Tecnologia e condizione umana: dialogo con Federico Clapis

Federico Clapis è un artista contemporaneo che opera nel suo studio “Atelier village” a Milano. E’ tra i giovani artisti italiani più famosi del periodo e ha saputo servirsi del web per trovare il modo di poter vivere della sua arte. Esordisce nel 2010 come youtuber nella veste del Dottor Clapis per la sua serie “National Geo Clapis” e inizia un’escalation in internet che lo porta ad essere sempre più seguito, finché nel 2015 decide di lasciare quell’attività per dedicarsi interamente a ciò che lo appassiona davvero. Alcuni follower in questa nuova veste non lo capiscono, altri incuriositi permangono e ad essi si aggiungono gli appassionati d’arte. Partecipa a mostre come The Crucifixion of the Artist a Palazzo Montanari di Bologna dove espone insieme alle opere di Francis Bacon; fa un’installazione a Rio de Janeiro; nel 2015 vince il premio Pitagora di Crotone; partecipa a mostre collettive a Monaco di Baviera e a New York ed espone una versione bronzea della sua opera Connection a Londra, ora collocata nella Oxo Tower Square.
Dal punto di vista tecnico i dipinti come la serie degli Actor on Canvas o le sculture come la sopracitata Connection esprimono l’interesse dell’artista verso l’utilizzo dei nuovi mezzi tecnici forniti dalla tecnologia più avanzata, come gli speciali scanner che rilevano le forme ed i volumi del suo corpo (di cui si serve per le composizioni dei suoi quadri) successivamente digitalizzati al computer, poi concretizzati all’interno di una plancia che condensa delle polveri sottili nella forma scelta e infine rifiniti a taglierino. Le innovazioni tecnologiche di cui si serve le unisce ai più tradizionali e classici strumenti tecnici pittorici come la vernice ed il pennello, ciò che ne consegue potrebbe essere sintetizzato in un connubio capace di tenere vivo il rapporto tra passato e presente. La particolarità di essere stato prima youtuber e poi artista permette di approfondire con Federico quali siano gli aspetti legati alla comunicazione e alla ricezione dei suoi messaggi.

Federico Clais, "Connection" a Londra, ora l'opera è collocata nella Oxo Tower Square

Già dagli esordi come youtuber schietto e ironico hai accorciato le distanze tra i tuoi followers e certe realtà “da documentario scientifico” che spesso appaiono distanti dallo spettatore. Si può dire che, anche se con premesse sempre schiette ma decisamente non ironiche, l’esito sia lo stesso anche per le tue opere? Penso ad un Actor on Canvas: The Tree of life del 2016.

Sì in effetti è vero, mentre facevo i video però non avevo l’obiettivo di accorciare le distanze tra la vita nella savana ed il pubblico, ma dopo il montaggio e dalle reazioni di chi mi guardava mi sono accorto che questo approccio piaceva e dava quell’effetto. Adesso che non faccio più video così, mi accorgo però che anche nelle mie opere i temi che tratto, come la dipendenza tecnologica, trovano consenso tra le persone e aprono ad un dialogo.

Essendo un tema ricorrente, secondo te la dipendenza tecnologica ed il rapporto che stiamo perdendo con la natura rappresentano un processo irreversibile o vedi una via d’uscita?

Si sta prendendo sempre più coscienza della situazione attraverso un moto di auto-osservazione esterna che porta ad azioni come il digital detox. E’ un processo lungo, perché la presa di coscienza in quanto intuizione è istantanea ma la materia, che è ciò attraverso cui avviene il cambiamento, è lenta.

Perché le opere di critica verso la società come Connection del 2017 di cui ti è stata chiesta una versione a Londra sono più interessanti per le piazze cittadine rispetto ad immagini di impatto più positivo e leggero che bombardano invece la realtà digitale e dei media? E’ il mercato che chiede questo?

Prima degli Actor on Canvas realizzavo opere più “belle”, più positive perché non avevo ancora approfondito certi aspetti come l’inquietudine e l’esplorazione esistenziale che portano a riflessioni più drammatiche e cioè quelle legate al dramma dell’esistenza. Nelle opere più mature questo viene a galla attraverso i richiami psicologici che caratterizzano le ricerche e con cui esploro quelle domande. Negli Actor on Canvas genero delle immagini poetiche in cui la mia figura mi permette di esprimere al meglio l’esito di queste ricerche portate avanti da anni. Se capiti nelle mie opere non lo fai per caso, ma per un motivo ed è perché ti stai interrogando anche tu su quei temi e hai voglia di farlo. Ma non tutti vogliono misurarsi con queste domande.

Non lo fanno per paura?

Ancora prima della paura è per ragioni culturali. Non c’è cultura. Noi nasciamo in un mondo che non ci aiuta a trascendere i nostri blocchi. Ma non è tutto così negativo, in passato era peggio. Mi ripeto, la materia è lenta, ma qualcosa si sta muovendo. Poi sì, c’è la paura che può bloccare gli slanci.

Federico Clapis, "The Tree of Life" 2016, polvere di nylon e resina, Milano
Federico Clapis, "Addolorata Concezione"  2018, Milano
Federico Clapis, "Addolorata Concezione" 2018, Milano
Federico Clapis, "Between Me and Me" 2018, Milano
Federico Clapis, "Between Me and Me" 2018, Milano

Hai parlato dei temi dei tuoi quadri, cos’hai da dire rispetto alle tue sculture invece?

Le sculture come Connection sono più “devianti” perché se non vuoi interrogarti sul senso profondo del messaggio puoi focalizzarti su quello più evidente e cioè lo strumento tecnologico che è presente. E’ la presenza della tecnologia che tocca più persone, è un compromesso come lo è stare al mondo tra me, il mio percepito e l’altro che è fuori di me. Molti pensano che io odi la tecnologia, ma è l’esatto opposto, ne sono affascinato. Nelle opere è un pretesto per raccontare la condizione umana, ma è un pretesto che tocca. Non so il perché, ma voglio trasmettere qualcosa alla gente. Magari un giorno riuscirò a farlo astraendo l’immagine, ma è probabile che così la mia opera raggiunga meno persone. Perciò per quanto mi riguarda, non scelgo quei temi per ragioni di mercato, ma perché è ciò su cui mi sto interrogando ora e che per fortuna viene colto.

Dalla tua pagina Instagram alcune opere le mostri attraverso i video, prendo come esempi The Immense del 2015 e Thoughts Removal del 2017. Le tue inquadrature non sono mai casuali…

Non sopporto fare i video, vorrei che il quadro facesse tutto da solo. Quando ero youtuber erano gli operatori a riprendermi, ora sono stato costretto ad imparare a farlo per essere capace di effettuare autonomamente le inquadrature che desidero. La comunicazione tramite i social la faccio perché è necessaria, perché oggi se vuoi vivere della tua arte devi sviluppare più competenze possibili anche in ambito comunicativo, altrimenti il rischio è quello di non riuscire a partire. Ogni tanto ho pensato di aprire una Academy per insegnare ciò che ho imparato e condividere le mie ricerche per lavorare sul rapporto tra competenze artigianali e social media, ma per ora non è tra le priorità.