche complementari. Così come il regista subisce il fascino della storia dell’arte, avviene lo stesso per l’artista del XX secolo: la pittura esce dal limite della tela per diventare performance e acquisire quello spazio scenico che è elemento fondamentale del cinema facendo nascere così una nuova arte.