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    Jacopo Da Ponte su muro: intervista ad Andrea Ravo Mattoni

    Jacopo Da Ponte su muro: intervista ad Andrea Ravo Mattoni

    Si definisce “pittore che usa le bombolette”, con un’incredibile precisione riproduce su muro grandi capolavori della Storia dell’Arte italiana, è uno dei pochi writer ad essere apprezzato anche dagli anziani. Lui è Andrea Mattoni, in arte RAVO, e noi abbiamo avuto il grande piacere di potergli fare qualche domanda in merito alla sua arte e i suoi ultimi progetti.

    Se non ne avete mai sentito parlare partiamo da qualche riga di presentazione. 

    In quanto figlio d’arte, a Ravo la vena artistica scorreva nel sangue fin dalla nascita: inizia infatti già da piccolo a disegnare e ad impugnare i primi pennelli trovando, a partire dagli anni ’90, una propria strada “inedita” rispetto a quella del padre, dello zio e del nonno (rispettivamente artista concettuale, illustratore e artista accademico): quella dei graffiti. Dalle prime sperimentazioni con il lettering, Ravo passa ben presto al figurativo interrompendo però bruscamente l’attività nei primi anni duemila per entrare all’Accademia di Brera. Qui trova ispirazione nella pittura inglese del secondo novecento; ha modo di impratichirsi con la tecnica dell’olio e dell’acrilico, insegnamenti fondamentali che gli permisero di tornare alla bomboletta spray, terminati gli studi, con una consapevolezza diversa, pronto ora a ritagliarsi uno spazio ben preciso come street artist. 

    Andrea Ravo Mattoni, “Cattura di Cristo” da Caravaggio, Aprile 2016, Varese

    L’opera che lo consacra è quella eseguita a Varese nel 2016: sul fondo di viale Belforte, nascosto tra le siepi della rotonda, riproduce con le bombolette spray La cattura di Cristo di Caravaggio, per il progetto Urban Canvans. Il successo è assicurato grazie alla precisione nella tecnica, la fedeltà riproduttiva e il grande impatto scenico, fattori che convergono nel suo progetto Recupero del classicismo nel contemporaneo. Alla prima opera della serie ne seguono molte altre, tra le quali il Riposo durante la fuga in Egitto (Malpensa), La cena in Emmaus (San Salvatore di Fitalia), il Fanciullo con la canestra di frutta (Mangera), il Davide con la testa di Golia di Tanzio da Varallo (Varallo Sesia), il San Michele di Luca Giordano (Campobasso), la Madonna Litta di Leonardo Da Vinci e Giovanni Antonio Boltraffio (Roma) per arrivare all’ultima ‘fatica’ fresca di realizzazione: la Fuga in Egitto di Jacopo Da Ponte detto il Bassano realizzato sul muro alle spalle dell’oratorio Frassati a Bassano del Grappa. 

    Le opere dei grandi maestri “presentate” al pubblico in maniera nuova (con l’uso della bomboletta spray), permettono a Ravo di esternare la sua idea di Arte, quella di estendere e rendere accessibile l’arte “classica” a chiunque, istituendo un ponte tra questa e il mondo contemporaneo.

    In merito al rapporto con la copia: scegliere di riprodurre un’opera già esistente nella sua forma originale sembra andare in controtendenza con la ricerca di originalità o di un modo per distinguersi tipici della nostra contemporaneità. Come ti rapporti dunque con l’originale? La tua vuole essere una esatta riproduzione dell’opera oppure attraverso l’opera ti interessa dire qualcosa di tuo?

    Il mio vuole essere un lavoro che porta avanti una tradizione antichissima tradotta in chiave moderna e contemporanea. L’ingrandimento spropositato delle opere, il mezzo delle bombolette spray e la forte correlazione con il territorio sono tutti elementi che permettono ai miei lavori di rispecchiarsi con il passato ma al contempo di essere iper contemporanei. Personalmente trovo più contemporaneo fare una copia in questa maniera piuttosto che interpretare l’opera selezionata; basti pensare all’esempio di Duchamp che esattamente cent’anni fa in L.H.O.O.Q disegnava due baffi alla Gioconda di Leonardo. Il mio pensiero trova forza quindi nell’essere quanto più fedele possibile all’originale: proprio per questo nelle fasi preparative studio l’opera nella sua colorazione e nella preparazione del fondo, avvicinandomi alla tecnica della velatura. Come un direttore d’orchestra che presenta Mozart o Bach io traduco la grande Storia dell’Arte istituendo dei veri e propri ponti con le istituzioni museali e il territorio nel quale opero. 

    Si può dire quindi che l’intero progetto di portare il classicismo nel contemporaneo ha come scopo lo svelamento e la dimostrazione di bellezza! 

    Considerando il contesto storico abbastanza drammatico dal punto di vista culturale nel quale viviamo credo che ri-educare oggi le persone alla bellezza sia fondamentale, e l’arte contemporanea in questo gioca un ruolo davvero importante. Lavorando su delle facciate cieche e anonime (dei luoghi-non-luoghi) l’obiettivo è proprio quello di sfruttarle creando una sorta di museo a cielo aperto. 

    Viste le tue “origini” e le prime sperimentazioni legate al lettering e ai graffiti sorge spontaneo chiederti: in quanto artista non senti l’esigenza di esprimerti attraverso TUE opere/lavori? 

    L’ho fatto per quasi venticinque anni, portando sempre avanti progetti differenti. Ho lavorato tantissimo con la tecnica ad olio e con l’acrilico, ma infine ho trovato nella sottrazione una via efficace, la mia! Sottraendo il mio lavoro sono arrivato alla pura copia, che è quello infine che mi interessa davvero; un lavoro figurativo, comportamentale e performativo se vogliamo. La vastità di tecniche e vie sperimentate in passato mi ha portato a questa “sintesi”. 

    Il passaggio da tempera ad olio a bomboletta spray non sembra essere facile: quali sono le difficoltà che incontri nella riproduzione, con bomboletta, di opere nate e realizzate su tela?

    La trasposizione è molto difficile in quanto il media con cui si lavora è totalmente differente e il dovermi confrontare sempre con artisti diversi non fa che incrementare questo livello di difficoltà (Georges de La Tour e Velázquez sono stati due dei più complicati). Lo studio delle opere in fase di preparazione mi permette di capire come approcciarmi ad essere e affinare la mia tecnica di conseguenza. Con la bomboletta spray è davvero difficile mischiare i colori, certo si possono sovrapporre ma non è comunque la stessa cosa che lavorare con i colori ad olio! Nonostante la difficoltà questa tecnica si presta comunque meglio rispetto all’utilizzo del pennello acrilico su muro, mi permette di ottenere una maggiore fedeltà alla tecnica ad olio. 

    Sono terminati giovedì i lavori relativi la sua ultima opera: La Fuga in Egitto di Jacopo Da Bassano, realizzata sul muro alle spalle dell’oratorio Frassati a Santa Croce (Bassano del Grappa), all’ombra del quale abbiamo avuto il piacere di poter scambiare quattro chiacchere con l’artista. L’intervento di Ravo è stato promosso da RAME – progetto ideato da Andrea Crestani, Koes, e coordinato a Bassano dall’Urban Center con il sostegno dell’Amministrazione comunale – che mira alla rigenerazione e allo sviluppo culturale degli spazi cittadini con interventi di arte urbana, offrendo agli artisti la possibilità di fare conoscere un modo nuovo di interpretare l’ambiente che ci circonda. Rientra infatti nello stesso progetto l’intervento di Seacreative, al quale è stato affidato il muro di via De Blasi che corre parallelo alla stazione ferroviaria di Bassano. 

    «Nel caso di un’istituzione così ricca come i Musei Civici di Bassano del Grappa» ci ha raccontato Ravo «non è stato difficile trovare la connessione con il territorio e la scelta di Jacopo Da Ponte è stata quasi scontata, visto che il Museo Civico di Bassano custodisce la più grande raccolta di opere dell’artista veneto».

    Andrea Ravo Mattoni, “La Fuga in Egitto” dettaglio da Jacopo da Ponte detto il Bassano, Giugno 2019, Bassano del Grappa [Foto di Andrea Rossato]

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    I saloni restaurati di Palazzo Sturm a Bassano accolgono la mostra di Albrecht Dürer

    I saloni restaurati di Palazzo Sturm a Bassano accolgono la mostra di Albrecht Dürer

    Albrecht Dürer. La collezione Remondini propone, per la prima volta in modo integrale, il tesoro grafico di Albrecht Dürer (1471- 1528), cusotdito nelle raccolte museali bassanesi. Un corpus di 214 incisioni che, per ampiezza e qualità, è classificato, con quello conservato all’Albertina Museum di Vienna, il più importante e completo al mondo.

    Lo straordinario omaggio al maestro di Norimberga diventa anche occasione per celebrare la riapertura di Palazzo Sturm all’interno del quale la mostra trova sede. L’ultima campagna di restauro, da poco conclusasi, ha infatti integralmente restituito alle visite il magnifico gioiello di architettura e arte, cornice ideale per l’esposizione delle opere grafiche di Dürer in quanto sede del Museo dell’Incisione Remondini. 

    Palazzo Sturm, che è tra i principali luoghi culturali cittadini e dal cui belvedere si può godere di un’impareggiabile panorama sul fiume Brenta e sul Ponte Vecchio, fu donato al Comune di Bassano del Grappa dal barone Giovanni Battista Sturm von Hirschfeld nel 1943. La preziosa dimora nell’antica contrà Cornorotto, voluta e commissionata da Vincenzo Ferrari, importante industriale e commerciante di sete, venne edificata verso la metà del XVIII secolo. L’edificio si presenta in tutta la sua elegante imponenza, con oltre settanta stanze distribuite su sette livelli progettati dall’architetto Daniello Bernardi. Le decorazioni pittoriche all’interno del palazzo, eseguite dal pittore veronese Giorgio Anselmi nel 1760 circa, denotano un gusto che richiama la maniera dei cosiddetti trionfi barocchi romano-bolognesi. Nel corso dell’Ottocento il palazzo ha subito alcuni ampliamenti e modifiche architettoniche, come la sopraelevazione del corpo di fabbrica, il raccordo del nuovo tetto con il coronamento della loggia-belvedere originariamente aperta su tre lati.

    Alcune incisioni parte della serie della “Grande Passione”, terminate nel 1510

    Le 214 incisioni di Dürer, oltre che godere di contenitore davvero d’eccellenza, si fregiano anche di un allestimento d’avanguardia.

    Quest’ultimo, composto da 56 teche in acciaio e vetro, è pensato per essere versatile: le strutture garantiscono condizioni ottimali di conservazione alle opere sia da un punto di vista microclimatico che luministico. Progettate appositamente per la salvaguardia delle incisioni su carta, ogni teca è dotata di un rilevatore di presenza che sottopone l’opera all’irradiazione luminosa solo in presenza di un osservatore. Il percorso accompagna il visitatore dalle sale introduttive sulle tecniche dell’incisione e della stampa al II piano fino agli approfondimenti storici e tematici delle esposizioni temporanee del IV e V piano. La visita si conclude con un video nel quale sono narrati i momenti di realizzazione delle opere e gli approfondimenti storici relativi all’esposizione in corso.


    Albrecht Dürer. La collezione Remondini
    a cura di Chiara Casarin
    20.4. — 30.9.2019
    Palazzo Sturm, Bassano del Grappa (VI)
    Tutti i giorni, dalle 10:00 alle 19:00; chiuso il martedì
    Ingresso: intero 7 €, ridotto 5 €

    A Pistoia inaugura un nuovo sistema museale promosso dalla Fondazione Caript

    A Pistoia inaugura un nuovo sistema museale promosso dalla Fondazione Caript

    A quattro mesi dall’annuncio della sua nascita, la Fondazione Pistoia Musei inaugura le proprie attività aprendo le porte di tre delle quattro sedi che costituiscono il nuovo sistema museale cittadino affidato alla Direzione Scientifica di Philip Rylands: Palazzo Buontalenti apre al pubblico con la mostra Italia Moderna 1945 – 1975. Dalla Ricostruzione alla Contestazione a cura di Marco Meneguzzo; Palazzo de’ Rossi presenta Pistoia Novecento 1900-1945, un rinnovato percorso espositivo dedicato all’arte del Novecento pistoiese, a cura di Annamaria Iacuzzi e Philip Rylands; Antico Palazzo dei Vescovi offre un racconto visivo della città, dal percorso archeologico all’Arazzo ‘millefiori’, dalla collezione del poeta Piero Bigongiari dedicata al Seicento fiorentino alle tempere murali di Boldini. L’inaugurazione di San Salvatore – quarto edificio del sistema museale – è invece prevista per settembre 2019.

    Quattro diverse sedi situate nel cuore del centro storico di Pistoia danno vita oggi al nuovo sistema museale cittadino promosso da Fondazione Caript e gestito dalla sua società strumentale Pistoia Eventi Culturali, voluto per raccontare la città dalle sue origini fino alle vicende artistiche del Novecento, con un programma espositivo di ampio respiro e un’attenzione particolare all’arte moderna e contemporanea. Un progetto importante e impegnativo, che – anche tenuto conto degli effetti positivi registrati dall’elezione nel 2017 a Capitale Italiana della Cultura – si pone l’obiettivo di offrire alla città, ai suoi abitanti e ai visitatori un programma di iniziative culturali e artistiche articolato e attrattivo, affinché Pistoia si affermi sempre di più come meta prediletta dal turismo culturale e possa valorizzare e promuovere il suo patrimonio.

    Il Raffaello dell’Ambrosiana. In Principio il Cartone

    Il Raffaello dell’Ambrosiana. In Principio il Cartone

    #raffaelloambrosiana

    È giunto a termine il restauro del Cartone Preparatorio della Scuola di Atene di Raffaello, conservato alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano che da secoli custodisce tesori inestimabili d’Arte, come parte del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, La Canestra di Frutta di Caravaggio e, appunto, il Cartone Preparatorio per eccellenza. Trattasi infatti dell’opera di questo genere più grande pervenutaci fino ad oggi dal Rinascimento, misura 285×804 centimetri. Visto l’importanza dell’opera, l’Ambrosiana, in collaborazione con la Fondazione Fiera Milano, ha ritenuto doveroso promuovere la messa in restauro del capolavoro, diventando la prima promotrice e tutelatrice di un tassello fondamentale della Storia dell’Arte. Il progetto di valorizzazione e il  nuovo allestimento, in cui l’opera verrà inserita, saranno mostrati al pubblico internazionale il 27 marzo 2019 con l’evento espositivo realizzato ad hoc Il Raffaello dell’Ambrosiana. In Principio il Cartone. 

    Interamente realizzato dalla mano di Raffaello come disegno preparatorio della Scuola di Atene, la scena più conosciuta degli affreschi che decorano la Stanza della Segnatura in Vaticano. L’intervento di restauro, durato quasi cinque anni, è stato sostenuto dal contributo della società RaMo SpA, per volontà del Fondatore Giuseppe Rabolini e ha visto coinvolti numerosi team tecnici tra cui l’Istituto Superiore per il Restauro dei Musei Vaticani, la Soprintendenza di Milano e il Comitato Scientifico della Biblioteca Ambrosiana. Al termine delle operazioni di restauro, dirette e coordinate da Maurizio Michelozzi, il Cartone verrà inserito in una nuova teca ospitata in una sala dedicata e interamente riallestita. L’esposizione sarà accompagnata da un catalogo bilingue Ita./Ing. edito da Electa. L’arrivo in Ambrosiana dell’opera è da far risalire al 1610 quando fu acquistata dal cardinale Federico Borromeo nel 1626. Diventato subito prezioso materiale di studio per l’Accademia Ambrosiana delle Arti, l’utilizzo infatti dei cartoni preparatori serviva per riportare il disegno sull’intonaco fresco che diventava poi, asciugandosi e dipinto, l’affresco vero e proprio. 

    (c) Veneranda Biblioteca Ambrosiana / Malcangi / Mondadori Portfolio

    La commissione dell’opera risale al 1508, quando Papa Giulio II della Rovere affidò al giovane artista di Urbino la decorazione di una delle stanze dei suoi appartamenti privati in Vaticano, chiamata “Stanza della Segnatura”. La scena rappresentata è nota come Scuola di Atene ma il titolo più esatto sarebbe La Filosofia in quanto la stanza andava a rappresentare l’iconografia della Filosofia appunto, della Teologia, Giurisprudenza e la Poesia.
    Nel dipinto finale, oggi ammirabile nel percorso dei Musei Vaticani, è presente una figura che nel Cartone dell’Ambrosiana è assente; una figura china e pensante oggi riconosciuta come Eraclio con le sembianze di Michelangelo che in quel periodo stava lavorando al capolavoro della Cappella Sistina e a cui Raffaello volle chiaramente onorarne il talento.

    www.ambrosiana.it

    Albrecht Dürer: il tesoro grafico dei Remondini in mostra a Bassano del Grappa

    Albrecht Dürer: il tesoro grafico dei Remondini in mostra a Bassano del Grappa

    Albrecht Dürer. La collezione Remondini propone, per la prima volta in modo integrale, il tesoro grafico di Albrecht Dürer (1471- 1528), cusotdito nelle raccolte museali bassanesi. Un corpus di 214 incisioni che, per ampiezza e qualità, è classificato, con quello conservato all’Albertina Museum di Vienna, il più importante e completo al mondo.

    Lo straordinario omaggio al maestro di Norimberga diventa anche occasione per celebrare la riapertura di Palazzo Sturm all’interno del quale la mostra troverà sede. L’ultima campagna di restauro, da poco conclusasi, ha infatti integralmente restituito alle visite il magnifico gioiello di architettura e arte, cornice ideale per l’esposizione delle opere grafiche di Dürer in quanto sede del Museo dell’Incisione Remondini. Esso conserva le creazioni della mitica dinastia di stampatori bassanesi, specializzati in raffinate edizioni e in stampe popolari che, tra ‘600 e ‘700, hanno saputo diffondere in tutto il mondo. Ed è proprio ai Remondini e alle loro attente doti di collezionisti che dobbiamo la conservazione di ben 8500 opere di grafica tra le quali spiccano i nomi dei grandi maestri europei del Rinascimento e dell’epoca moderna, Dürer compreso.
    Nell’arco della sua intera produzione artistica Albrecht Dürer realizzò 260 incisioni e di esse ben 214 sono a Bassano del Grappa: la raccolta comprende 123 xilografie e 91 calcografie. I temi trattati sono dei più disparati: mitologici, religiosi, popolari, naturalistici, ritratti e paesaggi. Le collezioni bassanesi includono anche le serie complete dell’Apocalisse, della Grande Passione, della Piccola Passione e della Vita di Maria. Per l’imperatore Massimiliano I l’artista realizza anche una delle sue incisioni più popolari, divenuta per questo simbolo della mostra stessa: il “Rinoceronte”. Questa testimonia il ricordo dell’esotico animale che l’Imperatore aveva destinato a Papa Leone X ma che non arrivò mai a Roma, in quanto vittima di un naufragio di fronte alle coste liguri. King Kong Rhino di Li-Jen Shih, collocato da dicembre 2018 sul Belvedere di Palazzo Sturm, vuole proprio da un lato rievocare le vicenda, dall’altro essere testimoninaza concreta della fortuna che nei secoli ebbe l’incisione di Dürer, riferimento imprescindibile per alcuni tra i più famosi artisti della Storia dell’Arte fino a quelli a noi più contemporanei.

    La mostra si preannuncia già come una delle più interessanti di questo 2019, completa di apparati grafici, video e un impianto luministico concepito ad hoc per permettere una corretta fruizione delle incisioni pur nel rispetto della sensibilità della carta alla luce.

    Albrecht Dürer, La Malinconia, incisione a bulino
    Albrecht Dürer, Cattura di Cristo, xilografia
    Li-Jen Shih, King Kong Rhino, 2011

    Albrecht Dürer. La collezione Remondini
    a cura di Chiara Casarin
    20.4. — 30.9.2019
    Palazzo Sturm, Bassano del Grappa
    Tutti i giorni, dalle 10:00 alle 19:00; chiuso il martedì
    Ingresso intero 7€, ridotto 5€

    “LAGO”, la nuova personale di Tellas alla MAGMA Gallery

    “LAGO”, la nuova personale di Tellas alla MAGMA Gallery

    Dal primo febbraio le bianche pareti della MAGMA Gallery di Bologna sono tornate a colorarsi con i vivaci toni delle tele di Tellas. LAGO è infatti la personale del noto artista di strada di origini sarde che sarà visitabile fino al 16 marzo 2019.
    Non è la prima volta che la galleria bolognese espone delle opere dell’artista: nel 2016 infatti Tellas figura tra gli artisti protagonisti di “4URBAN TALES” per poi tornare l’anno successivo con “TROPICO”, solo show nel quale raccontava del suo lungo viaggio in Australia. Anche “LAGO” vuole proporsi come un racconto, il racconto del viaggio compiuto da Tellas in Canada la scorsa estate. Le tele, realizzate appositamente per la mostra con colori inediti rispetto alla tradizionale palette dell’artista, non sono altro che ricordi, frammenti e suggestioni dei colori e dei paesaggi vissuti nei 2500 km percorsi sul territorio canadese, da Montreal a Toronto, seguendo il fiume San Lorenzo, incontrando Kingston sul lago Ontario e arrivando poi alla Bruce Peninsula e al lago Huron, per raggiungere infine le cascate del Niagara. La natura essenziale con i suoi rossi, verdi e gialli, contrastanti con le tinte fredde dei grandi laghi, sono gli elementi che dominano le tele di Tellas.
    Se già in “Tropico” l’artista aveva ritratto la forza naturale della costa est dell’Australia, in “Lago” risulta chiara la sua evoluzione stilistica. Alla preziosità dei dettagli, riportati con la cura e l’incredibile tecnica che lo contraddistinguono, si aggiungono delle nuove forme, dei nuovi e sorprendenti equilibri compositivi. I riquadri in cui si suddividono le tele sono uniti da silhouettes bianche, solide, che si sovrappongono ai colori vibranti e ai dettagli dello sfondo, conferendo nuova forza all’opera. I colori essenziali e i segni netti rievocano la forza di quell’ambiente naturale inabitato, silenzioso, vitale e fertile allo stesso tempo. Di grande impatto sono anche le tele come “Forest Mills” dove l’intrico di foglie viene squarciato da un groviglio di luce emanata da un tubo al neon.
    La ricerca artistica di Tellas risponde alla necessità di tornare ad una connessione più intima con la natura: ogni grande murales, pittura o lavoro su carta dell’artista descrive un mondo, lontano o vicino, reale o immaginario, una natura primordiale e un’energia da cui ci sentiamo inconsapevolmente attratti.
    Con questa armoniosa ed equilibrata mostra, insieme al padiglione allestito all’interno di ArteFiera con un solo show dedicato a Jan Kalab, la MAGMA gallery ha saputo inserirsi al meglio nel ricco palinsesto dell’art week bolognese conquistando una doppia e positiva presenza dentro e fuori l’impianto fieristico.


    Artefiera Bologna 2019: pro e contro
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    Artefiera Bologna 2019: pro e contro

    Si è conclusa lunedì 4 febbraio la quarantatreesima edizione di Artefiera Bologna, la prima sotto la guida del nuovo direttore artistico Simone Menegoi. Il bilancio, al termine delle quattro giornate fieristiche, è risultato essere più che positivo, con un totale di oltre 50mila presenze registrate. La nuova direzione, rispetto all’anno scorso, ha sicuramente migliorato il layout e il “confezionamento” dell’evento, oltre che l’immagine grafica e il public program. La trovata di limitare il numero di artisti per ogni espositore, fissata ad un massimo di 3, ha incentivato la proposta di stand monografici. La risposta è stata pienamente positiva dal momento che circa un terzo delle gallerie partecipanti ha presentato dei solo show, spaziando dal Moderno agli artisti emergenti. Noi, come da tradizione, abbiamo visitato l’evento e cerchiamo di riassumervelo ora in un elenco di pro e contro.

    PRO E CONTRO

    PRO: La Fiera. Tra focus monografici e un ritorno tricolore.

    Un’edizione che ha dimostrato di volersi prendere cura del piccolo, un piccolo che però non rinuncia al volersi sentire grande. Un’edizione che ha puntato sull’italianità, sul locale e sull’individuale. Una fiera che ha parlato in italiano, che si è integrata al territorio in cui è nata e ha saputo riportare la cura nella persona dell’artista tramite precise limitazioni imposte alle gallerie presenti. Così commenta la gallerista Federica Schiavo: “Questa edizione è riuscita a riportare a Bologna molti collezionisti italiani che non visitavano Artefiera da anni, e moltissimi hanno dato un giudizio positivo a questa edizione”. Attorno a Miart e Artissima risulta quindi saggia la scelta di Menegoi di non affacciarsi all’internazionalità ma di lavorare sull’italianità con qualità e cura.

    PRO: Progetti speciali. In Fiera e in Città.

    Ricco e curato il palinsesto di progetti in fiera e in città che ha movimentato la stasi delle scorse edizioni. Cinque i progetti allestiti in fiera e moltissimi gli sfiziosi progetti che hanno satellitato attorno alla fiera invadendo la città con il programma Art City – cui riserviamo una sezione più approfondita di seguito – che ha permesso la riscoperta di alcuni tra i più bei palazzi del centro storico di Bologna. I progetti in fiera, in rima con il resto del palinsesto, sono stati condotti all’insegna dell’italianità. In primis Solo figura e sfondo che ha messo in mostra le gemme dell’Emilia Romagna, poi Oplà.Performing activities, un programma di azioni che apre nella fiera uno spazio dedicato alla dimensione performativa, non commercializzabile ma contemporanea e in grado di dialogare con il pubblico tutto. A esso inerente una menzione è d’obbligo per Artworks that idea can buy, progetto nato da un concetto di Cesare Pietroiusti che mette direttamente in dialogo le idee degli artisti con le interpretazioni del pubblico, premiandole dell’opera d’arte stessa. Uno spazio poi dedicato al ruolo formativo dell’arte per i ragazzi. Il ricchissimo programma di talk e tavole rotonde a cura di Flash Art , content partner della fiera, ha confermato la qualità dei suoi prodotti migliorando di conseguenza la struttura fieristica. Infine il progetto lungimirante di Flavio Favelli, bolognese d’adozione, ha ricreato nell’area di ingresso “Hic et Nunc” una lounge per il pubblico diventata per molti un momento di condivisione estraniante.

    PRO: I Social. Attenti, presenti ed essenziali.

    Buona la linea intrapresa dai social media della fiera. Una sfida di per sè complicata quella della restituzione social di un evento così tradizionale e complesso, ma accolta e superata più che egregiamente da una presenza social leggera, informativa e dall’estetica piacevole.

    PRO: Le Gallerie. Coraggiose nell’accettare le nuove direttive.

    La traccia dettata da Menegoi che permette di esporre le opere di massimo tre artisti per stand con un incentivo sugli stand che propongono un solo show ha visto una buona risposta dalle gallerie delle quali ben un terzo ha deciso di presentare alla fiera degli stand monografici spesso connotati da un preciso taglio, potremmo dire, curatoriale.

    CONTRO: La comunicazione.

    Un’edizione di transizione come questa avrebbe necessitato di un piano di comunicazione e informazione che restituisse la mole dei cambiamenti. Il pubblico abituato ad anni di routine avrebbe dovuto essere orientato con più polso tra il denso programma di quest’edizione 2019, sia per gli eventi in fiera che per quelli in città.

    CONTRO: Le vendite.

    In linea con le previsioni, visto il periodo storico in cui viviamo, scarso nella fiducia verso il presente e il futuro e corroso dalle ristrettezze economiche e culturali. Una fiera tutta nuova che viaggia su una direttrice ben evidente che non ha però ancora lasciato alle gallerie il giusto tempo per entrare in sintonia con i collezionisti della nuova categoria su cui si attesta la nuova Artefiera, adattando prezzi e pezzi esposti. Tra i galleristi il mantra era “Chi ha sempre venduto, ha venduto anche questa volta, per chi non ha mai venduto, anche questa volta non è andata benissimo”

    ART CITY

    Di grande successo la tradizionale concomitanza di ART CITY Bologna, svoltosi dall’1 al 3 febbraio, il cui programma di eventi e iniziative speciali sono stati promossi dal Comune della città in collaborazione con BolognaFiere. La direzione artistica ha visto per il secondo anno consecutivo il coinvolgimento di Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, subentrato l’anno scorso ad Angela Vettese. L’arte contemporanea ha invaso Bologna in una vera e propria art week, invasione pacifica e festosa fatta di mostre, performance, happening ed eventi. Con oltre 140mila presenze Art City è stata anche quest’anno un gran successo: 108 i luoghi aperti al pubblico, 118 i progetti e oltre 200 gli artisti coinvolti.
    Tra i maggiori risultati segnaliamo la prima mostra personale di Mika Rottenberg presentata in un’istituzione museale italiana: curata da Lorenzo Balbi, la mostra dell’artista di origine argentina ha trovato luogo nella Sala delle ciminiere del MAMbo. Dieci dei suoi più recenti lavori dal registro narrativo sarcastico e bizzarro, sono esposti in un percorso labirintico senza soluzione di continuità.
    Con oltre 15mila presenze registrate, un gran successo è stata anche la Collection de Nuages dell’artista Leandro Erich situata nell’Oratorio di San Filippo Neri. Le tre nuvole racchiuse in imponenti vetrine invitano lo spettatore a prendere parte ad un viaggio onirico, contemplando questa rara bellezza sospesa e dando forma di fatto questa non-materia. Una volta fuori, viene naturale alzare lo sguardo e guardare quel cielo che, secondo l’artista, con le sue luci, forme e colori condiziona la percezione che ciascuno di noi ha della propria città.
    Un po’ come da tradizione, gli affreschi seicenteschi di Sala Farnese a Palazzo d’Accursio sono tornati a dialogare col contemporaneo, quest’anno grazie al progetto personale di Massimo Kaufmann e ai suoi sei oli su tela di grande formato. Suggestionata dalla fisica epicurea, la sua ricerca dell’artista indaga il ritmo del caos, l’indeterminatezza della materia e l’imponderabilità del caso.
    Al piano inferiore dello stesso Palazzo d’Accursio si è svolta l’altrettanto tradizionale mostra curata dall’Associazione Bologna per le Arti che quest’anno ha visto alla direzione curatoriale il giovane Giuseppe Mancini. Protagonista della rassegna è stato il pittore bolognese Giovanni Paolo Bedini le cui sessanta opera in mostra (di provenienza pubblica e privata) sono state affiancate da dipinti di maestri a lui contemporanei al fine di metterne in luce il percorso artistico e offrire un vero e proprio spaccato del suo tempo.
    Il successo degli eventi è stato garantito grazie anche all’ART CITY WHITE NIGHT, tenutasi sabato 2 febbraio, che ha visto gran parte delle esposizioni protrarre l’orario di apertura fino alla mezzanotte.

    Il Natale nell’arte: 5 quadri per omaggiare la festa invernale

    Il Natale nell’arte: 5 quadri per omaggiare la festa invernale

    Quando si pensa al Natale nella Storia dell’Arte subito vengono alla mente le grandi e famose Natività che fin dagli esordi l’hanno caratterizzata. Quello che vogliamo proporvi non è un elenco delle “più famose” o “migliori” opere a tema natalizio, ma una rassegna che raggruppa 5 testimonianze differenti per epoca, tecnica d’esecuzione, intenti e cultura di fondo ma unite dall’unico tema che le caratterizza. Ecco quindi a voi le 5 opere che noi e i nostri editors abbiamo selezionato per questo Natale 2018.

    Gaetano Previati, Adorazione dei Magi, 1890-1894

    Il pittore ferrarese Gaetano Previati è uno dei principali esponenti dell’ “arte divisionista“, un fenomeno artistico che divide il colore in singoli punti e linee che, interagendo tra loro, danno allo spettatore un senso di continuità visiva. La resa visiva di queste opere è spettacolare, grazie ai colori abbaglianti che si esaltano se osservati dalla giusta distanza. L’opera è inerente al giorno dell’Epifania, in particolare all’Adorazione dei Magi, e fu presentata nel 1898 alla Quadriennale di Torino. Con questa Previati confermava stilisticamente la svolta operata nel 1890-91 con il dipinto “Maternità”. Del quadro sono menzionate tre versioni ad olio (di dimensioni diverse) negli Archivi del Divisionismo, ma esistono anche altri piccoli dipinti realizzati ad acquarello dedicati a questo tema.

    Gaetano Previati, “Adorazione dei Magi”, 1890-1894

    Edvard Munch, Natale nel bordello (Julaften i bordell), 1903-1905

    Edvard Munch fu uno dei più grandi artisti espressionisti in assoluto. La sua fama internazionale iniziò già in vita, grazie ai numerosi contatti e alle importanti mostre, che portarono alla diffusione delle sue opere in  tutta Europa. L’arte di Munch è caratterizzata dall’impiego di colori accesi, che creano forti contrasti, dalla riduzione formale e dall’uso di linee di contorno marcate, come possiamo vedere in quest’opera.  L’obiettivo dell’artista non è la rappresentazione naturalistica della realtà, bensì trasmettere le sensazioni più profonde e violente dell’animo attraverso l’arte. La fonte d’ispirazione dell‘opera viene associata ad una visita di Munch in un bordello a Lübeck. Sullo sfondo si vedono alcune ragazze, davanti a un albero di Natale addobbato. In primo piano a destra c’è una donna che sembra essere assorta nella lettura di un libricino, mentre sulla sinistra vediamo due tavoli spogli, sul primo dei quali c’è una bottiglia di vino e un calice vuoto. Attraverso il titolo dell’opera e il trucco pesante della donna in primo piano, possiamo dedurre che i soggetti rappresentati siano delle prostitute. Questo tema viene ripreso più volte nell’opera di Munch, il quale dedicò un intera serie di quadri alla stanza di un bordello tedesco: “La stanza verde”. Questo dipinto rappresenta una visione del Natale davvero malinconica e inconsueta e può essere associata allo stato d’animo del pittore, il quale in questo periodo soffriva di ansia ed alcolismo.

    Edvard Munch, “Natale nel bordello (Julaften i bordell)”, 1903-1905

    William Congon, Natività , 1960

    Esponente di rilievo della Scuola di New York, William Congdon a partire dal 1948 abbraccia la tecnica del dripping imprimendo con un gesto più o meno violento la materia pittorica, caratterizzata da colori terrosi e ferrigni. Nonostante il successo raggiunto negli Stati Uniti, all’inizio degli anni ’50 l’artista decide di trasferirsi a Venezia, dove conosce Peggy Guggenheim. L’esperienza italiana segnerà in maniera importante la sua vita, portandolo alla conversione al Cattolicesimo nel 1959. E proprio quest’opera riflette quel momento particolare nella vita enella produzione artistica di Congdon, perché eseguita nel 1960,anno successivo alla sua conversione, da cui ebbe inizio un percorso di approfondimento dei soggetti sacri. Il tema della Natività è qui trattato con il linguaggio contemporaneo e inquieto che caratterizzala produzione artistica del dopoguerra: le forme sono stravolte e ridotte ad un sommario e rapido disegno, lo spazio irriconoscibile ma brulicante di materia. Eppure, l’impasto cupo è qui trasfigurato dalla luce che sprigionano Maria e Gesù Bambino nel loro tenero abbraccio, quella luce simbolo dell’Incarnazione che squarcia il buio, rivelando il tripudio di rumorosi angeli in volo.

    William Congon, “Natività”, 1960

    Viggo Johansen, Merry Christmas, 1891

    Viggo Johansen (Copenhagen 1851-1935) fu uno dei maggiori esponenti della pittura danese di fine ‘800. Fece parte del movimento artistico dei Pittori di Skagen, vicini alle tematiche e alle soluzioni tecniche dell’impressionismo. Johansen espose anche a Parigi a partire dal 1885, entrando in contatto in prima persona con gli impressionisti da cui risultò poi fortemente influenzato. Merry Christmas (1891) è una delle opere che risentono maggiormente del clima parigino di quegli anni e in cui sono presenti tutte le principali caratteristiche della pittura dell’artista: una scena di interno raccontata con toni intimistici e in cui la luce gioca un ruolo da protagonista. A questo dipinto è legato un episodio che coinvolge la presenza di Paul Gaugin, che fece visita a Johansen proprio durante la realizzazione dell’opera e che pare tentò di convincerlo a lavorare su una maggiore luminosità dell’albero. Ma Johansen rifiutò il suggerimento del collega,scegliendo invece di mantenere quest’idea di luce soffusa che riesce a coinvolgere lo spettatore, trasportandolo immediatamente nella magica atmosfera natalizia.

    Viggo Johansen, “Merry Christmas”, 1891

    Marc Chagall, Nascita, 1938

    Marc Chagall, pur appartenendo ad una famiglia ebraica ortodossa, ha più volte affrontato nei suoi quadri il legame ideale tra ebrei e cristiani, mescolando iconografie, sovrapponendo soggetti rubati a mondi diversi. Precursore di un dialogo interreligioso, Chagall credeva in un Dio universale, un Dio di tutti, in grado di alleviare le sofferenze, indipendentemente da ogni credo o liturgia. Nel delicatissimo acquerello del 1938, Chagall affronta il tema della natività intendendolo come un parto campestre. Il giaciglio della Vergine è collocato in un’aia, sotto gli sguardi gioiosi di un angelo, una capra e due anziani. La madre e il suo bambino fanno ripensare all’iconografia di origine bizantina che vedeva la Madonna completamente distesa sul suo pagliericcio accanto alla cesta di Gesù. Come di consueto, la storia privata del pittore si mescola alle figure dipinte così che Chagall ritrova la sua Bella con accanto la piccola, fragile Ida, nata del 1916; frammento di felicità familiare immerso nel silenzio della natura, nella pace estatica di una natività profana.

    Marc Chagall, “Nascita”, 1938

    Villa Almerico Capra, il capolavoro architettonico di Andrea Palladio

    Villa Almerico Capra, il capolavoro architettonico di Andrea Palladio

    Forse mai l’arte architettonica ha raggiunto un tal grado di magnificenza”.

    È così che Goethe si esprime in merito a Villa Almerico Capra di Vicenza, meglio conosciuta come “La Rotonda”, villa veneta progettata da Andrea Palladio, commissionatagli da Paolo Almerico nel 1566, completata in seguito dai due fratelli Capra che la acquisirono nel 1591. Il sito prescelto per la costruzione della villa fu la cima di un piccolo colle appena fuori le mura di Vicenza; caratteristica tipica delle ville palladiane le quali, benché fossero talvolta più piccole di quelle tradizionali quattrocentesche, erano efficaci al fine di stabilire una presenza sociale e politica nelle campagne ed erano adatte per il riposo, la caccia, e per sfuggire dalla città, sempre potenzialmente malsana. Fu esattamente questo che Palladio tenne in conto per la realizzazione della Rotonda: una residenza suburbana con funzioni di rappresentanza, ma al tempo stesso anche tranquillo rifugio di meditazione e studio. E’ significativo notare come, per l’assenza in origine di annessi agricoli venne inserita nell’elenco dei palazzi, e non tra le ville, nei Quattro Libri dell’Architettura palladiani.

    Al contrario delle residenze di campagna romane e fiorentine, le ville di Palladio sono circondate da campi e vigne appartenenti alla villa stessa ed erano produttive. Le tenute includevano infatti a fianco della villa, alloggi per i contadini, magazzini, cantine, granai e stalle. Negli interni Palladio distribuiva le funzioni sia verticalmente che orizzontalmente. Cucine, dispense, lavanderie e cantine si trovavano al piano terreno: l’ampio spazio sotto il tetto veniva impiegato per conservare il prodotto più prezioso della tenuta: il grano, che incidentalmente serviva anche per isolare gli ambienti abitabili sottostanti. Al piano principale, abitato dalla famiglia e dai suoi ospiti, le stanze pubbliche (la loggia e il salone) si trovavano sull’asse centrale mentre a destra e a sinistra vi erano delle infilate simmetriche di stanze, dalle grandi camere rettangolari, attraverso le stanze quadrate di medie dimensioni, fino a quelle rettangolari piccole, usate talvolta dai proprietari come studi o uffici per amministrare il fondo. Caratteristica delle ville palladiane è l’essere economiche nella scelta dei materiali (spesso mattoni) che Palladio sapientemente mascherava con una serie di stucchi ed intonaci. Così facendo una vasta scala sociale poteva permettersi la commissione di una villa. Prima di palladio la villa era un insieme di elementi disposti in maniera disorganica e non omogenea. Palladio costruisce dei complessi simmetrici gerarchici, e porta ad unità un complesso organico, assemblando elementi prima staccati. Facendo ciò costruisce dei complessi scenografici che caratterizzano anche il territorio.

    La fabbrica della Rotonda consta di un edificio quadrato, completamente simmetrico e inscrivibile in un cerchio perfetto. Definire la villa come “rotonda” è tuttavia tecnicamente inesatto, dato che la pianta dell’edificio non è circolare ma rappresenta piuttosto l’intersezione di un quadrato con una croce greca. Ognuno dei bracci di tale croce termina con una facciata (uguale per ogni lato) dotata di un avancorpo con una loggia esastila sopraelevata raggiungibile mediante una scalinata. Ciascuno dei quattro ingressi principali conduce alla sala centrale, sormontata da una cupola; ed è proprio dalla sala centrale che Palladio concepì uno slancio centrifugo che illusionisticamente la slancia verso l’esterno. E’ così che la villa risulta un’architettura aperta, che guarda alla città e alla campagna. La villa, divenuta nel corso dei secoli punto di riferimento e d’ispirazione per numerosi architetti, venne inserita nel dicembre 1994, assieme ad altre ville palladiane, nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.