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Twenty Cent Art Group

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    “LAGO”, la nuova personale di Tellas alla MAGMA Gallery

    “LAGO”, la nuova personale di Tellas alla MAGMA Gallery

    Dal primo febbraio le bianche pareti della MAGMA Gallery di Bologna sono tornate a colorarsi con i vivaci toni delle tele di Tellas. LAGO è infatti la personale del noto artista di strada di origini sarde che sarà visitabile fino al 16 marzo 2019.
    Non è la prima volta che la galleria bolognese espone delle opere dell’artista: nel 2016 infatti Tellas figura tra gli artisti protagonisti di “4URBAN TALES” per poi tornare l’anno successivo con “TROPICO”, solo show nel quale raccontava del suo lungo viaggio in Australia. Anche “LAGO” vuole proporsi come un racconto, il racconto del viaggio compiuto da Tellas in Canada la scorsa estate. Le tele, realizzate appositamente per la mostra con colori inediti rispetto alla tradizionale palette dell’artista, non sono altro che ricordi, frammenti e suggestioni dei colori e dei paesaggi vissuti nei 2500 km percorsi sul territorio canadese, da Montreal a Toronto, seguendo il fiume San Lorenzo, incontrando Kingston sul lago Ontario e arrivando poi alla Bruce Peninsula e al lago Huron, per raggiungere infine le cascate del Niagara. La natura essenziale con i suoi rossi, verdi e gialli, contrastanti con le tinte fredde dei grandi laghi, sono gli elementi che dominano le tele di Tellas.
    Se già in “Tropico” l’artista aveva ritratto la forza naturale della costa est dell’Australia, in “Lago” risulta chiara la sua evoluzione stilistica. Alla preziosità dei dettagli, riportati con la cura e l’incredibile tecnica che lo contraddistinguono, si aggiungono delle nuove forme, dei nuovi e sorprendenti equilibri compositivi. I riquadri in cui si suddividono le tele sono uniti da silhouettes bianche, solide, che si sovrappongono ai colori vibranti e ai dettagli dello sfondo, conferendo nuova forza all’opera. I colori essenziali e i segni netti rievocano la forza di quell’ambiente naturale inabitato, silenzioso, vitale e fertile allo stesso tempo. Di grande impatto sono anche le tele come “Forest Mills” dove l’intrico di foglie viene squarciato da un groviglio di luce emanata da un tubo al neon.
    La ricerca artistica di Tellas risponde alla necessità di tornare ad una connessione più intima con la natura: ogni grande murales, pittura o lavoro su carta dell’artista descrive un mondo, lontano o vicino, reale o immaginario, una natura primordiale e un’energia da cui ci sentiamo inconsapevolmente attratti.
    Con questa armoniosa ed equilibrata mostra, insieme al padiglione allestito all’interno di ArteFiera con un solo show dedicato a Jan Kalab, la MAGMA gallery ha saputo inserirsi al meglio nel ricco palinsesto dell’art week bolognese conquistando una doppia e positiva presenza dentro e fuori l’impianto fieristico.


    Artefiera Bologna 2019: pro e contro
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    Artefiera Bologna 2019: pro e contro

    Si è conclusa lunedì 4 febbraio la quarantatreesima edizione di Artefiera Bologna, la prima sotto la guida del nuovo direttore artistico Simone Menegoi. Il bilancio, al termine delle quattro giornate fieristiche, è risultato essere più che positivo, con un totale di oltre 50mila presenze registrate. La nuova direzione, rispetto all’anno scorso, ha sicuramente migliorato il layout e il “confezionamento” dell’evento, oltre che l’immagine grafica e il public program. La trovata di limitare il numero di artisti per ogni espositore, fissata ad un massimo di 3, ha incentivato la proposta di stand monografici. La risposta è stata pienamente positiva dal momento che circa un terzo delle gallerie partecipanti ha presentato dei solo show, spaziando dal Moderno agli artisti emergenti. Noi, come da tradizione, abbiamo visitato l’evento e cerchiamo di riassumervelo ora in un elenco di pro e contro.

    PRO E CONTRO

    PRO: La Fiera. Tra focus monografici e un ritorno tricolore.

    Un’edizione che ha dimostrato di volersi prendere cura del piccolo, un piccolo che però non rinuncia al volersi sentire grande. Un’edizione che ha puntato sull’italianità, sul locale e sull’individuale. Una fiera che ha parlato in italiano, che si è integrata al territorio in cui è nata e ha saputo riportare la cura nella persona dell’artista tramite precise limitazioni imposte alle gallerie presenti. Così commenta la gallerista Federica Schiavo: “Questa edizione è riuscita a riportare a Bologna molti collezionisti italiani che non visitavano Artefiera da anni, e moltissimi hanno dato un giudizio positivo a questa edizione”. Attorno a Miart e Artissima risulta quindi saggia la scelta di Menegoi di non affacciarsi all’internazionalità ma di lavorare sull’italianità con qualità e cura.

    PRO: Progetti speciali. In Fiera e in Città.

    Ricco e curato il palinsesto di progetti in fiera e in città che ha movimentato la stasi delle scorse edizioni. Cinque i progetti allestiti in fiera e moltissimi gli sfiziosi progetti che hanno satellitato attorno alla fiera invadendo la città con il programma Art City – cui riserviamo una sezione più approfondita di seguito – che ha permesso la riscoperta di alcuni tra i più bei palazzi del centro storico di Bologna. I progetti in fiera, in rima con il resto del palinsesto, sono stati condotti all’insegna dell’italianità. In primis Solo figura e sfondo che ha messo in mostra le gemme dell’Emilia Romagna, poi Oplà.Performing activities, un programma di azioni che apre nella fiera uno spazio dedicato alla dimensione performativa, non commercializzabile ma contemporanea e in grado di dialogare con il pubblico tutto. A esso inerente una menzione è d’obbligo per Artworks that idea can buy, progetto nato da un concetto di Cesare Pietroiusti che mette direttamente in dialogo le idee degli artisti con le interpretazioni del pubblico, premiandole dell’opera d’arte stessa. Uno spazio poi dedicato al ruolo formativo dell’arte per i ragazzi. Il ricchissimo programma di talk e tavole rotonde a cura di Flash Art , content partner della fiera, ha confermato la qualità dei suoi prodotti migliorando di conseguenza la struttura fieristica. Infine il progetto lungimirante di Flavio Favelli, bolognese d’adozione, ha ricreato nell’area di ingresso “Hic et Nunc” una lounge per il pubblico diventata per molti un momento di condivisione estraniante.

    PRO: I Social. Attenti, presenti ed essenziali.

    Buona la linea intrapresa dai social media della fiera. Una sfida di per sè complicata quella della restituzione social di un evento così tradizionale e complesso, ma accolta e superata più che egregiamente da una presenza social leggera, informativa e dall’estetica piacevole.

    PRO: Le Gallerie. Coraggiose nell’accettare le nuove direttive.

    La traccia dettata da Menegoi che permette di esporre le opere di massimo tre artisti per stand con un incentivo sugli stand che propongono un solo show ha visto una buona risposta dalle gallerie delle quali ben un terzo ha deciso di presentare alla fiera degli stand monografici spesso connotati da un preciso taglio, potremmo dire, curatoriale.

    CONTRO: La comunicazione.

    Un’edizione di transizione come questa avrebbe necessitato di un piano di comunicazione e informazione che restituisse la mole dei cambiamenti. Il pubblico abituato ad anni di routine avrebbe dovuto essere orientato con più polso tra il denso programma di quest’edizione 2019, sia per gli eventi in fiera che per quelli in città.

    CONTRO: Le vendite.

    In linea con le previsioni, visto il periodo storico in cui viviamo, scarso nella fiducia verso il presente e il futuro e corroso dalle ristrettezze economiche e culturali. Una fiera tutta nuova che viaggia su una direttrice ben evidente che non ha però ancora lasciato alle gallerie il giusto tempo per entrare in sintonia con i collezionisti della nuova categoria su cui si attesta la nuova Artefiera, adattando prezzi e pezzi esposti. Tra i galleristi il mantra era “Chi ha sempre venduto, ha venduto anche questa volta, per chi non ha mai venduto, anche questa volta non è andata benissimo”

    ART CITY

    Di grande successo la tradizionale concomitanza di ART CITY Bologna, svoltosi dall’1 al 3 febbraio, il cui programma di eventi e iniziative speciali sono stati promossi dal Comune della città in collaborazione con BolognaFiere. La direzione artistica ha visto per il secondo anno consecutivo il coinvolgimento di Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, subentrato l’anno scorso ad Angela Vettese. L’arte contemporanea ha invaso Bologna in una vera e propria art week, invasione pacifica e festosa fatta di mostre, performance, happening ed eventi. Con oltre 140mila presenze Art City è stata anche quest’anno un gran successo: 108 i luoghi aperti al pubblico, 118 i progetti e oltre 200 gli artisti coinvolti.
    Tra i maggiori risultati segnaliamo la prima mostra personale di Mika Rottenberg presentata in un’istituzione museale italiana: curata da Lorenzo Balbi, la mostra dell’artista di origine argentina ha trovato luogo nella Sala delle ciminiere del MAMbo. Dieci dei suoi più recenti lavori dal registro narrativo sarcastico e bizzarro, sono esposti in un percorso labirintico senza soluzione di continuità.
    Con oltre 15mila presenze registrate, un gran successo è stata anche la Collection de Nuages dell’artista Leandro Erich situata nell’Oratorio di San Filippo Neri. Le tre nuvole racchiuse in imponenti vetrine invitano lo spettatore a prendere parte ad un viaggio onirico, contemplando questa rara bellezza sospesa e dando forma di fatto questa non-materia. Una volta fuori, viene naturale alzare lo sguardo e guardare quel cielo che, secondo l’artista, con le sue luci, forme e colori condiziona la percezione che ciascuno di noi ha della propria città.
    Un po’ come da tradizione, gli affreschi seicenteschi di Sala Farnese a Palazzo d’Accursio sono tornati a dialogare col contemporaneo, quest’anno grazie al progetto personale di Massimo Kaufmann e ai suoi sei oli su tela di grande formato. Suggestionata dalla fisica epicurea, la sua ricerca dell’artista indaga il ritmo del caos, l’indeterminatezza della materia e l’imponderabilità del caso.
    Al piano inferiore dello stesso Palazzo d’Accursio si è svolta l’altrettanto tradizionale mostra curata dall’Associazione Bologna per le Arti che quest’anno ha visto alla direzione curatoriale il giovane Giuseppe Mancini. Protagonista della rassegna è stato il pittore bolognese Giovanni Paolo Bedini le cui sessanta opera in mostra (di provenienza pubblica e privata) sono state affiancate da dipinti di maestri a lui contemporanei al fine di metterne in luce il percorso artistico e offrire un vero e proprio spaccato del suo tempo.
    Il successo degli eventi è stato garantito grazie anche all’ART CITY WHITE NIGHT, tenutasi sabato 2 febbraio, che ha visto gran parte delle esposizioni protrarre l’orario di apertura fino alla mezzanotte.

    Il Natale nell’arte: 5 quadri per omaggiare la festa invernale

    Il Natale nell’arte: 5 quadri per omaggiare la festa invernale

    Quando si pensa al Natale nella Storia dell’Arte subito vengono alla mente le grandi e famose Natività che fin dagli esordi l’hanno caratterizzata. Quello che vogliamo proporvi non è un elenco delle “più famose” o “migliori” opere a tema natalizio, ma una rassegna che raggruppa 5 testimonianze differenti per epoca, tecnica d’esecuzione, intenti e cultura di fondo ma unite dall’unico tema che le caratterizza. Ecco quindi a voi le 5 opere che noi e i nostri editors abbiamo selezionato per questo Natale 2018.

    Gaetano Previati, Adorazione dei Magi, 1890-1894

    Il pittore ferrarese Gaetano Previati è uno dei principali esponenti dell’ “arte divisionista“, un fenomeno artistico che divide il colore in singoli punti e linee che, interagendo tra loro, danno allo spettatore un senso di continuità visiva. La resa visiva di queste opere è spettacolare, grazie ai colori abbaglianti che si esaltano se osservati dalla giusta distanza. L’opera è inerente al giorno dell’Epifania, in particolare all’Adorazione dei Magi, e fu presentata nel 1898 alla Quadriennale di Torino. Con questa Previati confermava stilisticamente la svolta operata nel 1890-91 con il dipinto “Maternità”. Del quadro sono menzionate tre versioni ad olio (di dimensioni diverse) negli Archivi del Divisionismo, ma esistono anche altri piccoli dipinti realizzati ad acquarello dedicati a questo tema.

    Gaetano Previati, “Adorazione dei Magi”, 1890-1894

    Edvard Munch, Natale nel bordello (Julaften i bordell), 1903-1905

    Edvard Munch fu uno dei più grandi artisti espressionisti in assoluto. La sua fama internazionale iniziò già in vita, grazie ai numerosi contatti e alle importanti mostre, che portarono alla diffusione delle sue opere in  tutta Europa. L’arte di Munch è caratterizzata dall’impiego di colori accesi, che creano forti contrasti, dalla riduzione formale e dall’uso di linee di contorno marcate, come possiamo vedere in quest’opera.  L’obiettivo dell’artista non è la rappresentazione naturalistica della realtà, bensì trasmettere le sensazioni più profonde e violente dell’animo attraverso l’arte. La fonte d’ispirazione dell‘opera viene associata ad una visita di Munch in un bordello a Lübeck. Sullo sfondo si vedono alcune ragazze, davanti a un albero di Natale addobbato. In primo piano a destra c’è una donna che sembra essere assorta nella lettura di un libricino, mentre sulla sinistra vediamo due tavoli spogli, sul primo dei quali c’è una bottiglia di vino e un calice vuoto. Attraverso il titolo dell’opera e il trucco pesante della donna in primo piano, possiamo dedurre che i soggetti rappresentati siano delle prostitute. Questo tema viene ripreso più volte nell’opera di Munch, il quale dedicò un intera serie di quadri alla stanza di un bordello tedesco: “La stanza verde”. Questo dipinto rappresenta una visione del Natale davvero malinconica e inconsueta e può essere associata allo stato d’animo del pittore, il quale in questo periodo soffriva di ansia ed alcolismo.

    Edvard Munch, “Natale nel bordello (Julaften i bordell)”, 1903-1905

    William Congon, Natività , 1960

    Esponente di rilievo della Scuola di New York, William Congdon a partire dal 1948 abbraccia la tecnica del dripping imprimendo con un gesto più o meno violento la materia pittorica, caratterizzata da colori terrosi e ferrigni. Nonostante il successo raggiunto negli Stati Uniti, all’inizio degli anni ’50 l’artista decide di trasferirsi a Venezia, dove conosce Peggy Guggenheim. L’esperienza italiana segnerà in maniera importante la sua vita, portandolo alla conversione al Cattolicesimo nel 1959. E proprio quest’opera riflette quel momento particolare nella vita enella produzione artistica di Congdon, perché eseguita nel 1960,anno successivo alla sua conversione, da cui ebbe inizio un percorso di approfondimento dei soggetti sacri. Il tema della Natività è qui trattato con il linguaggio contemporaneo e inquieto che caratterizzala produzione artistica del dopoguerra: le forme sono stravolte e ridotte ad un sommario e rapido disegno, lo spazio irriconoscibile ma brulicante di materia. Eppure, l’impasto cupo è qui trasfigurato dalla luce che sprigionano Maria e Gesù Bambino nel loro tenero abbraccio, quella luce simbolo dell’Incarnazione che squarcia il buio, rivelando il tripudio di rumorosi angeli in volo.

    William Congon, “Natività”, 1960

    Viggo Johansen, Merry Christmas, 1891

    Viggo Johansen (Copenhagen 1851-1935) fu uno dei maggiori esponenti della pittura danese di fine ‘800. Fece parte del movimento artistico dei Pittori di Skagen, vicini alle tematiche e alle soluzioni tecniche dell’impressionismo. Johansen espose anche a Parigi a partire dal 1885, entrando in contatto in prima persona con gli impressionisti da cui risultò poi fortemente influenzato. Merry Christmas (1891) è una delle opere che risentono maggiormente del clima parigino di quegli anni e in cui sono presenti tutte le principali caratteristiche della pittura dell’artista: una scena di interno raccontata con toni intimistici e in cui la luce gioca un ruolo da protagonista. A questo dipinto è legato un episodio che coinvolge la presenza di Paul Gaugin, che fece visita a Johansen proprio durante la realizzazione dell’opera e che pare tentò di convincerlo a lavorare su una maggiore luminosità dell’albero. Ma Johansen rifiutò il suggerimento del collega,scegliendo invece di mantenere quest’idea di luce soffusa che riesce a coinvolgere lo spettatore, trasportandolo immediatamente nella magica atmosfera natalizia.

    Viggo Johansen, “Merry Christmas”, 1891

    Marc Chagall, Nascita, 1938

    Marc Chagall, pur appartenendo ad una famiglia ebraica ortodossa, ha più volte affrontato nei suoi quadri il legame ideale tra ebrei e cristiani, mescolando iconografie, sovrapponendo soggetti rubati a mondi diversi. Precursore di un dialogo interreligioso, Chagall credeva in un Dio universale, un Dio di tutti, in grado di alleviare le sofferenze, indipendentemente da ogni credo o liturgia. Nel delicatissimo acquerello del 1938, Chagall affronta il tema della natività intendendolo come un parto campestre. Il giaciglio della Vergine è collocato in un’aia, sotto gli sguardi gioiosi di un angelo, una capra e due anziani. La madre e il suo bambino fanno ripensare all’iconografia di origine bizantina che vedeva la Madonna completamente distesa sul suo pagliericcio accanto alla cesta di Gesù. Come di consueto, la storia privata del pittore si mescola alle figure dipinte così che Chagall ritrova la sua Bella con accanto la piccola, fragile Ida, nata del 1916; frammento di felicità familiare immerso nel silenzio della natura, nella pace estatica di una natività profana.

    Marc Chagall, “Nascita”, 1938

    Villa Almerico Capra, il capolavoro architettonico di Andrea Palladio

    Villa Almerico Capra, il capolavoro architettonico di Andrea Palladio

    Forse mai l’arte architettonica ha raggiunto un tal grado di magnificenza”.

    È così che Goethe si esprime in merito a Villa Almerico Capra di Vicenza, meglio conosciuta come “La Rotonda”, villa veneta progettata da Andrea Palladio, commissionatagli da Paolo Almerico nel 1566, completata in seguito dai due fratelli Capra che la acquisirono nel 1591. Il sito prescelto per la costruzione della villa fu la cima di un piccolo colle appena fuori le mura di Vicenza; caratteristica tipica delle ville palladiane le quali, benché fossero talvolta più piccole di quelle tradizionali quattrocentesche, erano efficaci al fine di stabilire una presenza sociale e politica nelle campagne ed erano adatte per il riposo, la caccia, e per sfuggire dalla città, sempre potenzialmente malsana. Fu esattamente questo che Palladio tenne in conto per la realizzazione della Rotonda: una residenza suburbana con funzioni di rappresentanza, ma al tempo stesso anche tranquillo rifugio di meditazione e studio. E’ significativo notare come, per l’assenza in origine di annessi agricoli venne inserita nell’elenco dei palazzi, e non tra le ville, nei Quattro Libri dell’Architettura palladiani.

    Al contrario delle residenze di campagna romane e fiorentine, le ville di Palladio sono circondate da campi e vigne appartenenti alla villa stessa ed erano produttive. Le tenute includevano infatti a fianco della villa, alloggi per i contadini, magazzini, cantine, granai e stalle. Negli interni Palladio distribuiva le funzioni sia verticalmente che orizzontalmente. Cucine, dispense, lavanderie e cantine si trovavano al piano terreno: l’ampio spazio sotto il tetto veniva impiegato per conservare il prodotto più prezioso della tenuta: il grano, che incidentalmente serviva anche per isolare gli ambienti abitabili sottostanti. Al piano principale, abitato dalla famiglia e dai suoi ospiti, le stanze pubbliche (la loggia e il salone) si trovavano sull’asse centrale mentre a destra e a sinistra vi erano delle infilate simmetriche di stanze, dalle grandi camere rettangolari, attraverso le stanze quadrate di medie dimensioni, fino a quelle rettangolari piccole, usate talvolta dai proprietari come studi o uffici per amministrare il fondo. Caratteristica delle ville palladiane è l’essere economiche nella scelta dei materiali (spesso mattoni) che Palladio sapientemente mascherava con una serie di stucchi ed intonaci. Così facendo una vasta scala sociale poteva permettersi la commissione di una villa. Prima di palladio la villa era un insieme di elementi disposti in maniera disorganica e non omogenea. Palladio costruisce dei complessi simmetrici gerarchici, e porta ad unità un complesso organico, assemblando elementi prima staccati. Facendo ciò costruisce dei complessi scenografici che caratterizzano anche il territorio.

    La fabbrica della Rotonda consta di un edificio quadrato, completamente simmetrico e inscrivibile in un cerchio perfetto. Definire la villa come “rotonda” è tuttavia tecnicamente inesatto, dato che la pianta dell’edificio non è circolare ma rappresenta piuttosto l’intersezione di un quadrato con una croce greca. Ognuno dei bracci di tale croce termina con una facciata (uguale per ogni lato) dotata di un avancorpo con una loggia esastila sopraelevata raggiungibile mediante una scalinata. Ciascuno dei quattro ingressi principali conduce alla sala centrale, sormontata da una cupola; ed è proprio dalla sala centrale che Palladio concepì uno slancio centrifugo che illusionisticamente la slancia verso l’esterno. E’ così che la villa risulta un’architettura aperta, che guarda alla città e alla campagna. La villa, divenuta nel corso dei secoli punto di riferimento e d’ispirazione per numerosi architetti, venne inserita nel dicembre 1994, assieme ad altre ville palladiane, nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

    CARNE DA MACELLO: un’installazione di Giulio Favotto | a cura di Giulio Favotto e Anna Marion

    CARNE DA MACELLO: un’installazione di Giulio Favotto | a cura di Giulio Favotto e Anna Marion

    Il 7 settembre ha inaugurato a Padova presso Cattedrale Ex Macello un’installazione fotografia di Giulio Favotto. Il concept dell’installazione ha le sue origini in una prima fase del progetto allestita lo scorso anno in occasione di Sottosopra in una macelleria del centro storico di Castelfranco.
    L’installazione di Favotto nasce da una maturata fusione delle sue pregresse capacità espressive. La fotografia di paesaggio s’intreccia con l’esperienza teatrale dando vita a un cortocircuito tra realtà e finzione, tra vero e falso. Cruda traduzione in immagini di una metafora del magistrato Boccassini, la quale in occasione di una conferenza stampa usò la metafora “Carne da Macello” per descrivere i caratteri e le modalità con le quali è praticato il rito dell’accoglienza dei migranti in Italia.

    Dalle suggestioni del discorso della Boccassini derivano le riflessioni del fotografo sul significato di accoglienza in quanto tale e di come questo sia virato nella società contemporanea dove “la cultura dell’accoglienza è un bene prezioso, che va difeso e insegnato”.
    La sua esperienza nella comunicazione di stampo commerciale fà si che la visualizzazione della figura retorica sia immediata e comunicativa, un’istantanea sul tema dell’accoglienza dei migranti nel flusso migratorio contemporaneo.

    La sensibile ricerca di Favotto, che ha ascoltato, conosciuto e incontrato storie d’immigrazione, addizionata alla suggestione delle parole della Boccasssini, ha introdotto una nuova figura retorica: quella dell’”animalizzazione” o “deumanizzazione”, che mette in crisi la dignità e la pienezza della natura umana di gruppi minori rispetto a quelli dominanti. La deumanizzazione comporta una negazione di identità all’individuo, che viene percepito come privo di storia, cultura, sentimenti e diritti. Nell’installazione di Favotto il concetto di animalizzazione è restituito tramite il paragone, alle volte agghiacciante, tra carne da macello e migranti.

    L’installazione procede per accostamenti visivi disorientanti. Un gioco di immagini si dipana tra gli spazi dell’Ex Macello che, per l’occasione, riassume la sua originaria funzione di catena di “smontaggio”. All’interno di questi viene ricreata una macelleria, adibita ad “accogliere” questa volta tagli di corpi che non sono animali, bensì umani. A questo punto la contestualizzazione iniziale assume un nuovo significato che fa da paragone ai corpi umani, creando una metafora visiva che traduce aspramente l’idea di deumanizzazione in un’alleanza tra corpi.
    Una ricerca contemporanea, un reportage ragionato e critico sui drammi della contemporaneità.

    L'EVENTO

    L’installazione sarà visitabile fino al 23 settembre presso Cattedrale Ex Macello (Via A. Cornaro 1, Padova)

    Orari: dal martedì al venerdì 16.00 – 20.00 / sabato e domenica 10.00 – 12.00 e 16.00 – 20.00

    Festival Transart 2018, un’edizione green

    Festival Transart 2018, un’edizione green

    L’anno scorso eravamo stati i social media partner dell’evento ormai diventato uno dei più attesi nella regione a statuto speciale, il Trentino-Alto Adige. Quest’anno il Festival Transart aprirà le danze, è proprio il caso di dirlo, dal 6 di questo settembre per durare quasi l’intero mese di chiusura della stagione estiva. Per chi non conoscesse il Festival si tratta di un’evento culturale che, quasi come una fiera espositiva, mette in atto tutta la cultura contemporanea in spazi che ne esaltino le caratteristiche avanguardistiche come fabbriche abbandonate, ex-caserme, università. Partendo da Bolzano infatti, centro nevralgico del festival e capoluogo di provincia, musica classica, elettronica, performance, spettacoli, mostre, cinema, cucina e le nuove tecnologie vengono presentati, in tutta la regione da nord a sud attirando anche visitatori e artisti da tutta Europa e non solo. Sono infatti nomi come Marina Abramović, Nils Frahm e Matthew Barney a rendere grande e conosciuto il Festival.

    Come ogni ottimo mezzo di esposizione di cultura contemporanea che si rispetti, il fil rouge di tutto l’evento sarà, lo si intuisce anche dalla grafica che pervade in tutti gli affacci mediatici, all’insegna del “green”. Molti infatti gli eventi già marchiati nel calendario con il timbro di “Green Event”: risorse, rifiuti, mobilità, alimenti ed energia saranno infatti sostenibili. I cataloghi e tutto il materiale cartaceo per l’evento saranno in carta riciclata, gli allestimenti saranno noleggiati e/o riutilizzati, la presenza di bidoni che permetteranno durante tutti gli eventi di differenziare la propria spazzatura, verranno forniti due shuttlebus ad idrogeno gratuiti. Per quanto riguarderà il cibo sarà stagionale con ingredienti biologici, verranno vietate le bibite in lattina e i prodotti in carta usa e getta. Ma attenzione, la direzione dell’evento si è premurata che, visto il periodo culturale delicato che stiamo affrontando, Transart non sia solo una mera occasione di svago e divertimento, ma verranno anche affrontati temi delicati che permetteranno ai visitatori e partecipanti di essere più coscienti del periodo, permettendo loro di sviluppare una propria opinione. Un viaggio di 360° nella contemporaneità del mondo, un’occasione unica che vede una città piccola come Bolzano proiettata nel presente e ingranaggio di una cultura sempre più in rapida evoluzione.

    Grande protagonista, come ogni anno, è la musica che spazia da quella elettronica d’avanguardia in collaborazione con il MUTEK di Montreal che darà luogo alla serata “Advanced Clubbing”, a quella classica o sperimentale come quella dell’allieva di John Cage, Margaret Leng Tan che è una delle più stimate performer di musica sperimentale in America. E poi ancora cinema con il film dell’artista iraniana Shirin Neshat, che sarà presente con uno Skype Talk, dal titolo “Sulle Tracce di Oum Kulthum” la Maria Callas del mondo arabo.

    Questo e molto altro lo trovate sul sito del Festival Transart: transart.it

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    Identity Interaction: un’identità tesa alla perfezione

    Identity Interaction: un’identità tesa alla perfezione

    Sabato 12 maggio è stata inaugurata l’esposizione Identity Interaction frutto della sinergica collaborazione di tre giovani artisti che, in occasione dell’evento hanno deciso di far convergere le loro ricerche a un unico risultato efficace e comunicativo.

    Ahad Moslemi (Téhéran, 1983), Alice Mestriner (Treviso, 1994) e Giovanni Pozzobon (Treviso, 1994) rispettivamente due visual artist e uno scultore. Un’esposizione che raccoglie in sè più strati di interazione realizzando una profonda indagine sui temi di Identità, Presenza/Assenza e Contemporaneità.
    L’interazione avviene in primis tra gli artisti che hanno deciso di mettere in dialogo le loro poetiche e, di conseguenza, le loro opere per un fine comune. Le identità degli artisti sono differenti e lo sono anche i risultati delle loro attività di ricerca individuali. Ponendosi in dialogo, facendo convergere i loro singoli monologhi, essi hanno però dato vita a un’indagine che intende svelare le principali caratteristiche nella formazione e nella ricerca della condizione dell’identità contemporanea.

    Ahad Moslemi
    Ahad Moslemi
    Giovanni Pozzobon
    Giovanni Pozzobon
    Alice Mestriner
    Alice Mestriner

    L’obiettivo della congiunta ricerca dei tre artisti è quello di indagare l’identità dell’uomo contemporaneo, la quale, secondo essi, risulta mutevole, tesa alla trasformazione e alla crescita. Nell’uomo d’oggi vige una tensione alla perfezione, scandita dall’asserzione “io sarò” anziché “io sono”, questo implica una definizione continuamente protesa a un “prossimo sè” da parte degli individui.
    L’esperienza individuale dei tre artisti è stata posta in dialogo negli spazi di Villa Memo Giordani Valeri (Quinto di Treviso), creando un racconto visivo che ricostruisce la teoria identitaria da loro elaborata. I progetti risultano singole installazioni che, contestualizzate, abitano in comunione gli spazi dell’ambiente disabitato come fossero tracce di un vissuto giunto alla sua destinazione. Testimonianze di un tempo che non può essere rivissuto se non ridando vita ai suoi spazi.

    Opere contemporanee tra loro, esito concreto di singoli monologhi che creano un sinergico dialogo tra loro, con la propria identità e con la società. Installazioni che interagiscono ridefinendo lo stato delle cose e dei legami. Esse ricreando nuovi contesti, generano una base teorica alla definizione identitaria del nostro vivere.
    La collaborazione efficacie e fortuita ha spinto i tre artisti a fondere le proprie ricerche una seconda volta. Il 26 maggio, infatti, sono stati invitati a esporre un proseguo di Identity Interaction nello spazio di Libreria Ubik di Castelfranco Veneto in occasione del festival Sottosopra che trova in sabato 26 maggio l’apice della sua vitalità.

    La Pasqua in 10 opere d’arte

    La Pasqua in 10 opere d’arte

    La Pasqua, in quanto principale festività cristiana, è uno dei temi maggiormente rappresentati nella Storia dell’Arte occidentale. Quello che vogliamo proporvi oggi è un racconto della Pasqua per immagini, dall’ultima cena alla Resurrezione di Cristo.

    1. “L’INGRESSO A GERUSALEMME” DI GIOTTO

    La Settimana santa si apre con la Domenica delle palme, nella quale si celebra l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, acclamato come messia e figlio di Davide.

    La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada.” (- Matteo 21,1-11)

    Tra le più celebri rappresentazioni troviamo quella di Giotto, presente all’interno del ciclo decorativo della Cappella degli Scrovegni di Padova. La scena spicca come una delle più naturali del ciclo, con una serie di episodi interni tratti dalla vita quotidiana, come quello dell’uomo che si copre la testa col mantello oppure i due fanciulli che salgono sugli alberi per staccare i rami d’ulivo da gettare al Salvatore e per vedere meglio.

    Giotto, "L'ingresso a Gerusalemme" (1303-1305), Cappella degli Scrovegni, Padova

    2. “LA CACCIATA DEI MERCANTI DAL TEMPIO” DI EL GRECO

    Il Martedì della Settimana Santa è il giorno dello sdegno: Gesù, sconvolto dal comportamento dei commercianti che hanno trasformato il tempio sacro in un luogo di mercato, caccia i venditori e i cambiamonete che hanno posto al centro del tempio il “denaro” e, abusando del loro potere, hanno oppresso gli altri per ricavarne un profitto personale.

    Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato.” (- Giovanni 2,14-22).

    La scena di El Greco segue fedelmente il racconto e raffigura l’azione che si svolge nel portico del cortile esterno del Tempio di Gerusalemme. Qui è collocato un fiorente mercato con cambiavalute e vendita di animali da offrire in sacrificio. Il momento dell’azione di Gesù il pittore lo definisce con un impareggiabile resa pittorica dove tutto – i colori accessi, i forti contrasti chiaroscurali e le linee tormentate – contribuisce a rendere l’ira e lo sdegno provati da Gesù.

    El Greco, "Cacciata dei mercanti dal Tempio" (1600 c.), National Portrait Gallery, Londra

    3. “I TRENTA PEZZI D’ARGENTO” DI JÁNOS PENTELEI MOLNÁR

    Il Mercoledì Santo è il giorno del tradimento, il giorno della tristezza. Gesù è tradito da uno dei suoi Apostoli, Giuda, per 30 denari. Lo ricordiamo con l’opera di János Pentelei Molnár, pittore ungherese vissuto nell’ultimo ventennio dell’ottocento ed inizio novecento, discepolo di Hollósy Simon, noto soprattutto per i suoi paesaggi, nature morte e scene bibliche.

    János Pentelei Molnár, "I trenta pezzi d'argento" (1909), Magyar Nemzeti Galéria, Budapest

    4. “L’ULTIMA CENA” DI LEONARDO DA VINCI

    Il triduo pasquale della passione, morte e resurrezione di Cristo inizia nel pomeriggio del giovedì santo. La sera si si ricorda l’Ultima cena, evento dove ha luogo l’eucarestia e dove Gesù annuncia che uno degli apostoli lo tradirà. Tra le più note e incisive rappresentazioni dell’evento non si può che far menzione del Cenacolo di Leonardo, opera, per altro, nella quale gli studi sui moti dell’animo trovano la più articolata messa in scena. L’episodio coglie l’attimo in cui Cristo annuncia ai discepoli che uno di loro lo tradirà. Le reazioni sono molteplici, e Leonardo le sottolinea una per una con una vasta gamma di gesti estremamente eloquenti dei singoli apostoli divisi in gruppetti di tre. La novità leonardesca, al contrario delle versioni dei suoi predecessori, sta soprattutto nell’allineare gli apostoli dietro una grande tavola, quando invece normalmente Giuda occupava da solo il lato verso lo spettatore. La scena si presenta come un ideale proseguimento della mensa dei Domenicani, nel cui refettorio l’affresco viene dipinto; tre ampie finestre alle spalle dei protagonisti, immettono verso un paesaggio montuoso.

    Leonardo Da Vinci, "Il cenacolo" (1495 c.), Santa Maria delle Grazie, Milano

    5. “L’ORAZIONE NELL’ORTO” DI BOTTICELLI

    Dopo essersi seduto alla mensa con i suoi discepoli, per consumare la sua ultima cena, Cristo inizia il proprio iter di “passione”, quel percorso fisico e spirituale che lo condurrà al Golgota dove sarà crocefisso. Nel Getsèmani Gesù si raccoglie in preghiera, attendendo la cattura da parte dei Romani.

    Allora gli apparve un angelo dal cielo per rafforzarlo. 44 Ed essendo in agonia, egli pregava ancor più intensamente; e il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in terra.” (- Luca 22,43-44)

    Anche l’orazione nell’orto vanta una vasta serie di dipinti ad opera dei più grandi maestri della Storia dell’Arte, noi vi proponiamo quella di Sandro Botticelli, dipinto non tra i più noti dell’artista, realizzato nel periodo definito di “crisi mistica” dell’artista, quando la predicazione di Savonarola lo aveva fortemente influenzato, spingendolo, nell’ultima parte della sua vita, ad abbandonare le rappresentazioni allegoriche per dedicarsi solamente a dipinti sacri con reminescenze tardogotiche.

    Sandro Botticelli, "Orazione nell'orto" (1490-1493), Museo de los Reyes Católicos della Capilla Real, Granada

    6. “LA CATTURA DI CRISTO” DI CARAVAGGIO

    Mentre Gesù parlava con i discepoli entrò nel giardino Giuda Iscariota, seguito da una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti. Giuda, ingaggiato dal Sinedrio, guida il gruppo nel Getsemani, certo che il maestro vi si sarebbe recato durante la notte. Egli aveva dato un ordine alle guardie del seguito: “Quello che bacerò è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta”. Giunto vicino al maestro, il traditore lo baciò su una guancia, ricevendo come risposta: “Con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”.
    La scena diventa pretesto, per Caravaggio, per inserirvi un proprio autoritratto. Sul lato destro del quadro l’uomo che assiste alla cattura di Gesù e che illumina la scena con una lanterna, ha le sembianze, secondo lo storico d’arte Roberto Longhi, di Caravaggio stesso. La lanterna in mano a Caravaggio, secondo Maurizio Marini, ricorderebbe Diogene e la ricerca della fede e della redenzione a cui il pittore tendeva. La frenesia dell’insieme, data dallo sbilanciamento delle figure e ravvisata dai guizzi di luce sulle corazze dei soldati, rende il fare concitato e dinamico della scena.

    Caravaggio, "Cattura di Cristo" (1602-1603), National Gallery of Ireland, Dublino

    7. IL “CRISTO ALLA COLONNA” DI BRAMANTE

    Diverso in quanto miglior saggio pittorico di un architetto è il Cristo alla colonna di Donato Bramante. L’opera, commissionata dall’abbazia di Chiaravalle, è l’unico dipinto su tavola conosciuto di Bramante. L’opera mostra Cristo legato alla colonna – nello specifico un pilastro decorato a bassorilievo di reminescenze classicheggianti – prima della flagellazione, proiettato vicinissimo allo spettatore, come in un contatto quasi diretto, eliminando i tradizionali flagellanti. Questa vicinanza suscita nello spettatore un forte impatto emotivo, accentuando la già struggente scena creando, nel complesso, un’atmosfera di fortissima tensione psicologica. Il corpo di Cristo, dall’intonazione livida, è reso nei minimi dettagli delle vene che traspaiono dalla pelle, e il viso, contornato da una chioma di capelli dai riflessi dorati, presenta una definizione ottica di stampo quasi fiammingo, ancora più evidente nella resa del paesaggio sullo sfondo.

    Donato Bramante, "Cristo alla colonna" (1490 c.), Pinacoteca di Brera, Milano

    8. IL CRISTO IN CROCE DI DALÌ

    La crocifissione ebbe luogo su una piccola altura a settentrione di Gerusalemme, denominata Calvario in latino e Golgota in aramaico, vicino a una delle porte di ingresso della città. La crocefissione è un tema ed un soggetto molto importante nella storia dell’arte, il cui repertorio iconografico è uno dei più cospicui e vasti.
    Abbiamo deciso di proporvi il Cristo di San Giovanni della Croce di Salvador Dalì, dipinto appartenente agli ultimi anni della sua attività artistica. È il periodo della riscoperta del Rinascimento italiano da parte di Dalì e di un avvicinamento al misticismo religioso. L’effetto spettacolare è dato dall’insolita prospettiva in cui l’artista rappresenta il crocefisso, scorciato arditamente dall’alto verso il basso. Questa prospettiva cambia improvvisamente direzione nella parte inferiore, per dar luogo ad una veduta paesaggistica occupata da un lago con una barca e dei pescatori.

    Salvador Dalì, "Cristo di San Giovanni della Croce" (1951), Kelvingrove Art Gallery and Museum, Glasgow

    9. LA “DEPOSIZIONE” DI PONTORMO

    L’evento della deposizione vede la rappresentazione di Gesù quando viene tolto dalla croce o quando viene posto nella tomba. Alla scarna descrizione dei vangeli, gli artisti hanno fornito una immensa produzione di dipinti, bassorilievi, statue e descrizioni poetiche che hanno accompagnato la cristianità lungo i duemila anni della sua storia. Riportata allo splendore originario dai recenti restauri è la Deposizione di Jacopo Pontormo. La grande pala venne realizzata per la Cappella Capponi di Santa Felicita a Firenze. La scena è ambientata in uno spazio assolutamente irreale, come lo sono anche i colori, aciduli con accordi dissonanti. Le luci modellano morbidamente i corpi, sena rinunciare all’effetto di astrazione dell’insieme. Le vesti delle figure, dalle anatomie allungate, lasciano intravedere la forma dei corpi. Gli sguardi e i gesti puntano al coinvolgimento emozionale dello spettatore.

    Pontormo, "Deposizione" (1528), Chiesa di Santa Felicita, Firenze

    10. LA “RESURREZIONE” DI PIERO DELLA FRANCESCA

    Tra le più celebri resurrezioni della Storia dell’Arte vi è quella realizzata da Piero della Francesca per il Palazzo dei Conservatori dove ha sede l’attuale Museo Civico di Sansepolcro. In una composizione volutamente semplificata emerge, trionfante, il Cristo risorto, con un piede ancora appoggiato al sepolcro e con in mano uno stendardo. La sua figura è al vertice di un triangolo immaginario, che va dalla base del sarcofago alla sua aureola, suggerito anche dalle linee di forza delle pose dei soldati, addormentati ai piedi del sarcofago. Cristo si erge solenne e ieratico, e la sua figura divide in due parti il paesaggio: quello a sinistra, invernale e morente; quello a destra, estivo e rigoglioso.

    Piero della Francesca, "Resurrezione di Cristo" (1465), Museo Civico, Sansepolcro
    Il Natale in 10 opere d’arte

    Il Natale in 10 opere d’arte

    Quando si pensa al Natale nella Storia dell’Arte subito vengono alla mente le grandi e famose Natività che fin dagli esordi l’hanno caratterizzata. Quello che vogliamo proporvi oggi non è un elenco delle “più famose” o “migliori” opere a tema natalizio, ma una rassegna che raggruppa 10 testimonianze tra le più svariate, differenti per epoca, tecnica d’esecuzione, intenti e cultura di fondo ma unite dall’unico tema che le caratterizza.

    Ecco quindi a voi le 10 opere che noi e i nostri editors abbiamo selezionato per questo Natale 2017.

    Pascal Campion, “It falls without a sound”

    1. “It falls without a sound”

    Questa è un’illustrazione di Pascal Campion, artista franco-americano, dal titolo “Cade senza far rumore”. In ogni illustrazione di Campion c’è trasparenza. Riusciamo a vedere amore, gioia, storia, tenerezza e felicità. Qui è dove le sue immagini prendono il volo, come rappresentanti del sentimento e del cuore.

    It falls without a sound”, è un’immagine statica ma profondamente ricca di emozioni. I due bambini, attori di questa scena natalizia, si accorgono che fuori sta nevicando e in quell’attimo di meraviglia e stupore, rimangono in silenzio. Si godono questo silenzio per ammirare la vera protagonista della scena: la neve.

    2. Sol Invictus

    Il Mosaico di III secolo della Necropoli vaticana, si trova sottostante la basilica di San Pietro e rappresenta la divinità di Helios/Apollo con il suo cocchio mentre attraversa i cieli. Il Dies Natalis fu consacrato in epoca romana il 25 Dicembre 274 con Aureliano per celebrare la divinità del Sole Invitto (il solstizio d’inverno termina il 25 quando il sole rinvigorisce di luce e calore).

    Immagine inglobata e trasfigurata in seguito nel Cristianesimo per la raffigurazione di Cristo.

    "Sol Invictus", mosaico del III secolo nella Necropoli vaticana sotto la basilica di San Pietro

    3. La Natività con i profeti Isaia e Ezechiele

    Conservata alla National Gallery di Londra, la tavola di Duccio di Buoninsegna raffigura il momento della Nascita ed i colori complementari della Madonna contrastano con l’oro del fondo del pannello. È d’oro anche la stella posta sulla cima della capanna, attorniata da 14 angeli. Nel riquadro centrale è rappresentata anche la scena del lavaggio, secondo una gerarchia di proporzioni in perfetto stile bizantino. A sorvegliare il tutto ci sono due profeti ai lati e sorreggono i cartigli contenenti le profezie.

    Duccio di Buoninsegna, "La Natività con i profeti Isaia e Ezechiele", 1308/1311

    4. Paesaggio invernale con pattinatori

    Hendrick Avercamp è considerato uno dei primi pittori paesaggisti della scuola olandese del XVII secolo, specializzato in particolare in paesaggi invernali. Nato sordo e muto, Avercamp era un abile osservatore e le sue composizioni descrivono con dovizia di particolari le tipiche attività invernali del popolo olandese: i bambini pattinano sul ghiaccio, le donne lavano i panni nell’acqua gelida e gli uomini tagliano la legna per il camino.

    Paesaggio invernale con pattinatori del 1609 – oggi al Rijksmuseum di Amsterdam – è il suo dipinto più celebre. Lo stile risente dell’influenza di Pieter Brueghel il Vecchio: la linea alta dell’orizzonte, i colori vividi e una composizione ricca di piccole scene narrative tutte da scoprire.

    Hendrick Avercamp, "Paesaggio invernale con pattinatori ", 1609 c.
    "A Merry Christmas", Henri de Toulouse-Lautrec, 1896

    5. A Merry Christmas

    Toulouse-Lautrec, il pittore della Belle Epoque parigina, era anche un illustratore: realizza disegni per biglietti d’auguri o per menù improvvisati per cene tra amici.
    In questo bigliettino di Natale indirizzato alla cantante May Belfort, Toulouse-Lautrec ritrae il mitico Chocolat, un ballerino del Moulin Rouge di colore, insieme al gattino nero della Belfort che accompagnava la cantante nelle sue performance. In basso a destra il pittore si firma con il suo famoso monogramma ispirato ai caratteri giapponesi.

    6. Natività di Chagall

    Il soggetto millenario della Natività ricorre anche nella riproduzione del 1941 del bielorusso Chagall.  Il suo trasferimento dall’allora Impero Russo alla Francia provenzale lo portò alla riscoperta del repertorio di immagini cristiane; da questa tradizione iconografica  attinse con libertà, integrando quella simbolista ebraica. Il delicato dipinto, pur inserendosi nell’ambito dei soggetti religiosi, mantiene una tecnica fedele a quella dei soggetti laici. In quest’opera dall’atmosfera onirica e quasi fiabesca, la Madonna è sospesa sul lato sinistro del dipinto, eterea nel suo vestito bianco mentre stringe al seno il Bambino, osservata con tenerezza e gratitudine dagli angeli e una pecorella. Più centrale, vediamo un Cristo crocifisso fluttuante sopra una distesa di rose, simbolo della Passione, e di simboli dai colori vivaci, tra cui spicca il grande Pesce.

    Marc Chagall, "Natività"

    7. Te tamari no atua

    Slegata da committenze religiosa, la Natività realizzata da Paul Gauguin torna e allude a radici più profonde. La scena rappresentata e ambientata in pieno stile “tahitiano”, mostra una madonna nera, abbandonata sul letto dopo aver partorito. Una scena familiare che, se non fosse per la presenza del bue e l’asino sullo sfondo e l’aureola del bambino, potrebbe essere un’immagine comunissima di maternità. Una semplicità alla base forse dell’accezione cristiana originaria. Non la fede dunque, e nemmeno la religione in senso stretto sono al centro della scena, ma l’amore in senso stretto.

    Paul Gauguin, "Te tamari no atua" (Il figlio di Dio), 1896
    Andy Warhol, "Santa Claus" dalla serie "Myths"

    8. Il Santa Claus di Andy Warhol

    Nella cultura occidentale “post war”, accanto all’immaginario tradizionale del Natale, n’è stato coniato uno nuovo e parallelo, fatto di nuove immagini, tradizioni e personaggi, primo tra tutti: Santa Claus, il nostro Babbo Natale.  E chi avrebbe potuto rappresentare questa nuova cultura, se non l’artista che, più di chiunque altro, si fece specchio della società massificata a lui contemporanea?
    Fu, quindi, proprio il Pop artista Andy Warhol a creare una serie serigrafica avente a soggetto Babbo Natale. La serigrafia è realizza su tela con polvere di diamanti e fa parte di una serie molto cara a Warhol: la seria Myths (1981), nella quale inserisce quelli che, secondo la società contemporanea, sono i nuovi “Miti” e tra questi egli inserisce pure il nonnino più amato dai bimbi di tutto il mondo occidentale.

    9. La Natività futurista

    Gerardo Dottori, classe 1884, fu uno dei maggiori esponenti della corrente futurista italiana; firmatario del manifesto dell’Aeropittura, si caratterizzò per aver indagato maggiormente l’aspetto più dinamico della corrente novecentesca, sviluppando una propria ipotetica visione e rappresentazione delle immagini reali e non, viste da un osservatore posto su un aereo in volo.
    Legato alla sua terra d’origine, l’Umbria, egli utilizzò per le sue opere sempre il paesaggio umbro. Ecco quindi che La Natività, datata 1930, è ambientata sulla cima di una collina al di sotto della quale sorge un tipico borgo umbro, il paesaggio è una profusione di profili dolci, collinari più o meno alti; il taglio dato alla rappresentazione è fotografico i colori brillanti e le campiture nette e veloci.

    Dottori, "Natività futurista", 1930

    10. Campo innevato con erpice

    La natura è spesso protagonista nelle opere di Vincent Van Gogh, che ha cura di ritrarla in ognuna delle stagioni. Fra i suoi rari dipinti che ritraggono l’inverno questo paesaggio abbandonato, dove la presenza umana sembra essere un ricordo malinconico, spicca per non essere originariamente tale: il soggetto infatti è preso da Jean-François Millet (Inverno o La piana di Chailly, 1862, Vienna, Osterreichische Gallerie), a cui pittore olandese decide di aggiungere la neve come esercizio di colore durante il suo periodo presso l’ospedale di Saint-Remy.

    Jean-François Millet "Inverno o La piana di Chailly", 1862
    Jean-François Millet "Inverno o La piana di Chailly", 1862
    Vincent Van Gogh, "Campo innevato con erpice" (da Millet), 1890
    Vincent Van Gogh, "Campo innevato con erpice" (da Millet), 1890