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Twenty Cent Art Group

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    Villa Almerico Capra, il capolavoro architettonico di Andrea Palladio

    Villa Almerico Capra, il capolavoro architettonico di Andrea Palladio

    Forse mai l’arte architettonica ha raggiunto un tal grado di magnificenza”.

    È così che Goethe si esprime in merito a Villa Almerico Capra di Vicenza, meglio conosciuta come “La Rotonda”, villa veneta progettata da Andrea Palladio, commissionatagli da Paolo Almerico nel 1566, completata in seguito dai due fratelli Capra che la acquisirono nel 1591. Il sito prescelto per la costruzione della villa fu la cima di un piccolo colle appena fuori le mura di Vicenza; caratteristica tipica delle ville palladiane le quali, benché fossero talvolta più piccole di quelle tradizionali quattrocentesche, erano efficaci al fine di stabilire una presenza sociale e politica nelle campagne ed erano adatte per il riposo, la caccia, e per sfuggire dalla città, sempre potenzialmente malsana. Fu esattamente questo che Palladio tenne in conto per la realizzazione della Rotonda: una residenza suburbana con funzioni di rappresentanza, ma al tempo stesso anche tranquillo rifugio di meditazione e studio. E’ significativo notare come, per l’assenza in origine di annessi agricoli venne inserita nell’elenco dei palazzi, e non tra le ville, nei Quattro Libri dell’Architettura palladiani.

    Al contrario delle residenze di campagna romane e fiorentine, le ville di Palladio sono circondate da campi e vigne appartenenti alla villa stessa ed erano produttive. Le tenute includevano infatti a fianco della villa, alloggi per i contadini, magazzini, cantine, granai e stalle. Negli interni Palladio distribuiva le funzioni sia verticalmente che orizzontalmente. Cucine, dispense, lavanderie e cantine si trovavano al piano terreno: l’ampio spazio sotto il tetto veniva impiegato per conservare il prodotto più prezioso della tenuta: il grano, che incidentalmente serviva anche per isolare gli ambienti abitabili sottostanti. Al piano principale, abitato dalla famiglia e dai suoi ospiti, le stanze pubbliche (la loggia e il salone) si trovavano sull’asse centrale mentre a destra e a sinistra vi erano delle infilate simmetriche di stanze, dalle grandi camere rettangolari, attraverso le stanze quadrate di medie dimensioni, fino a quelle rettangolari piccole, usate talvolta dai proprietari come studi o uffici per amministrare il fondo. Caratteristica delle ville palladiane è l’essere economiche nella scelta dei materiali (spesso mattoni) che Palladio sapientemente mascherava con una serie di stucchi ed intonaci. Così facendo una vasta scala sociale poteva permettersi la commissione di una villa. Prima di palladio la villa era un insieme di elementi disposti in maniera disorganica e non omogenea. Palladio costruisce dei complessi simmetrici gerarchici, e porta ad unità un complesso organico, assemblando elementi prima staccati. Facendo ciò costruisce dei complessi scenografici che caratterizzano anche il territorio.

    La fabbrica della Rotonda consta di un edificio quadrato, completamente simmetrico e inscrivibile in un cerchio perfetto. Definire la villa come “rotonda” è tuttavia tecnicamente inesatto, dato che la pianta dell’edificio non è circolare ma rappresenta piuttosto l’intersezione di un quadrato con una croce greca. Ognuno dei bracci di tale croce termina con una facciata (uguale per ogni lato) dotata di un avancorpo con una loggia esastila sopraelevata raggiungibile mediante una scalinata. Ciascuno dei quattro ingressi principali conduce alla sala centrale, sormontata da una cupola; ed è proprio dalla sala centrale che Palladio concepì uno slancio centrifugo che illusionisticamente la slancia verso l’esterno. E’ così che la villa risulta un’architettura aperta, che guarda alla città e alla campagna. La villa, divenuta nel corso dei secoli punto di riferimento e d’ispirazione per numerosi architetti, venne inserita nel dicembre 1994, assieme ad altre ville palladiane, nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

    CARNE DA MACELLO: un’installazione di Giulio Favotto | a cura di Giulio Favotto e Anna Marion

    CARNE DA MACELLO: un’installazione di Giulio Favotto | a cura di Giulio Favotto e Anna Marion

    Il 7 settembre ha inaugurato a Padova presso Cattedrale Ex Macello un’installazione fotografia di Giulio Favotto. Il concept dell’installazione ha le sue origini in una prima fase del progetto allestita lo scorso anno in occasione di Sottosopra in una macelleria del centro storico di Castelfranco.
    L’installazione di Favotto nasce da una maturata fusione delle sue pregresse capacità espressive. La fotografia di paesaggio s’intreccia con l’esperienza teatrale dando vita a un cortocircuito tra realtà e finzione, tra vero e falso. Cruda traduzione in immagini di una metafora del magistrato Boccassini, la quale in occasione di una conferenza stampa usò la metafora “Carne da Macello” per descrivere i caratteri e le modalità con le quali è praticato il rito dell’accoglienza dei migranti in Italia.

    Dalle suggestioni del discorso della Boccassini derivano le riflessioni del fotografo sul significato di accoglienza in quanto tale e di come questo sia virato nella società contemporanea dove “la cultura dell’accoglienza è un bene prezioso, che va difeso e insegnato”.
    La sua esperienza nella comunicazione di stampo commerciale fà si che la visualizzazione della figura retorica sia immediata e comunicativa, un’istantanea sul tema dell’accoglienza dei migranti nel flusso migratorio contemporaneo.

    La sensibile ricerca di Favotto, che ha ascoltato, conosciuto e incontrato storie d’immigrazione, addizionata alla suggestione delle parole della Boccasssini, ha introdotto una nuova figura retorica: quella dell’”animalizzazione” o “deumanizzazione”, che mette in crisi la dignità e la pienezza della natura umana di gruppi minori rispetto a quelli dominanti. La deumanizzazione comporta una negazione di identità all’individuo, che viene percepito come privo di storia, cultura, sentimenti e diritti. Nell’installazione di Favotto il concetto di animalizzazione è restituito tramite il paragone, alle volte agghiacciante, tra carne da macello e migranti.

    L’installazione procede per accostamenti visivi disorientanti. Un gioco di immagini si dipana tra gli spazi dell’Ex Macello che, per l’occasione, riassume la sua originaria funzione di catena di “smontaggio”. All’interno di questi viene ricreata una macelleria, adibita ad “accogliere” questa volta tagli di corpi che non sono animali, bensì umani. A questo punto la contestualizzazione iniziale assume un nuovo significato che fa da paragone ai corpi umani, creando una metafora visiva che traduce aspramente l’idea di deumanizzazione in un’alleanza tra corpi.
    Una ricerca contemporanea, un reportage ragionato e critico sui drammi della contemporaneità.

    L'EVENTO

    L’installazione sarà visitabile fino al 23 settembre presso Cattedrale Ex Macello (Via A. Cornaro 1, Padova)

    Orari: dal martedì al venerdì 16.00 – 20.00 / sabato e domenica 10.00 – 12.00 e 16.00 – 20.00

    Festival Transart 2018, un’edizione green

    Festival Transart 2018, un’edizione green

    L’anno scorso eravamo stati i social media partner dell’evento ormai diventato uno dei più attesi nella regione a statuto speciale, il Trentino-Alto Adige. Quest’anno il Festival Transart aprirà le danze, è proprio il caso di dirlo, dal 6 di questo settembre per durare quasi l’intero mese di chiusura della stagione estiva. Per chi non conoscesse il Festival si tratta di un’evento culturale che, quasi come una fiera espositiva, mette in atto tutta la cultura contemporanea in spazi che ne esaltino le caratteristiche avanguardistiche come fabbriche abbandonate, ex-caserme, università. Partendo da Bolzano infatti, centro nevralgico del festival e capoluogo di provincia, musica classica, elettronica, performance, spettacoli, mostre, cinema, cucina e le nuove tecnologie vengono presentati, in tutta la regione da nord a sud attirando anche visitatori e artisti da tutta Europa e non solo. Sono infatti nomi come Marina Abramović, Nils Frahm e Matthew Barney a rendere grande e conosciuto il Festival.

    Come ogni ottimo mezzo di esposizione di cultura contemporanea che si rispetti, il fil rouge di tutto l’evento sarà, lo si intuisce anche dalla grafica che pervade in tutti gli affacci mediatici, all’insegna del “green”. Molti infatti gli eventi già marchiati nel calendario con il timbro di “Green Event”: risorse, rifiuti, mobilità, alimenti ed energia saranno infatti sostenibili. I cataloghi e tutto il materiale cartaceo per l’evento saranno in carta riciclata, gli allestimenti saranno noleggiati e/o riutilizzati, la presenza di bidoni che permetteranno durante tutti gli eventi di differenziare la propria spazzatura, verranno forniti due shuttlebus ad idrogeno gratuiti. Per quanto riguarderà il cibo sarà stagionale con ingredienti biologici, verranno vietate le bibite in lattina e i prodotti in carta usa e getta. Ma attenzione, la direzione dell’evento si è premurata che, visto il periodo culturale delicato che stiamo affrontando, Transart non sia solo una mera occasione di svago e divertimento, ma verranno anche affrontati temi delicati che permetteranno ai visitatori e partecipanti di essere più coscienti del periodo, permettendo loro di sviluppare una propria opinione. Un viaggio di 360° nella contemporaneità del mondo, un’occasione unica che vede una città piccola come Bolzano proiettata nel presente e ingranaggio di una cultura sempre più in rapida evoluzione.

    Grande protagonista, come ogni anno, è la musica che spazia da quella elettronica d’avanguardia in collaborazione con il MUTEK di Montreal che darà luogo alla serata “Advanced Clubbing”, a quella classica o sperimentale come quella dell’allieva di John Cage, Margaret Leng Tan che è una delle più stimate performer di musica sperimentale in America. E poi ancora cinema con il film dell’artista iraniana Shirin Neshat, che sarà presente con uno Skype Talk, dal titolo “Sulle Tracce di Oum Kulthum” la Maria Callas del mondo arabo.

    Questo e molto altro lo trovate sul sito del Festival Transart: transart.it

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    Identity Interaction: un’identità tesa alla perfezione

    Identity Interaction: un’identità tesa alla perfezione

    Sabato 12 maggio è stata inaugurata l’esposizione Identity Interaction frutto della sinergica collaborazione di tre giovani artisti che, in occasione dell’evento hanno deciso di far convergere le loro ricerche a un unico risultato efficace e comunicativo.

    Ahad Moslemi (Téhéran, 1983), Alice Mestriner (Treviso, 1994) e Giovanni Pozzobon (Treviso, 1994) rispettivamente due visual artist e uno scultore. Un’esposizione che raccoglie in sè più strati di interazione realizzando una profonda indagine sui temi di Identità, Presenza/Assenza e Contemporaneità.
    L’interazione avviene in primis tra gli artisti che hanno deciso di mettere in dialogo le loro poetiche e, di conseguenza, le loro opere per un fine comune. Le identità degli artisti sono differenti e lo sono anche i risultati delle loro attività di ricerca individuali. Ponendosi in dialogo, facendo convergere i loro singoli monologhi, essi hanno però dato vita a un’indagine che intende svelare le principali caratteristiche nella formazione e nella ricerca della condizione dell’identità contemporanea.

    Ahad Moslemi
    Ahad Moslemi
    Giovanni Pozzobon
    Giovanni Pozzobon
    Alice Mestriner
    Alice Mestriner

    L’obiettivo della congiunta ricerca dei tre artisti è quello di indagare l’identità dell’uomo contemporaneo, la quale, secondo essi, risulta mutevole, tesa alla trasformazione e alla crescita. Nell’uomo d’oggi vige una tensione alla perfezione, scandita dall’asserzione “io sarò” anziché “io sono”, questo implica una definizione continuamente protesa a un “prossimo sè” da parte degli individui.
    L’esperienza individuale dei tre artisti è stata posta in dialogo negli spazi di Villa Memo Giordani Valeri (Quinto di Treviso), creando un racconto visivo che ricostruisce la teoria identitaria da loro elaborata. I progetti risultano singole installazioni che, contestualizzate, abitano in comunione gli spazi dell’ambiente disabitato come fossero tracce di un vissuto giunto alla sua destinazione. Testimonianze di un tempo che non può essere rivissuto se non ridando vita ai suoi spazi.

    Opere contemporanee tra loro, esito concreto di singoli monologhi che creano un sinergico dialogo tra loro, con la propria identità e con la società. Installazioni che interagiscono ridefinendo lo stato delle cose e dei legami. Esse ricreando nuovi contesti, generano una base teorica alla definizione identitaria del nostro vivere.
    La collaborazione efficacie e fortuita ha spinto i tre artisti a fondere le proprie ricerche una seconda volta. Il 26 maggio, infatti, sono stati invitati a esporre un proseguo di Identity Interaction nello spazio di Libreria Ubik di Castelfranco Veneto in occasione del festival Sottosopra che trova in sabato 26 maggio l’apice della sua vitalità.

    La Pasqua in 10 opere d’arte

    La Pasqua in 10 opere d’arte

    La Pasqua, in quanto principale festività cristiana, è uno dei temi maggiormente rappresentati nella Storia dell’Arte occidentale. Quello che vogliamo proporvi oggi è un racconto della Pasqua per immagini, dall’ultima cena alla Resurrezione di Cristo.

    1. “L’INGRESSO A GERUSALEMME” DI GIOTTO

    La Settimana santa si apre con la Domenica delle palme, nella quale si celebra l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, acclamato come messia e figlio di Davide.

    La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada.” (- Matteo 21,1-11)

    Tra le più celebri rappresentazioni troviamo quella di Giotto, presente all’interno del ciclo decorativo della Cappella degli Scrovegni di Padova. La scena spicca come una delle più naturali del ciclo, con una serie di episodi interni tratti dalla vita quotidiana, come quello dell’uomo che si copre la testa col mantello oppure i due fanciulli che salgono sugli alberi per staccare i rami d’ulivo da gettare al Salvatore e per vedere meglio.

    Giotto, "L'ingresso a Gerusalemme" (1303-1305), Cappella degli Scrovegni, Padova

    2. “LA CACCIATA DEI MERCANTI DAL TEMPIO” DI EL GRECO

    Il Martedì della Settimana Santa è il giorno dello sdegno: Gesù, sconvolto dal comportamento dei commercianti che hanno trasformato il tempio sacro in un luogo di mercato, caccia i venditori e i cambiamonete che hanno posto al centro del tempio il “denaro” e, abusando del loro potere, hanno oppresso gli altri per ricavarne un profitto personale.

    Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato.” (- Giovanni 2,14-22).

    La scena di El Greco segue fedelmente il racconto e raffigura l’azione che si svolge nel portico del cortile esterno del Tempio di Gerusalemme. Qui è collocato un fiorente mercato con cambiavalute e vendita di animali da offrire in sacrificio. Il momento dell’azione di Gesù il pittore lo definisce con un impareggiabile resa pittorica dove tutto – i colori accessi, i forti contrasti chiaroscurali e le linee tormentate – contribuisce a rendere l’ira e lo sdegno provati da Gesù.

    El Greco, "Cacciata dei mercanti dal Tempio" (1600 c.), National Portrait Gallery, Londra

    3. “I TRENTA PEZZI D’ARGENTO” DI JÁNOS PENTELEI MOLNÁR

    Il Mercoledì Santo è il giorno del tradimento, il giorno della tristezza. Gesù è tradito da uno dei suoi Apostoli, Giuda, per 30 denari. Lo ricordiamo con l’opera di János Pentelei Molnár, pittore ungherese vissuto nell’ultimo ventennio dell’ottocento ed inizio novecento, discepolo di Hollósy Simon, noto soprattutto per i suoi paesaggi, nature morte e scene bibliche.

    János Pentelei Molnár, "I trenta pezzi d'argento" (1909), Magyar Nemzeti Galéria, Budapest

    4. “L’ULTIMA CENA” DI LEONARDO DA VINCI

    Il triduo pasquale della passione, morte e resurrezione di Cristo inizia nel pomeriggio del giovedì santo. La sera si si ricorda l’Ultima cena, evento dove ha luogo l’eucarestia e dove Gesù annuncia che uno degli apostoli lo tradirà. Tra le più note e incisive rappresentazioni dell’evento non si può che far menzione del Cenacolo di Leonardo, opera, per altro, nella quale gli studi sui moti dell’animo trovano la più articolata messa in scena. L’episodio coglie l’attimo in cui Cristo annuncia ai discepoli che uno di loro lo tradirà. Le reazioni sono molteplici, e Leonardo le sottolinea una per una con una vasta gamma di gesti estremamente eloquenti dei singoli apostoli divisi in gruppetti di tre. La novità leonardesca, al contrario delle versioni dei suoi predecessori, sta soprattutto nell’allineare gli apostoli dietro una grande tavola, quando invece normalmente Giuda occupava da solo il lato verso lo spettatore. La scena si presenta come un ideale proseguimento della mensa dei Domenicani, nel cui refettorio l’affresco viene dipinto; tre ampie finestre alle spalle dei protagonisti, immettono verso un paesaggio montuoso.

    Leonardo Da Vinci, "Il cenacolo" (1495 c.), Santa Maria delle Grazie, Milano

    5. “L’ORAZIONE NELL’ORTO” DI BOTTICELLI

    Dopo essersi seduto alla mensa con i suoi discepoli, per consumare la sua ultima cena, Cristo inizia il proprio iter di “passione”, quel percorso fisico e spirituale che lo condurrà al Golgota dove sarà crocefisso. Nel Getsèmani Gesù si raccoglie in preghiera, attendendo la cattura da parte dei Romani.

    Allora gli apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo. 44 Ed essendo in agonia, egli pregava ancor più intensamente; e il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in terra.” (- Luca 22,43-44)

    Anche l’orazione nell’orto vanta una vasta serie di dipinti ad opera dei più grandi maestri della Storia dell’Arte, noi vi proponiamo quella di Sandro Botticelli, dipinto non tra i più noti dell’artista, realizzato nel periodo definito di “crisi mistica” dell’artista, quando la predicazione di Savonarola lo aveva fortemente influenzato, spingendolo, nell’ultima parte della sua vita, ad abbandonare le rappresentazioni allegoriche per dedicarsi solamente a dipinti sacri con reminescenze tardogotiche.

    Sandro Botticelli, "Orazione nell'orto" (1490-1493), Museo de los Reyes Católicos della Capilla Real, Granada

    6. “LA CATTURA DI CRISTO” DI CARAVAGGIO

    Mentre Gesù parlava con i discepoli entrò nel giardino Giuda Iscariota, seguito da una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti. Giuda, ingaggiato dal Sinedrio, guida il gruppo nel Getsemani, certo che il maestro vi si sarebbe recato durante la notte. Egli aveva dato un ordine alle guardie del seguito: “Quello che bacerò è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta”. Giunto vicino al maestro, il traditore lo baciò su una guancia, ricevendo come risposta: “Con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”.
    La scena diventa pretesto, per Caravaggio, per inserirvi un proprio autoritratto. Sul lato destro del quadro l’uomo che assiste alla cattura di Gesù e che illumina la scena con una lanterna, ha le sembianze, secondo lo storico d’arte Roberto Longhi, di Caravaggio stesso. La lanterna in mano a Caravaggio, secondo Maurizio Marini, ricorderebbe Diogene e la ricerca della fede e della redenzione a cui il pittore tendeva. La frenesia dell’insieme, data dallo sbilanciamento delle figure e ravvisata dai guizzi di luce sulle corazze dei soldati, rende il fare concitato e dinamico della scena.

    Caravaggio, "Cattura di Cristo" (1602-1603), National Gallery of Ireland, Dublino

    7. IL “CRISTO ALLA COLONNA” DI BRAMANTE

    Diverso in quanto miglior saggio pittorico di un architetto è il Cristo alla colonna di Donato Bramante. L’opera, commissionata dall’abbazia di Chiaravalle, è l’unico dipinto su tavola conosciuto di Bramante. L’opera mostra Cristo legato alla colonna – nello specifico un pilastro decorato a bassorilievo di reminescenze classicheggianti – prima della flagellazione, proiettato vicinissimo allo spettatore, come in un contatto quasi diretto, eliminando i tradizionali flagellanti. Questa vicinanza suscita nello spettatore un forte impatto emotivo, accentuando la già struggente scena creando, nel complesso, un’atmosfera di fortissima tensione psicologica. Il corpo di Cristo, dall’intonazione livida, è reso nei minimi dettagli delle vene che traspaiono dalla pelle, e il viso, contornato da una chioma di capelli dai riflessi dorati, presenta una definizione ottica di stampo quasi fiammingo, ancora più evidente nella resa del paesaggio sullo sfondo.

    Donato Bramante, "Cristo alla colonna" (1490 c.), Pinacoteca di Brera, Milano

    8. IL CRISTO IN CROCE DI DALÌ

    La crocifissione ebbe luogo su una piccola altura a settentrione di Gerusalemme, denominata Calvario in latino e Golgota in aramaico, vicino a una delle porte di ingresso della città. La crocefissione è un tema ed un soggetto molto importante nella storia dell’arte, il cui repertorio iconografico è uno dei più cospicui e vasti.
    Abbiamo deciso di proporvi il Cristo di San Giovanni della Croce di Salvador Dalì, dipinto appartenente agli ultimi anni della sua attività artistica. È il periodo della riscoperta del Rinascimento italiano da parte di Dalì e di un avvicinamento al misticismo religioso. L’effetto spettacolare è dato dall’insolita prospettiva in cui l’artista rappresenta il crocefisso, scorciato arditamente dall’alto verso il basso. Questa prospettiva cambia improvvisamente direzione nella parte inferiore, per dar luogo ad una veduta paesaggistica occupata da un lago con una barca e dei pescatori.

    Salvador Dalì, "Cristo di San Giovanni della Croce" (1951), Kelvingrove Art Gallery and Museum, Glasgow

    9. LA “DEPOSIZIONE” DI PONTORMO

    L’evento della deposizione vede la rappresentazione di Gesù quando viene tolto dalla croce o quando viene posto nella tomba. Alla scarna descrizione dei vangeli, gli artisti hanno fornito una immensa produzione di dipinti, bassorilievi, statue e descrizioni poetiche che hanno accompagnato la cristianità lungo i duemila anni della sua storia. Riportata allo splendore originario dai recenti restauri è la Deposizione di Jacopo Pontormo. La grande pala venne realizzata per la Cappella Capponi di Santa Felicita a Firenze. La scena è ambientata in uno spazio assolutamente irreale, come lo sono anche i colori, aciduli con accordi dissonanti. Le luci modellano morbidamente i corpi, sena rinunciare all’effetto di astrazione dell’insieme. Le vesti delle figure, dalle anatomie allungate, lasciano intravedere la forma dei corpi. Gli sguardi e i gesti puntano al coinvolgimento emozionale dello spettatore.

    Pontormo, "Deposizione" (1528), Chiesa di Santa Felicita, Firenze

    10. LA “RESURREZIONE” DI PIERO DELLA FRANCESCA

    Tra le più celebri resurrezioni della Storia dell’Arte vi è quella realizzata da Piero della Francesca per il Palazzo dei Conservatori dove ha sede l’attuale Museo Civico di Sansepolcro. In una composizione volutamente semplificata emerge, trionfante, il Cristo risorto, con un piede ancora appoggiato al sepolcro e con in mano uno stendardo. La sua figura è al vertice di un triangolo immaginario, che va dalla base del sarcofago alla sua aureola, suggerito anche dalle linee di forza delle pose dei soldati, addormentati ai piedi del sarcofago. Cristo si erge solenne e ieratico, e la sua figura divide in due parti il paesaggio: quello a sinistra, invernale e morente; quello a destra, estivo e rigoglioso.

    Piero della Francesca, "Resurrezione di Cristo" (1465), Museo Civico, Sansepolcro
    Il Natale in 10 opere d’arte

    Il Natale in 10 opere d’arte

    Quando si pensa al Natale nella Storia dell’Arte subito vengono alla mente le grandi e famose Natività che fin dagli esordi l’hanno caratterizzata. Quello che vogliamo proporvi oggi non è un elenco delle “più famose” o “migliori” opere a tema natalizio, ma una rassegna che raggruppa 10 testimonianze tra le più svariate, differenti per epoca, tecnica d’esecuzione, intenti e cultura di fondo ma unite dall’unico tema che le caratterizza.

    Ecco quindi a voi le 10 opere che noi e i nostri editors abbiamo selezionato per questo Natale 2017.

    Pascal Campion, “It falls without a sound”

    1. “It falls without a sound”

    Questa è un’illustrazione di Pascal Campion, artista franco-americano, dal titolo “Cade senza far rumore”. In ogni illustrazione di Campion c’è trasparenza. Riusciamo a vedere amore, gioia, storia, tenerezza e felicità. Qui è dove le sue immagini prendono il volo, come rappresentanti del sentimento e del cuore.

    It falls without a sound”, è un’immagine statica ma profondamente ricca di emozioni. I due bambini, attori di questa scena natalizia, si accorgono che fuori sta nevicando e in quell’attimo di meraviglia e stupore, rimangono in silenzio. Si godono questo silenzio per ammirare la vera protagonista della scena: la neve.

    2. Sol Invictus

    Il Mosaico di III secolo della Necropoli vaticana, si trova sottostante la basilica di San Pietro e rappresenta la divinità di Helios/Apollo con il suo cocchio mentre attraversa i cieli. Il Dies Natalis fu consacrato in epoca romana il 25 Dicembre 274 con Aureliano per celebrare la divinità del Sole Invitto (il solstizio d’inverno termina il 25 quando il sole rinvigorisce di luce e calore).

    Immagine inglobata e trasfigurata in seguito nel Cristianesimo per la raffigurazione di Cristo.

    "Sol Invictus", mosaico del III secolo nella Necropoli vaticana sotto la basilica di San Pietro

    3. La Natività con i profeti Isaia e Ezechiele

    Conservata alla National Gallery di Londra, la tavola di Duccio di Buoninsegna raffigura il momento della Nascita ed i colori complementari della Madonna contrastano con l’oro del fondo del pannello. È d’oro anche la stella posta sulla cima della capanna, attorniata da 14 angeli. Nel riquadro centrale è rappresentata anche la scena del lavaggio, secondo una gerarchia di proporzioni in perfetto stile bizantino. A sorvegliare il tutto ci sono due profeti ai lati e sorreggono i cartigli contenenti le profezie.

    Duccio di Buoninsegna, "La Natività con i profeti Isaia e Ezechiele", 1308/1311

    4. Paesaggio invernale con pattinatori

    Hendrick Avercamp è considerato uno dei primi pittori paesaggisti della scuola olandese del XVII secolo, specializzato in particolare in paesaggi invernali. Nato sordo e muto, Avercamp era un abile osservatore e le sue composizioni descrivono con dovizia di particolari le tipiche attività invernali del popolo olandese: i bambini pattinano sul ghiaccio, le donne lavano i panni nell’acqua gelida e gli uomini tagliano la legna per il camino.

    Paesaggio invernale con pattinatori del 1609 – oggi al Rijksmuseum di Amsterdam – è il suo dipinto più celebre. Lo stile risente dell’influenza di Pieter Brueghel il Vecchio: la linea alta dell’orizzonte, i colori vividi e una composizione ricca di piccole scene narrative tutte da scoprire.

    Hendrick Avercamp, "Paesaggio invernale con pattinatori ", 1609 c.
    "A Merry Christmas", Henri de Toulouse-Lautrec, 1896

    5. A Merry Christmas

    Toulouse-Lautrec, il pittore della Belle Epoque parigina, era anche un illustratore: realizza disegni per biglietti d’auguri o per menù improvvisati per cene tra amici.
    In questo bigliettino di Natale indirizzato alla cantante May Belfort, Toulouse-Lautrec ritrae il mitico Chocolat, un ballerino del Moulin Rouge di colore, insieme al gattino nero della Belfort che accompagnava la cantante nelle sue performance. In basso a destra il pittore si firma con il suo famoso monogramma ispirato ai caratteri giapponesi.

    6. Natività di Chagall

    Il soggetto millenario della Natività ricorre anche nella riproduzione del 1941 del bielorusso Chagall.  Il suo trasferimento dall’allora Impero Russo alla Francia provenzale lo portò alla riscoperta del repertorio di immagini cristiane; da questa tradizione iconografica  attinse con libertà, integrando quella simbolista ebraica. Il delicato dipinto, pur inserendosi nell’ambito dei soggetti religiosi, mantiene una tecnica fedele a quella dei soggetti laici. In quest’opera dall’atmosfera onirica e quasi fiabesca, la Madonna è sospesa sul lato sinistro del dipinto, eterea nel suo vestito bianco mentre stringe al seno il Bambino, osservata con tenerezza e gratitudine dagli angeli e una pecorella. Più centrale, vediamo un Cristo crocifisso fluttuante sopra una distesa di rose, simbolo della Passione, e di simboli dai colori vivaci, tra cui spicca il grande Pesce.

    Marc Chagall, "Natività"

    7. Te tamari no atua

    Slegata da committenze religiosa, la Natività realizzata da Paul Gauguin torna e allude a radici più profonde. La scena rappresentata e ambientata in pieno stile “tahitiano”, mostra una madonna nera, abbandonata sul letto dopo aver partorito. Una scena familiare che, se non fosse per la presenza del bue e l’asino sullo sfondo e l’aureola del bambino, potrebbe essere un’immagine comunissima di maternità. Una semplicità alla base forse dell’accezione cristiana originaria. Non la fede dunque, e nemmeno la religione in senso stretto sono al centro della scena, ma l’amore in senso stretto.

    Paul Gauguin, "Te tamari no atua" (Il figlio di Dio), 1896
    Andy Warhol, "Santa Claus" dalla serie "Myths"

    8. Il Santa Claus di Andy Warhol

    Nella cultura occidentale “post war”, accanto all’immaginario tradizionale del Natale, n’è stato coniato uno nuovo e parallelo, fatto di nuove immagini, tradizioni e personaggi, primo tra tutti: Santa Claus, il nostro Babbo Natale.  E chi avrebbe potuto rappresentare questa nuova cultura, se non l’artista che, più di chiunque altro, si fece specchio della società massificata a lui contemporanea?
    Fu, quindi, proprio il Pop artista Andy Warhol a creare una serie serigrafica avente a soggetto Babbo Natale. La serigrafia è realizza su tela con polvere di diamanti e fa parte di una serie molto cara a Warhol: la seria Myths (1981), nella quale inserisce quelli che, secondo la società contemporanea, sono i nuovi “Miti” e tra questi egli inserisce pure il nonnino più amato dai bimbi di tutto il mondo occidentale.

    9. La Natività futurista

    Gerardo Dottori, classe 1884, fu uno dei maggiori esponenti della corrente futurista italiana; firmatario del manifesto dell’Aeropittura, si caratterizzò per aver indagato maggiormente l’aspetto più dinamico della corrente novecentesca, sviluppando una propria ipotetica visione e rappresentazione delle immagini reali e non, viste da un osservatore posto su un aereo in volo.
    Legato alla sua terra d’origine, l’Umbria, egli utilizzò per le sue opere sempre il paesaggio umbro. Ecco quindi che La Natività, datata 1930, è ambientata sulla cima di una collina al di sotto della quale sorge un tipico borgo umbro, il paesaggio è una profusione di profili dolci, collinari più o meno alti; il taglio dato alla rappresentazione è fotografico i colori brillanti e le campiture nette e veloci.

    Dottori, "Natività futurista", 1930

    10. Campo innevato con erpice

    La natura è spesso protagonista nelle opere di Vincent Van Gogh, che ha cura di ritrarla in ognuna delle stagioni. Fra i suoi rari dipinti che ritraggono l’inverno questo paesaggio abbandonato, dove la presenza umana sembra essere un ricordo malinconico, spicca per non essere originariamente tale: il soggetto infatti è preso da Jean-François Millet (Inverno o La piana di Chailly, 1862, Vienna, Osterreichische Gallerie), a cui pittore olandese decide di aggiungere la neve come esercizio di colore durante il suo periodo presso l’ospedale di Saint-Remy.

    Jean-François Millet "Inverno o La piana di Chailly", 1862
    Jean-François Millet "Inverno o La piana di Chailly", 1862
    Vincent Van Gogh, "Campo innevato con erpice" (da Millet), 1890
    Vincent Van Gogh, "Campo innevato con erpice" (da Millet), 1890
    Van Gogh a Vicenza: tra il grano e il cielo… c’è tutto il resto

    Van Gogh a Vicenza: tra il grano e il cielo… c’è tutto il resto

    Numeri da capogiro sono subito balzati all’attenzione comune per la nuova mostra inaugurata sabato 7 ottobre presso la Basilica Palladiana di Vicenza: “Van Gogh. Tra il grano e il cielo“; mostra molto pubblicizzata e attesa che raggruppa eccezionalmente ben 129 opere del pittore olandese più famoso di tutti i tempi, tra dipinti (43) e disegni (86).

    Organizzatore è ancora una volta Marco Goldin e la sua fondazione, Linea d’Ombra, già protagonisti nella provincia veneta per le altre mostre organizzate in Basilica. Goldin può essere considerato l’uomo più amato e odiato nel panorama dell’arte italiana, colui che ha saputo trasformare l’organizzazione delle mostre d’arte in un vero e proprio business capace di richiamare ogni volta migliaia di persone, e in un momento in cui Van Gogh è più “di moda” che mai – viste le continue pubblicazioni di libri a lui dedicati, la mostra ditattico-itinerante Van Gogh Alive e il recentissimo film Loving Vincent – non poteva che mancare l’apporto speciale di Goldin.
    Egli infatti ha passato gli ultimi anni a studiare, a documentarsi e a viaggiare nei luoghi del pittore, analizzando i dieci anni che vanno dal 1880 al 1890, dai disegni di esordio assoluto al tempo del Borinage in Belgio (nel 1880), quando Van Gogh svolgeva la funzione di predicatore laico per i minatori della zona, fino ai quadri conclusivi con i campi di grano realizzati a Auvers-sur-Oise (nel luglio del 1890) pochi giorni prima di suicidarsi, risultato dei quali è questa mostra, pensata come precisa ricostruzione della vita del “genio tormentato olandese”.

    Marco Goldin in una visita guidata alla mostra "Van Gogh. Tra il grano e il cielo".

    Per la sua realizzazione, Goldin ha potuto contare su di un nucleo decisamente consistente di disegni e dipinti provenienti dal Kröller-Müller Museum di Otterlo, in Olanda, uno dei due veri santuari dell’opera vangoghiana nel mondo che ha prestato oltre cento opere, mentre un’altra decina di istituzioni e collezioni private hanno aggiunto altri capolavori, a cominciare dalla versione da Vincent più amata de Il ponte di Langlois (1888), immagine-simbolo della mostra stessa.

    Le lettere (su tutte, quelle al fratello Théo) sono il filo conduttore di questa mostra, stampate anche sulle pareti accanto alle opere che le hanno ispirate, per fare in modo che – come spiega il curatore nel catalogo ragionato scritto assieme a Silvia Zancanella (Linea D’Ombra Edizioni) – “attraverso le parole si possa penetrare fino in fondo nel mistero struggente della bellezza di un’opera che non cessa di affascinarci, simbolo di una vita sempre sul limite”.

    L’impatto con la mostra potrebbe essere spiazzante. Ad una esposizione su Van Gogh uno si potrebbe aspettare di vedere notti stellate, campi di girasoli o enigmatici autoritratti ed essere catturato dai celebri colori pieni e vivaci del pittore olandese. Invece, almeno per la prima parte della mostra, il visitatore si troverà ad ammirare disegni e studi sul soggetto che parrebbero, ad una prima impressione, tutti uguali.
    E fin da subito lo stesso visitatore sarà preso dalla lettura dell’ampia descrizione che accompagna le opere e dalle lunghe pagine tratte dalla conversazione epistolare con il fratello Theo. Proseguendo nella visita gli potrà capitare di imbattersi in disegni studio di opere molto conosciute e di voltarsi in cerca dell’opera fatta e compiuta, rimanendo ahi lui insoddisfatto.

    A questo punto della mostra il nostro visitatore potrà sentire qualcuno mormorare ironico all’orecchio del compagno nella visita “Mancano i disegni dell’asilo e poi c’è tutto”, chiaramente deluso dalla mancanza di quei masterpiece, i grandi quadri, sempre associati alla figura dell’artista olandese e che si sarebbe aspettato di vedere. Poi verso la fine della visita, finalmente, ritroverà le vivaci pennellate di Van Gogh e i suoi colori decisi ma ancora non potrà dire di aver visto i quadri famosi né di aver compreso appieno ciò che aveva visto se non dalle lunghe descrizioni a completamento dell’opera.

    La scelta compiuta da Goldin nell’allestimento della mostra si dimostra tuttavia interessante per diversi motivi. Più che il masterpiece o i capolavori sono messi in rilievo due aspetti che si compenetrano con l’opera d’arte, la originano e la completano allo stesso tempo. Ci riferiamo allo studio e alla riflessione.
    I disegni e gli studi sul soggetto sono un chiaro riferimento al lavoro di analisi, di limatura dei dettagli, di ricerca della forma perfetta, della giusta inclinazione dello sguardo più penetrante o del colore più espressivo. Un lungo e faticoso lavoro che si affianca all’opera finale che talvolta si immagina come semplice risultato di una ispirazione.
    Le lunghe lettere scritte al fratello invece mostrano il vero motore artistico di Van Gogh. Gli stati d’animo e la ragione in un continuo dialogo per trasportare nella forma e nella materia una immagine inafferrabile e immateriale.

    All’interno della mostra, dunque, i disegni e i dipinti le descrizioni e le lettere si trovano allo stesso livello di salienza: si completano, si spiegando a vicenda e ricostruiscono in modo integrale la figura e il processo creativo del pittore olandese, rendendo inoltre conto del cambio di rapporto tra la rappresentazione artistica e la realtà fenomenica che a partire a Van Gogh contraddistinguerà i movimenti artistici successivi.

    Bruno Munari, TERRA | ARIA a Palazzo Pretorio di Cittadella

    Bruno Munari, TERRA | ARIA a Palazzo Pretorio di Cittadella

    È stata prorogata fino al 10 gennaio 2018 la grande mostra a Palazzo Pretorio di Cittadella (PD) dedicata celebre artista, designer e teorico italiano Bruno Munari. Esposizione interamente a cura di Guido Bartorelli, promossa da Fondazione Palazzo Pretorio in collaborazione con il Dipartimento dei Beni culturali dell’Università degli Studi di Padova e l’Associazione Bruno Munari. Una mostra che sa evidenziare al meglio la mente bipartita del designer, il quale si destreggiava tra la sua pragmaticità di designer e la sua propensione a creare per il piacere del puro e leggero atto creativo.

    Atto-Bruno-Munari-nel-suo-studio-Milano-1988-©-Isisuf.-Istituto-internazionale-di-studi-sul-Futurismo

    Simbolicamente questi due lati del carattere creativo di Munari sono divisi nel percorso espositivo tra “Terra” e “Aria”, tra la precisa mente del designer e la fanciullezza dei suoi progetti didattici. L’animo pratico e quello riflessivo di Munari sono ben distinti tramite delle stanze “contemplative” e delle “stanze del fare”, le quali non sono dei semplici laboratori didattici ma delle vere e proprie parti integranti dell’esposizione, come fossero delle opere intese come processo. Quest’ultimo concetto fu illuminante sia per la produzione di Munari che poi per le generazioni di artisti italiani che vennero a seguito della parentesi munariana. L’idea di produrre un’opera che preveda il superamento della forma chiusa, in particolare per quanto riguarda la sua esperienza nel mondo della didattica per bambini, e che preveda quindi la collaborazione del pubblico ai fini di risultare completa ed efficace fu una novità introdotta ex novo da Munari, il quale utilizzò queste sue teorie al servizio della collettività. È anche nell’abbandono della figura dell’artista individualista che si concentra la grande novità introdotta da Munari che mise tutto il suo essere, le sue ricerche e invenzioni alla totale disposizione della comunità.

    “L’arte, che un tempo era privilegio di pochi uomini sta diventando una espressione possibile a ciascuno di noi? Si sta riducendo positivamente la distanza tra l’artista e l’uomo normale?” (Artista e designer, 1971)

    L’esposizione è divisa in due poli comunicanti: quello dell’“Aria” e quello della “Terra”. Il primo è costituito da una serie di nuclei contenenti opere leggere, quasi impalpabili, sia a livello fisico che mentale, le quali per l’appunto richiedono uno sforzo minimo ai fini della loro comprensione lasciando la mente libera e leggera nell’apprezzare con curiosità forme e tecniche. Tra queste spiccano “Concavo-Convesso” (1947-1949), le “Macchine inutili” e lampada Falkland (1964). Il secondo polo, dedicato alla “Terra”, è invece allestito per permettere delle attività destinate ai visitatori, bambini o adulti che siano, pensate da Munari per educare il pubblico a “fare per imparare”.

    Interattività, sinergia e relazione con lo spettatore sono i concetti che dominano il percorso espositivo di Palazzo Pretorio sia attraverso dinamiche di mera contemplazione che pratiche.

    L’esperienza a Palazzo Pretorio è lodevole per la sua completezza alimentata dalla professionalità dello staff che accoglie il pubblico con la disponibilità a dispensare nozioni utili alla comprensione della personalità di Munari e che lo guida durante le fasi di realizzazione dei quattro laboratori didattici inclusi nell’esposizione. L’ingresso a Palazzo Pretorio è gratuito ed è dunque un’esperienza assolutamente consigliata ai fini di comprendere e sperimentare in prima persona la grandezza del genio di Bruno Munari.

    Il “Salvator Mundi” di Leonardo | La vicenda del capolavoro da 450 milioni di dollari

    Il “Salvator Mundi” di Leonardo | La vicenda del capolavoro da 450 milioni di dollari

    La vicenda che vede come protagonista la tavola dipinta ad olio del “Salvator Mundi” attribuita a Leonardo da Vinci appare alquanto strana. L’opera è stata venduta all’asta da Christie’s il 15 novembre per oltre 450 milioni di dollari (compresi i diritti d’asta), sancendo così un nuovo record assoluto che ha scalzato i 179,4 milioni di dollari primeggiati dall’opera “Les femmes d’Alger” di Pablo Picasso, venduta nel maggio 2015.

    Oltre che per il record assoluto d’asta, l’opera fa tutt’ora molto discutere per l’eccezionale attribuzione alla mano dell’Artista considerato genio assoluto del Rinascimento: Leonardo da Vinci.
    Il Salvator Mundi è un olio su tavola (66×46 cm) databile al 1499, autenticata quale protagonista della mostra Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan, tenutasi nel 2011 alla National Gallery di Londra. Seguendo tale presunta datazione ci è facile pensare che Leonardo l’abbia realizzata alla corte sforzesca di Milano poco prima di doverla abbandonare, a causa della caduta del Moro. Il Cristo benedicente, reggente nella mano sinistra un globo, si staglia frontale su fondo scuro, allineandosi di fatto agli altri tre ritratti eseguiti dal Maestro durante il soggiorno milanese: il “Ritratto di musico”, la “Dama con l’ermellino” e la “Belle ferronière”. L’attribuzione leonardesca dovrebbe anche esserci testimoniata da alcuni studi, i più noti dei quali oggi conservati al Castello di Windsor. L’opera, all’epoca, era nota grazie a un’incisione di Wenceslaus Hollar eseguita intorno al 1650.

    Il "Salvator Mundi" fotografato nel 1911 prima di una sommaria operazione di restauro

    Nel catalogo della mostra inglese, Luca Syson (curatore dell’esposizione) ha ipotizzato che Leonardo avesse potuto realizzare il dipinto per la famiglia reale francese e che poi fosse stato portato in Inghilterra nel 1625 dalla regina Enrichetta Maria di Borbone sposa di Re Carlo I. Ciò che è certo è che è stato registrato nell’inventario della collezione reale. Dell’opera se ne persero poi le tracce dal 1763 al 1900, quando fu acquistato da Sir Charles Robinson come opera attribuita a Bernardino Luini, seguace di Leonardo. Il quadro ricomparve magicamente in una piccola vendita all’asta nel 1958 dove venne acquistato per 45 sterline. Poi scompare di nuovo di nuovo per 50 anni, fino al 2005, quando finalmente riaffiora nuovamente sul mercato.

    L’attribuzione dell’opera ci è stata confermata anche dalla dottoressa Dianne Dwyer Modestini, impegnata nel 2007 nel restauro della stessa. Ulteriori conferme sono arrivate poco dopo dall’esperta dell’Università di Firenze Mina Gregori e Sir Nicholas Penny (allora alla National Gallery of Art, Washington DC, successivamente direttore della National Gallery di Londra). La paternità leonardesca è stata però messa in discussione, l’anno seguente, dalle analisi e studi condotti dagli esperti del Metropolitan Museum of Art: secondo la Brambach, infatti, il dipinto più che a Leonardo da Vinci sembra appartenere a qualche mano della sua bottega, in particolare Giovanni Boltraffio.
    Un aspetto cruciale da tenere in considerazione se si vuole seguire tale via è il modus operandi con il quale le opere venivano realizzate all’interno delle botteghe degli artisti: pur essendo molto geloso e legato alla propria solitudine, anche Leonardo si avvaleva di collaboratori, ed è pertanto normale che i contributi diversi, per quanto armonizzati dal maestro, possano emergere.

    Con il passare dei secoli, restauri e rifacimenti hanno totalmente mutato il dipinto, il cui aspetto originale ci è testimoniato da una fotografia del 1912, scattata poco prima del restauro. Forse l’intervento – probabilmente realizzato durante il Seicento – per l’aggiunta di baffi alla “gatto” e per la mascolinizzazione della capigliatura, puntava a rendere meno etereo il personaggio leonardesco, fornendogli una connotazione più maschile, in linea con i dettami ferrei della Controriforma.

    Il dipinto del "Salvator Mundi" (1490 c.)

    Maurizio Bernardelli Curuz afferma: “È significativo osservare quanto l’opera punti su due elementi, che sono perfettamente messi a fuoco e costituiscono la centralità semantica del dipinto che, a mio giudizio, si pone stilisticamente a un punto di incontro della pittura di Boltraffio con quella di Leonardo. Essi sono la mano benedicente e il globo di cristallo di rocca del Cielo, dell’Universo benigno, dello spirito superiore. L’artista potenziò invece lo sfumato del volto di Cristo per sfocarne lievemente l’immagine, – e non fu solo conseguenza di un’osservazione scientifica della naturale messa a fuoco degli occhi – con l’intenzione che lo spettatore rivolgesse ogni attenzione alla benignità del santo gesto, tutto estroflesso nei confronti degli uomini. È un Cristo sindonico, che appare come traccia straordinaria nell’opera. Un Cristo che somiglia molto a quello della Sindone; un Cristo che emerge dall’oscurità, come durante la Cena in Emmaus. Che si rivela, senza voler essere protagonista; che non chiede di essere osservato o adorato, ma che dona esclusivamente Bene al mondo, senza chiedere nulla, in cambio. Tutto si concentra sull’ossimoro di un’azione immota: donare con amore, per l’eternità, estinguendosi nell’amore stesso. La filosofia sottesa al dipinto è tutta leonardesca. Il segno appare duplice. Boltraffio e Leonardo”.

    “E ora analizziamo l’abito – annota Maurizio Bernardelli Curuz – Nella parte superiore, poco sotto il collo appare il rubino. È un segno di amore; di fuoco. Una pietra utilizzata per il matrimonio. E indica un amore travolgente, persino passionale. Una perla ferma invece le due bande che indicano la croce. La perla stessa, simbolo della purezza femminile, sembra indicare, nell’insieme, il matrimonio con un’umanità che è donna e uomo, come Cristo è donna e uomo, in una dimensione spirituale”.

    Dal punto di vista del mercato, la vendita all’asta del dipinto leonardesco è un caso del tutto eccezionale per una serie di insoliti motivi.

    Anzitutto l’opera è stata messa all’asta in una serata dedica alla “Post-War Art” un contesto del tutto inusuale per un “vecchio maestro” come Leonardo, il tutto con la nutrita speranza di invogliare i collezionisti, affamati d’arte contemporanea, ad aggiudicarsi un capolavoro di questo calibro.
    Tale speranza ha infatti segnato “un momento storico”, come disse lo stesso battitore d’asta quando uno dei potenziali acquirenti era intento a rilanciare i 300 milioni di dollari.

    Una mossa azzeccata quella che vede un Leonardo affiancare la Pop Art di Warhol, soprattutto in un momento in cui i prezzi pagati all’asta per gli “Old Masters” iniziano a ritirarsi e a divenire sempre più contenuti. Ma il Salvador Mundi non è un semplice “pezzo” italiano d’arte moderna, è un Leonardo Da Vinci e nemmeno uno qualunque, ma l’ultimo rimasto tra le mani dei collezionisti privati.
    La grande scommessa mirante il record d’asta per quest’opera non inizia però il 15 novembre ma ben prima con un’intesa quanto fortunata campagna marketing che ha visto il Salvador Mundi esposto tra Hong Kong, Londra, San Francisco e, infine, New York. È quindi nella Grande Mela che l’opera ha registrato ben due record: quello per la mostra pre-asta più visitata di sempre (ben oltre 30 mila visitatori) e quello annunciato dal “Sold!” che farà la storia.

    DUCHAMP, MAGRITTE, DALÌ. I RIVOLUZIONARI DEL ‘900 | Bologna, Palazzo Albergati

    DUCHAMP, MAGRITTE, DALÌ. I RIVOLUZIONARI DEL ‘900 | Bologna, Palazzo Albergati

    Se si volesse riassumere in un’unica esperienza ciò che nello scorso secolo era definibile, in termini artistici, “rivoluzione” ecco che una visita alla mostra allestita a Palazzo Albergati di Bologna e organizzata da Arthemisia risulterebbe essere un sunto perfetto.
    Curata da Adina Kamien-Kazhdan e David Rockefeller grazie al prezioso prestito dell’ Israel Museum di Gerusalemme la mostra propone con un percorso limpido e ben scandito, un’analisi dei ruoli dei più grandi rivoluzionari del Novecento, senza mai incorrere nella banalità in cui questo genere di esposizioni rischiano di inciampare. Opere simbolo di intere generazioni di artisti sono poste in relazione ed esposte alla pari con opere di artisti meno noti e conclamati dando in questo modo l’opportunità a questi ultimi di emergere in una compagine storica dominata da un elitè ben nota e circoscritta di personaggi.

    Hans Bellmer , "The Half-Doll", 1972
    Man Ray, "L'enigma di Isidore Ducasse"

    Il percorso espositivo si snoda tra gli ambienti di Palazzo Albergati che ben si presta a scandire le aree tematiche care alle avanguardie esposte: Dadaismo e Surrealismo.

    La prima parte dell’esposizione, “Meravigliose Giustapposizioni” è dedicata alle esperienze dadaiste con l’esposizione di alcune celebri opere come “Ruota di bicicletta” e “Scolabottiglie” di Marcel Duchamp, “L’enigma di Isidore Ducasse” di Man Ray ma anche da opere di artisti meno noti che hanno contribuito in maniera considerevole alle innovazioni avvenute nel campo dell’arte a inizio Novecento. Di primaria importanza ai fini della rivoluzione artistica avvenuta attraverso le avanguardie storiche, è stato l’inserimento da parte degli artisti di oggetti o materiali, prelevati dalla realtà quotidiana, all’interno delle loro opere che finivano per divenire essi stessi opere d’arte qualora l’artista decidesse di attribuire loro tale significato. Si parla quindi di aspetti tecnici innovativi che hanno finito per modificare anche il valore semantico dell’arte stessa, tra queste tecniche innovative ricordiamo il collage e l’assemblage (che con Duchamp diviene il Ready Made). Alla mostra di Palazzo Albergati il rilievo a queste due tecniche rivoluzionarie viene restituito grazie all’esposizione di opere degli artisti sopracitati e a quelle di artisti minori come: Hanna Hock, Laszlo Moholy-Nagy e Lajos Kassak.

    Pablo Picasso, "Donna di fronte al mare"

    Proseguendo per le sale ci si imbatte nella prima delle grandi sorprese di quest’esposizione, ovvero, la ricostruzione della “Sala Mae West” di Savador Dalì. Tale fedele e ben riuscita ricostruzione permette al visitatore di prepararsi a reimmergersi in un nuovo tema, quello del ruolo femminile nelle avanguardie storiche, ben anticipato dalle rosse e seducenti labbra di Mae West. Nelle sale successive sono esposte a campione una serie di opere celebri o meno, che vanno a rappresentare l’immaginario femminile secondo un’ottica cara soprattutto ai surrealisti, una donna che diviene mera immagine onirica ed erotica. Tale sezione ci permette di ammirare opere come la perturbante “L.H.O.O.Q” o più ironicamente “La Gioconda coi baffi” di Marcel Duchamp e “Donna davanti al mare” del cubista Pablo Picasso.

    Il percorso espositivo continua e termina al primo piano del Palazzo con una serie di ambienti più piccoli ma densi di rimandi e contenuti fondamentali ai fini di comprendere il valore artistico dello scorso secolo. Ad aprire questa seconda parte del percorso è un leggero mobile di Calder riflesso, assieme ai meravigliosi soffitti di Palazzo Albergati in uno specchio a terra, parte dell’allestimento progettato ad hoc dall’architetto Oscar Tusquets Blanca. Si prosegue poi tra le sale dove ci si imbatte in opere di Hans Arp, Joan Mirò, Max Ernst e persino il bolognese Morandi. Forti in questa seconda parte dell’esposizione sono gli accorti rimandi agli allestimenti delle più celebri esposizioni surrealiste del passato curate da Marcel Duchamp: “First Paper of Surrealism” e l’“Esposizione internazionale surrealista” del 1938. L’esposizione termina poi con un immenso capolavoro, divenuto simbolo dell’intera esposizione: “Il castello dei Pirenei” di Magritte.

    L’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino all’11 febbraio 2018 ed è un evento da noi fortemente consigliato, un’occasione per conoscere e vedere da vicino una serie di immensi capolavori, derivanti dalla celebre collezione di Arturo Schwarz, che hanno segnato l’arte dello scorso secolo modificando radicalmente il concetto universale di Arte.