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Mariaclelia Arcudi

About Mariaclelia Arcudi

Nata a Ferrara nel 1992 e appassionata di arte da quando a sette anni vidi la mia prima mostra su Picasso. Laureata in Storia e tutela dei beni artistici all'Università di Firenze, amo viaggiare e conoscere il più possibile ciò che mi circonda. Sono convinta che l'arte sia un mezzo privilegiato di incontro e condivisione fra le diversità, su cui puntare sempre di più.
    Aldo Cibic e la sua quotidiana estetica

    Aldo Cibic e la sua quotidiana estetica

    Aldo Cibic è architetto e designer classe 1955, i suoi esordi si trovano nel gruppo Memphis.

    Le sue radici appartengono quindi a un genere di design che si fa espressione culturale allusa con ironia, anticonformismo e multifunzionalismo, in cui l’uso eversivo della tavolozza e della scelta delle superfici è cifra stilistica distintiva. I primissimi oggetti Memphis risalgono al 1981, quando il gruppo composto da Ettore Sottsass, Michele De Lucchi, Andrea Branzi e Matteo Thun espose a Milano dei mobili “indefiniti” che generarono scalpore tra il pubblico. Gli oggetti colpirono perché nella quasi totale incomprensione della loro funzione ruppero con gli schemi formali della dottrina della “bella forma”. Questi designer cercarono di superare ogni concezione dogmatica della progettazione a partire dalle istanze funzionaliste del buon design a quelle critiche del controdesign radicale. L’approccio progettuale del gruppo Memphis fu paragonato a quello del Bauhaus e della Hochschule für Gestaltung di Ulm per il carattere cosmopolita, di reazione al postmodernismo e di forte radicamento nella contemporaneità. Cibic cominciò a lavorare con Sottsass nel 1979 e, in alcuni articoli a lui dedicati, è scritto che fu forse l’unico vero discepolo del maestro e presto suo socio. Dopo circa dieci anni di collaborazione Cibic iniziò la sua attività in proprio come architetto e designer fondando la Cibic & Partners con l’obiettivo di creare non più oggetti fortemente caratterizzati e unici, ma oggetti che potessero adattarsi con facilità nelle abitazioni, esprimendo valori di artisticità come: Divano Standard del 1991 e le sue Ciotola triangolare piccola, Ciotola triangolare media e Ciotola triangolare grande sempre del 1991.

    Nel 2010 creò il CibicWorkshop insieme a Chuck Felton e Diego Lucchini il cui sito internet (www.cibicworkshop.com) rappresenta un vero e proprio catalogo online dei progetti e delle opere realizzate dal gruppo. Si tratta di costruzioni dalle forme razionali e sintetiche, pensate per lo spazio in cui sono inserite e che tendono a migliorarlo avendo tra gli obiettivi la ricerca di equilibrio e armonia. Un carattere che forse resta come eredità di Memphis potrebbe essere l’uso vivace dei colori che per esempio si può osservare nelle sedute del Padiglione di Venezia nella Biennale della città del 2015 o nell’arredamento proposto alla Milano Design Week di quest’anno. Lo stesso sito internet è espressione di un’estetica razionalista e formalista, la cui impaginazione intuitiva e artistica invoglia l’utente a restare sul sito per scoprire le opere e “sfogliare” le immagini di catalogo e le pagine dei volumi digitalizzati.

    Parte del Padiglione di Venezia nella Biennale di Venezia del 2015
    Esposizione Aesthetics of Vitality di Cibic alla Milano Design Week, 2019

    Un altro elemento importante nei progetti di Cibic è il legame tra l’uomo e la natura, espressione di quel principio misterioso al quale apparteniamo. I tappeti disegnati per Moret sono l’esito di un lungo lavoro di ricerca documentaria e storica che precede la progettazione grafica informatica. I motivi decorativi presentano forme antropomorfe, floreali e vegetali stilizzate e principalmente curvilinee che derivano dal cerchio, e come scrisse Munari: «Un cerchio semplice ha rappresentato fin dai tempi antichi e rappresenta ancora oggi l’eternità, non avendo né principio né fine». Le emozioni generate dai manufatti sono legate anche ai materiali, alle tinte e alla tecnica esecutiva. Il filosofo Vilem Flusser affermò: «Nei tappeti ogni singolo nodo è stato progettato in anticipo. Annodare di per sé non è un processo fluido, ma convulso, in cui ogni balzo è previsto in un mosaico provvisorio». Questi tappeti intrecciati a mano sono realizzati con un filato costituito da lana, seta e lino, la cui mescolanza crea effetti di alto e basso rilievo e di cromatismo cangiante.

    Va menzionata anche l’attività didattica di Cibic al Politecnico di Milano, alla Domus Academy e alla IUAV di Venezia, è chiamato per tenere delle lezioni a Londra, New York, Boston ed è professore onorario alla Tongji University di Shanghai.

    Bibliografia:

    • A. Bassi, F. Bulegato, Le ragioni del design, 2014.
    • A. Branzi, Aldo Cibic designer, 2002.
    • A. Cibic, Happy carpets, 2012.
    • C. Neumann, Design Italia, 1999.
    • G. Pettena, Radical design. Ricerca e progetto dagli anni ’60 a oggi, 2004.
    • B. Polster, AZ Design, 2008.
    Tecnologia e condizione umana: dialogo con Federico Clapis

    Tecnologia e condizione umana: dialogo con Federico Clapis

    Federico Clapis è un artista contemporaneo che opera nel suo studio “Atelier village” a Milano. E’ tra i giovani artisti italiani più famosi del periodo e ha saputo servirsi del web per trovare il modo di poter vivere della sua arte. Esordisce nel 2010 come youtuber nella veste del Dottor Clapis per la sua serie “National Geo Clapis” e inizia un’escalation in internet che lo porta ad essere sempre più seguito, finché nel 2015 decide di lasciare quell’attività per dedicarsi interamente a ciò che lo appassiona davvero. Alcuni follower in questa nuova veste non lo capiscono, altri incuriositi permangono e ad essi si aggiungono gli appassionati d’arte. Partecipa a mostre come The Crucifixion of the Artist a Palazzo Montanari di Bologna dove espone insieme alle opere di Francis Bacon; fa un’installazione a Rio de Janeiro; nel 2015 vince il premio Pitagora di Crotone; partecipa a mostre collettive a Monaco di Baviera e a New York ed espone una versione bronzea della sua opera Connection a Londra, ora collocata nella Oxo Tower Square.
    Dal punto di vista tecnico i dipinti come la serie degli Actor on Canvas o le sculture come la sopracitata Connection esprimono l’interesse dell’artista verso l’utilizzo dei nuovi mezzi tecnici forniti dalla tecnologia più avanzata, come gli speciali scanner che rilevano le forme ed i volumi del suo corpo (di cui si serve per le composizioni dei suoi quadri) successivamente digitalizzati al computer, poi concretizzati all’interno di una plancia che condensa delle polveri sottili nella forma scelta e infine rifiniti a taglierino. Le innovazioni tecnologiche di cui si serve le unisce ai più tradizionali e classici strumenti tecnici pittorici come la vernice ed il pennello, ciò che ne consegue potrebbe essere sintetizzato in un connubio capace di tenere vivo il rapporto tra passato e presente. La particolarità di essere stato prima youtuber e poi artista permette di approfondire con Federico quali siano gli aspetti legati alla comunicazione e alla ricezione dei suoi messaggi.

    Federico Clais, "Connection" a Londra, ora l'opera è collocata nella Oxo Tower Square

    Già dagli esordi come youtuber schietto e ironico hai accorciato le distanze tra i tuoi followers e certe realtà “da documentario scientifico” che spesso appaiono distanti dallo spettatore. Si può dire che, anche se con premesse sempre schiette ma decisamente non ironiche, l’esito sia lo stesso anche per le tue opere? Penso ad un Actor on Canvas: The Tree of life del 2016.

    Sì in effetti è vero, mentre facevo i video però non avevo l’obiettivo di accorciare le distanze tra la vita nella savana ed il pubblico, ma dopo il montaggio e dalle reazioni di chi mi guardava mi sono accorto che questo approccio piaceva e dava quell’effetto. Adesso che non faccio più video così, mi accorgo però che anche nelle mie opere i temi che tratto, come la dipendenza tecnologica, trovano consenso tra le persone e aprono ad un dialogo.

    Essendo un tema ricorrente, secondo te la dipendenza tecnologica ed il rapporto che stiamo perdendo con la natura rappresentano un processo irreversibile o vedi una via d’uscita?

    Si sta prendendo sempre più coscienza della situazione attraverso un moto di auto-osservazione esterna che porta ad azioni come il digital detox. E’ un processo lungo, perché la presa di coscienza in quanto intuizione è istantanea ma la materia, che è ciò attraverso cui avviene il cambiamento, è lenta.

    Perché le opere di critica verso la società come Connection del 2017 di cui ti è stata chiesta una versione a Londra sono più interessanti per le piazze cittadine rispetto ad immagini di impatto più positivo e leggero che bombardano invece la realtà digitale e dei media? E’ il mercato che chiede questo?

    Prima degli Actor on Canvas realizzavo opere più “belle”, più positive perché non avevo ancora approfondito certi aspetti come l’inquietudine e l’esplorazione esistenziale che portano a riflessioni più drammatiche e cioè quelle legate al dramma dell’esistenza. Nelle opere più mature questo viene a galla attraverso i richiami psicologici che caratterizzano le ricerche e con cui esploro quelle domande. Negli Actor on Canvas genero delle immagini poetiche in cui la mia figura mi permette di esprimere al meglio l’esito di queste ricerche portate avanti da anni. Se capiti nelle mie opere non lo fai per caso, ma per un motivo ed è perché ti stai interrogando anche tu su quei temi e hai voglia di farlo. Ma non tutti vogliono misurarsi con queste domande.

    Non lo fanno per paura?

    Ancora prima della paura è per ragioni culturali. Non c’è cultura. Noi nasciamo in un mondo che non ci aiuta a trascendere i nostri blocchi. Ma non è tutto così negativo, in passato era peggio. Mi ripeto, la materia è lenta, ma qualcosa si sta muovendo. Poi sì, c’è la paura che può bloccare gli slanci.

    Federico Clapis, "The Tree of Life" 2016, polvere di nylon e resina, Milano
    Federico Clapis, "Addolorata Concezione"  2018, Milano
    Federico Clapis, "Addolorata Concezione" 2018, Milano
    Federico Clapis, "Between Me and Me" 2018, Milano
    Federico Clapis, "Between Me and Me" 2018, Milano

    Hai parlato dei temi dei tuoi quadri, cos’hai da dire rispetto alle tue sculture invece?

    Le sculture come Connection sono più “devianti” perché se non vuoi interrogarti sul senso profondo del messaggio puoi focalizzarti su quello più evidente e cioè lo strumento tecnologico che è presente. E’ la presenza della tecnologia che tocca più persone, è un compromesso come lo è stare al mondo tra me, il mio percepito e l’altro che è fuori di me. Molti pensano che io odi la tecnologia, ma è l’esatto opposto, ne sono affascinato. Nelle opere è un pretesto per raccontare la condizione umana, ma è un pretesto che tocca. Non so il perché, ma voglio trasmettere qualcosa alla gente. Magari un giorno riuscirò a farlo astraendo l’immagine, ma è probabile che così la mia opera raggiunga meno persone. Perciò per quanto mi riguarda, non scelgo quei temi per ragioni di mercato, ma perché è ciò su cui mi sto interrogando ora e che per fortuna viene colto.

    Dalla tua pagina Instagram alcune opere le mostri attraverso i video, prendo come esempi The Immense del 2015 e Thoughts Removal del 2017. Le tue inquadrature non sono mai casuali…

    Non sopporto fare i video, vorrei che il quadro facesse tutto da solo. Quando ero youtuber erano gli operatori a riprendermi, ora sono stato costretto ad imparare a farlo per essere capace di effettuare autonomamente le inquadrature che desidero. La comunicazione tramite i social la faccio perché è necessaria, perché oggi se vuoi vivere della tua arte devi sviluppare più competenze possibili anche in ambito comunicativo, altrimenti il rischio è quello di non riuscire a partire. Ogni tanto ho pensato di aprire una Academy per insegnare ciò che ho imparato e condividere le mie ricerche per lavorare sul rapporto tra competenze artigianali e social media, ma per ora non è tra le priorità.

    La Via Coperta di Ferrara | Arte e cultura, strumenti edificanti per il governo di una città

    La Via Coperta di Ferrara | Arte e cultura, strumenti edificanti per il governo di una città

    Uno dei tanti gioielli che adornano la città di Ferrara è la cosiddetta Via Coperta, un corpo di fabbrica sopraelevato, sorretto da cinque arcate e che collega il Palazzo Ducale al Castello di San Michele, più noto come Castello Estense. Esso rappresenta uno dei tanti passaggi sicuri (molti erano sotterranei) attraverso i quali la corte raggiungeva differenti luoghi della città, muovendosi indisturbata.

    La Via Coperta, nelle sue forma attuali, rappresenta l’esito finale di una lunga evoluzione costruttiva che ha interessato lo spazio tra la prima residenza ducale e la nuova fortezza difensiva, voluta da Niccolò II d’Este nel 1385. Si trattava di un camminamento in legno, quindi scoperto e che circa un secolo dopo, nel 1472 fu rimaneggiato da Pietro Benvenuti per volere di Ercole d’Este. L’architetto chiuse il passaggio con pareti e tetto, da qui il nome Via Coperta e lo ampliò nella sua articolazione interna con studioli e stanze private.

    Nel feudo vi erano già stati altri studioli ad esempio quello delle Muse voluto dal principe Leonello all’interno della delizia di Belfiore. Era paragonato ad un sacrario della cultura, in cui il signore trascorreva il suo tempo circondato da una stretta cerchia di intellettuali con cui discuteva a proposito di temi classici filologici e filosofici o assisteva ad intrattenimenti musicali. Lionello era stato allievo prediletto dell’umanista Guarino da Verona, secondo il quale “Con il sapere e con l’amore per il sapere: ecco […] come si governavano gli stati” Guarino sosteneva che i sovrani dovessero non poca gratitudine alle Muse, perché solo esse potevano insegnare loro a <<urbana negotia regere, disponere et administrare>>.

    Tornando alla Via Coperta, nel 1505 Alfonso d’ Este, figlio di Ercole I, prese in mano il potere e intraprese una vivacissima campagna decorativa degli ambienti interni. Uno dei più affascinanti fu lo Studiolo dei Marmi.
    Nello Studiolo dei Marmi, l’aspetto umanista dell’ambiente originario fu mantenuto solo in parte. Per soddisfare l’instancabile passione collezionista del duca, questo spazio fu tramutato in una Wunderkammer o camera delle meraviglie, attraverso cui si generava un incanto dato dalla vista di così tanta varietà artistica e naturale. Esposte su un tavolo in noce si ammiravano: bronzetti antichi e moderni, vasi e coppe in argilla, in pietra, in cristallo, in maiolica, vi erano inoltre busti che ritraevano membri della casata, una testa di serpente ed una conchiglia.

    Ad occuparsi della decorazione delle pareti del camerino fu Antonio Lombardo scultore veneziano formatosi nella bottega del padre Pietro. La sua cultura e vivacità artistica lo portarono ad approntare novità iconografiche che influenzarono artisti e intellettuali della corte. Traspose in chiave scultorea i caratteri dell’antico genere letterario dello speculum principis, che faceva riflettere sui doveri e le virtù auspicabili per un governante. Il suo interesse verso la classicità trovò terreno fertile in città e lo vediamo dalle facciate di alcuni palazzi signorili in cui compaiono marmi con decorazione all’antica, dalle pitture di Ludovico Mazzolino e Benvenuto Tisi da Garofalo e dagli stessi scritti di Ludovico Ariosto, il quale nella sua opera i Suppositi del 1509 evidenziò che i moderni, rispetto a chi li aveva preceduti, avevano sviluppato la capacità di guardare alla classicità non come una semplice imitazione formale, ma facendo sempre riferimento alla quotidianità del vivere.

    Concentrandoci ora ad alcune delle sculture poste nello studiolo, lo storico dell’arte Stefano Zuffi afferma che la chiave interpretativa della decorazione vada ricercata nei rilievi raffiguranti la Contesa tra Nettuno e Minerva per il possesso dell’Attica e la Fucina di Vulcano, ora conservati al Museo Hermitage di San Pietroburgo.

    Antonio Lombardo, Contesa tra Nettuno e Minerva per il possesso dell'Attica, 1506
    Antonio Lombardo, Contesa tra Nettuno e Minerva per il possesso dell'Attica, 1506

    Nella prima opera Minerva, porta in capo l’ elmo e nella mano sinistra regge una ramoscello di ulivo, staccato dalla pianta creata da lei stessa e su cui posa una civetta che la guarda, simbolo di sapienza e saggezza. Al centro Nettuno presenta una posa fiera e vittoriosa, dal piede sgorga dell’acqua e la mano destra un tempo doveva reggere un tridente in bronzo ora perduto. Alle spalle vediamo un cavallo mentre a destra un giovane che pare abbia il compito di decidere a chi affidare l’Attica. Minerva è portatrice di pace e sapienza, mentre Nettuno offre alla città il cavallo, simbolo di guerra e l’acqua espressione del dominio sui mari. La vittoria spetterà a Minerva. Il giovane sulla destra potrebbe essere Cecrope, il primo re degli ateniesi oppure Bacco per la presenza dei tralci d’edera intorno alla colonna sui cui è seduto.
    La scelta iconografica deve aver risentito della situazione famigliare che stavano vivendo gli estensi, tanto che il tema del rilievo potrebbe alludere alla congiura contro Alfonso, mossa nel 1506 dai suoi fratelli don Ferrante e don Giulio. Ecco che la figura del dio giudice potrebbe essere assimilata ad Alfonso, che dopo alcune peripezie riuscì a incarcerare per sempre i suoi fratelli.

    Antonio Lombardo, Fucina di Vulcano, 1508

    Nella seconda opera, La Fucina di Vulcano, vediamo il dio del fuoco al lavoro con i Ciclopi che stanno forgiando il ferro. Le ipotesi di lettura sono varie: una si riferisce al tradimento di Venere con Marte subito da Vulcano, il quale avrebbe prodotto nella fucina una rete per rinchiudervi all’interno i due amanti da mostrare agli altri dei dell’Olimpo, ma considerando l’intento celebrativo del camerino, lo storico dell’arte Vincenzo Farinella si trova scettico verso questa ipotesi, che potrebbe invece sottolineare uno scandalo subito dal reggente e quindi andare contro l’esaltazione del duca.
    Seconda proposta interpretativa è quella della scena descritta da Virgilio nell’VIII libro dell’Eneide, in cui Venere in cambio di compromessi coniugali, chiede a suo marito Vulcano di forgiare delle armi che avrebbero salvato Enea dalle guerre nel Lazio. Nel rilievo il dio si troverebbe all’estrema destra, presenta una posa tesa e indossa un mantello gonfio che dà idea di movimento, forse sta ancora guardando indietro verso Venere e sta accorrendo dai suoi Ciclopi per ordinargli il lavoro da svolgere.
    La storica dell’arte americana Wendy Stedman Sheard abbraccia una terza ipotesi e cioè quella che la scena rappresenti la nascita di Venere dalla testa di Giove, quest’ultimo sofferente per il forte dolore chiede aiuto a Vulcano, che colpendolo in testa con un martello permette a Venere di nascere. In questo caso, l’uomo con la posa che richiama quella del Laocoonte, sarebbe Giove seduto sull’incudine. L’ipotesi è sostenuta dal fatto che alle spalle del dio si vedono una gamba ed un braccio, forse quelli di Venere in fuga. In questo modo Vulcano diventerebbe la figura posta al centro e girata di tre quarti, accanto a lui ci sarebbe un Ciclope, mentre la figura a destra col mantello e con accanto l’aquila potrebbe essere Ganimede. Secondo la studiosa l’aquila a destra potrebbe alludere ad uno dei simboli araldici della famiglia d’Este ed il gesto del rapace, che si morde delicatamente le ali, ad un augurio di serenità per la città.

    Stedman Sheard trova ampi riferimenti ad Alfonso I: uno riguarda la figura di Giove, espressione del sentimento dolente e affaticato di Alfonso a causa delle continue guerre con il Papa Giulio II. Inoltre il duca fin dalla più tenera età si cimentò con abilità e successo in pratiche manuali ed artigianali, il suo ingegno era davvero all’avanguardia e ben presto fu considerato “uno dei massimi esperti di tecnica e tattica militare nell’intera Europa”, per queste ragioni si potrebbe assimilare anche a Vulcano. In conclusione la comparazione del duca alla figura del dio del ferro e del fuoco pare molto convincente. A ulteriore conferma sappiamo che il suo simbolo distintivo fu la granata “svampante”, un ordigno da battaglia che univa il fuoco al metallo (proprio gli attributi di Vulcano).

    Dosso Dossi, Allegoria della Musica o Vulcano inventore delle note, 1520

    Ma non solo guerra e armi uniscono il dio e il duca, Vulcano è conosciuto anche come inventore della musica, perché mentre forgiava il ferro battendolo sull’incudine creò le note. Il duca dal canto suo suonava la viola da braccio ed era anche abile nella costruzione di strumenti musicali, nel 1520 commissionò a Dosso Dossi il dipinto Allegoria della Musica o Vulcano inventore delle note ora al Museo Horne di Firenze in cui l’incudine, il martello ed il pentagramma circolare convivono armoniosamente.

    Arte e natura | Intervista alla prima “BANG AT BONG”

    Arte e natura | Intervista alla prima “BANG AT BONG”

    La natura. Realtà imprescindibile per la vita dell’uomo e quasi scontata nella contemporaneità, può dire ancora qualcosa ad una società frenetica come la nostra, capace di riconoscerne la bellezza, ma a cui spesso può dedicarle giusto il tempo di uno scatto? Le artiste Angela D’Ospina e Tiziana Vanetti, i proprietari dello Studio BONG Elisabetta Bongi e Lando Di Bari e i curatori Valeria Bruni e Mauro Pratesi pensano di sì!

    Il desiderio di intervistarli è sorto partecipando all’inaugurazione della mostra “BANG AT BONG”, la prima di otto esposizioni nata dalla collaborazione tra l’Accademia di Belle Arti di Firenze e lo studio BONG, situato in via Calimaruzza 10/R, in pieno centro città. Conoscerli è stata l’occasione per provare a rispondere a questa domanda e per restituire, attraverso una visione il più possibile a tutto tondo, come queste tre figure (artisti, galleristi e curatori) abbiano vissuto la stessa mostra, ognuno nella sua specificità (e quindi differentemente).

    Partiamo da Mauro Pratesi, uno dei curatori, nonché Professore di Storia dell’Arte dell’Accademia.

    Interessante che alcuni allievi espongano per due settimane in una galleria, “accompagnati” dai professori dell’Accademia. Com’è nata l’idea di questa collaborazione?

    Il nostro intento è stato proprio quello di non fare cose eclatanti, al contrario abbiamo optato per la semplicità, le “micro storie” che alla fine sono quelle più rilevanti, che rimangono di più. Warburg diceva: “Dio è nel particolare”. Chissà se ciò verrà colto. La stessa idea del titolo “BANG!” è venuta fuori giocando con il nome dello studio, un titolo dal sapore pop e un pò dissacrante a sottolineare la spontaneità dell’iniziativa. Più che altro abbiamo voluto mettere sullo stesso piano il lavoro del docente e quello dell’allievo, perché in un certo senso, se crediamo in quello che facciamo, tutti siamo allievi ancor prima di essere insegnanti. Nello specifico della mostra di Angela D’Ospina e Tiziana Vanetti, pur non essendo direttamente allieva e mastra, le abbiamo volute unire per il filo conduttore che le lega e cioè il rapporto stretto che hanno con la natura. Un rapporto che al giorno d’oggi quasi non esiste più.

    Quasi non ci sia più tempo da dedicarle…

    Sì, non le prestiamo più tempo. Come del resto anche per il paesaggio, sono temi che ormai non si affrontano più neppure in arte. A volte si perde l’idea della poesia che ci sta dietro: le immagini del mare come senso di tormento per esempio. A mio parere, come ho scritto nella presentazione della mostra, le loro opere rimandano ad un richiamo umanistico e mitologico alla dea Diana, un’idea forte di pittura, di un’arte che ancora sente quella poesia. Credo che, mettere sullo stesso piano il lavoro del docente con quello dell’allievo, non possa far altro che incentivare questo tipo di collaborazione e richiamarsi a vicenda su temi che non andrebbero persi.

    Tiziana Vanetti, Mario Pratesi e Angela D'Ospina

    Passiamo ora ai proprietari dello Studio BONG.

    Elisabetta e Lando hanno un grande progetto, ci tengono a sottolineare che il loro si chiama Studio e non Galleria, perché desiderano che quel luogo sia sentito come proprio dagli artisti che vi espongono.

    Cosa ne pensate della collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Firenze?

    Siamo appassionati d’arte e da sempre a contatto con artisti che ormai sono diventati amici, a giugno del 2016 abbiamo deciso di aprire questo studio dove hanno esposto artisti contemporanei che operavano soprattutto negli anni ’80 quali: Angelo Vadolà, il musicista Peppe Voltarelli, Lorenzo Brinati, Anna Corcione, Massimo Biondi e tanti altri. Il nostro desiderio più grande ora è quello di lasciare spazio ai giovani artisti locali, per conoscerli e farli conoscere. Vorremmo dar loro visibilità e questo progetto, che si protrarrà fino ad ottobre, ci sembra una grande occasione per permettere ad alcuni di loro sono state tantissime le proposte che ci sono arrivate, più di duecento artisti da selezionare- di sperimentare cosa significhi esporsi pubblicamente.

    E dopo ottobre?

    Dopo ottobre vorremmo che gli studenti, anche senza i professori, ci contattassero per proseguire questa indagine sul contemporaneo fiorentino. Siamo a favore di un’apertura completa, globale e flessibile, il nostro studio permette di esporre gratuitamente e secondo gli orari che preferiscono gli artisti! Solo su un punto siamo fermi: questo spazio esiste solo quando deve esistere, nel senso che abbiamo scelto di puntare sulla qualità piuttosto che sulla quantità e ciò ci rende liberi di non dover esporre per forza.
    Desideriamo che sia un luogo in cui si trasmetta bellezza e preferiamo che si lavori insieme, stare da soli non serve a nulla. Vorremmo che si creasse un piccolo network per portare contributi, per restare liberi.

    Studio BONG il giorno dell'inaugurazione

    E ora, dulcis in fundo, sentiamo le voci delle due protagoniste principali: Tiziana Vanetti e Angela D’Ospina.

    Professoressa Vanetti, la sua è un’ arte soprattutto figurativa, che interesse ha lei verso la natura e quindi verso la realtà? Degli artisti che oggi scelgono la figurazione, l’importante storico dell’arte Giulio Carlo Argan direbbe: “ciò che vogliono ad ogni costo salvare è proprio il carattere tradizionale di questa concezione della realtà”. Se anche per lei è così che valore attribuisce alla tradizione?

    Per un certo periodo, i temi tradizionali della rappresentazione (tra cui quello della natura), hanno smesso di essere “alla moda”. Ciò è stato un pretesto per iniziare un’indagine sul paesaggio, come ricerca sul valore delle origini e ne sono nate tre serie di dipinti chiamate Wild, Birth e Ghibli.

    Wild si caratterizza per la presenza della foresta e del bosco ed è stato un modo per conoscere più in profondità il mio vissuto, la mia infanzia. Io e la mia famiglia avevamo una casa in prossimità della famosa linea Cadorna, lì passavamo le estati e quei boschi li ho sempre visti come coloro che nascondevano e proteggevano le trincee, che partivano dal Piemonte e terminavano al confine tra Italia e Svizzera. Per comprendere ciò che dico, bisogna entrare nell’ottica di una bambina affascinata dal mistero che celava quel bosco ed è proprio da quella fascinazione iniziale che da adulta, è iniziata la ricerca verso l’elemento delle origini. L’ albero è esso stesso simbolo di attaccamento alla terra e ciò non ha fatto altro che rimarcare il discorso.

    Con Birth in pratica rappresento la mia nascita. Sono nata a Bengasi e nel ’70, con il passaggio dalla monarchia del re Idris alla dittatura di Gheddafi, insieme ad altri ventimila italiani profughi come noi, siamo stati costretti a lasciare la Libia e tornare in Italia. Racconto queste cose per farti capire come l’elemento della natura, il mare in questo caso, per me rappresenti un’indagine sulle origini, piuttosto che una ricerca estetica.

    Stesso discorso vale per Ghibli, serie che prende il nome da un vento libico che arriva fino in Italia diventando scirocco.

    Tiziana Vanetti, Wild
    Tiziana Vanetti, Wild
    Tiziana Vanetti, Wild 5
    Tiziana Vanetti, Wild 5
    Posso chiederle perché questo interesse verso le origini?

    Questa ricerca nasce principalmente da un’esigenza fortemente personale. La malattia dei miei genitori e il distacco che ne sarebbe seguito, sono diventati occasione di ricerca della mia identità, ho approfondito determinati particolari del mio passato, perché sentivo il desiderio e la necessità di fare memoria. Ho fatto loro una sorta di intervista per tenere impressi e non perdere particolari della mia vita, che ho voluto conoscere in quel momento. Un’esigenza molto personale, di cui è difficile dare spiegazioni.

    Tiziana Vanetti con una sua opera

    E terminiamo con l’ultima intervistata

    Ciao Angela, cosa c’è nella natura che ti affascina?

    Tutto è iniziato tre anni fa, tramite un progetto gestito completamente dagli studenti dell’Accademia. Eravamo a Carda, un paesino alle pendici del Pratomagno. Avevo sempre dipinto dal vero, ma credo di non aver mai disegnato un albero prima di allora, mai dunque il paesaggio perché dipingere la natura così come la intendeva Aristotele (“La Natura è il regno delle cose che si generano da sole”) mi inquietava. All’inizio infatti è stato molto strano, perché hai una visione estesa delle cose, quando guardi il paesaggio devi fare un po’ un scelta, come le riprese cinematografiche, ci sono delle tensioni, degli equilibri, dei colori che non sono mai fissi. Mentre stai lavorando ad un certo punto tutto cambia e la luce ti sfugge. I primi giorni è stato molto difficile abituarsi a questo, ma ripensandoci è stato grazie a quelle difficoltà iniziali che ho capito come è evoluto il mio lavoro, come si è trasformato. Le scelte che ho preso mentre dipingevo a Carda caratterizzano tutt’ora la mia pittura.

    In che senso?

    Innanzitutto l’esperienza di stare in un luogo per tanti giorni e respirarlo, cioè viverlo, cambia anche te. Proprio qui c’è la differenza con la fotografia. Io faccio molta fatica a lavorare dalla foto, perché lì l’immagine è già bidimensionale, è già tradotta, ferma. Ho fatto delle fotografie, ma davanti ad esse c’è una condizione che mi da quasi fastidio, c’è una scelta nel scatto che tradotta in pittura mi condiziona troppo. In accademia stiamo davanti al modello, disegniamo dal vero, studi la figura umana, studi la struttura delle ossa…

    Puoi spiegare meglio la correlazione che c’è tra le lezioni di anatomia e la tua esperienza a Carda con il paesaggio? Immagino che esercitarti sulla figura umana ti abbia aiutato a guardare, a capire come si muove un corpo nello spazio…

    Si, ma non solo la distribuzione nello spazio, anche gli odori, lo stato fisico ed emotivo del modello, alcuni si muovono in continuazione mentre tu sei lì che vorresti che stessero fermi. Tutte le tensioni che un corpo ha nello spazio, ogni piccolo gesto come la postura, ti influenzano e ti accorgi che tutto è unito. Ecco perché è bello dipingere e disegnare dal vero anche se è una cosa che sta sempre più scomparendo, vuoi perché siamo continuamente bombardati da immagini -bellissime non lo nego- ma inevitabilmente ti allontanano dal contatto con la realtà.

    Dici così perché quando fotografi, a causa della macchina che media tra te e il soggetto, non sei completamente libera di scegliere?

    Sono io a fotografare, ma per me la foto è bella anche se rimane tale. Quando invece dipingo, la pittura mi tira fuori altro e paradossalmente i miei lavori escono in separata sede. C’è un momento in cui devo staccarmi dal guardare quel soggetto, torno in studio e solo lì comincio a dipingere. Questa è una prassi che non ho deciso io, mi è venuta naturalmente quando ero a Carda e stavo tante ore nel bosco dove le api che ronzavano attorno, i cinghiali che passavano, i lupi che cacciavano non mi facevano sentire proprio ben accetta. Accadono tante cose che affascinano e spaventano allo stesso tempo, l’aspetto stesso della paura incide poi sulla pittura. Il momento più propizio per lavorare era la sera, quando piena delle tante cose viste e delle tante emozioni provate, iniziavo a dipingere e in un certo senso quella era già memoria di un vissuto. Penso che lo stato d’animo che si prova al cospetto della natura non possa essere tutto, come invece era per i pittori romantici, che ho tanto amato quando ero più piccola. Mi accorgo sempre di più che non voglio fermarmi ad una visione soggettiva, desidero aprire e far aprire gli occhi su certi aspetti, come quello del tempo per esempio.

    Angela D'Ospina, Paesaggio bianco
    Angela D'Ospina, Paesaggio bianco
    Angela D'Ospina, Inverno (opera con cui Angela ha vinto il concorso in Giappone)
    Angela D'Ospina, Inverno (opera con cui Angela ha vinto il concorso in Giappone)
    Si può dire quindi che lo stato d’animo per te sia la chiave per entrare in rapporto con la natura, ma il tutto non deve rimanere lì. Da quel sentimento necessario che la natura genera, tu desideri trovare qualcosa di più profondo da donare all’altro?

    Esatto: la realtà in se stessa, fine a se stessa e da qui l’oggettivazione della realtà non mi interessa molto. Il punto cardine del mio lavoro è il rapporto che riesco ad instaurare con essa. E’ il rapporto intimo che posso avere con la realtà che mi cambia e che costruisce qualcosa. Questo lo dimostra il fatto che per esempio alcune persone, guardando i miei quadri, mi chiedono se sono stata in Russia o mi dicono che vi rintracciano uno stile giapponese. Ma questi posti io li ho visti da poco, dopo Carda, in Giappone ci sono stata lo scorso anno quando ho vinto un concorso lì. Questo conferma che la gente proietta sui miei dipinti visioni di paesaggi, di ricordi personali anche se non li ha condivisi direttamente con me, lo stato d’animo che racchiude il quadro è perciò capace di generare nell’altro qualcosa di inedito e personale. La libertà alla fine è questo: il prendere uno strumento e cominciare a modellare spazi che appartengono non solo a me, ma a tutti.

    Come nascono i tuoi dipinti quando sei in studio?

    Mentre lavoro, ci sono momenti in cui ciò che mi guida non sono più io, c’è una parte inconscia che opera. Alcuni processi sono inspiegabili. Non parto mai dalla tela pulita, quando dipingo stratifico la pittura: aggiungo e tolgo e ad un certo punto emerge qualcosa che può ricordarmi un albero ad esempio, com’è successo con Inverno, l’opera del concorso giapponese e da lì si procede. Come dico sempre ai miei amici qui in Accademia “Niente viene da niente”, noi siamo sempre memoria di qualcosa, no?

    Angela D'Ospina con una sua opera

    Concludendo posso dire che mi colpisce quanto la domanda con cui si è aperta questa intervista multipla, sia stata occasione per il curatore e i proprietari dello Studio BONG di parlare non solo di natura, ma anche di condivisione e collaborazione. Vorrei infine sottolineare un’ulteriore peculiarità che a mio avviso accomuna Tiziana Vanetti e Angela D’Ospina e che apre ad ulteriori interrogativi.

    Entrambe, se ci facciamo caso, dipingono secondo memoria, intendendola però in due maniere distinte: la prima come strumento per salvare la propria storia, per conoscerla a fondo e non perderla più, mentre la seconda dipinge a memoria. Infatti, prendendo una pausa dall’osservazione del soggetto e allontanandosi da esso, lascia sedimentare ciò che ha visto e con pazienza attende il momento giusto per spostarsi in studio e far emergere dalla pittura le esperienze vissute.

    Sono sempre più convinta del fatto che bisognerebbe trovare il modo di passare parte del proprio tempo con certi artisti, per via del grande compito o meglio “dono” che essi hanno: non lasciarci mai in pace, invogliandoci a sperimentare strade non ancora battute ci spingono a mettere in discussione le nostre convinzioni e a non smettere di osare nella vita di tutti i giorni.

    Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni | Presentazione della mostra

    Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni | Presentazione della mostra

    In preparazione all’inaugurazione della nuova mostra, Stati d’animo. Arte e psiche tra Previati e Boccioni, il 28 febbraio nella Sala Stabat Mater della biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, Maria Grazia Messina, curatrice della mostra, ha tenuto una conferenza per introdurre i più curiosi al percorso espositivo che ci aspetterà dal 3 marzo al 10 giugno 2018 presso Palazzo dei Diamanti a Ferrara.

    Le mostre sul Simbolismo e sul Futurismo non sono una novità nel mondo dell’arte, ma l’impostazione di questa è decisamente interessante ed innovativa. Perché?

    Le scelte espositive effettuate dai curatori: la già citata Maria Grazia Messina, Chiara Vorasi e Fernando Mazzocca, si muovono su un sostrato che caratterizza tanto i maestri del simbolismo e del divisionismo quali Segantini, Previati, Pellizza attivi fra fine ‘800 e inizio ‘900, quanto quelli della successiva avanguardia futurista come Balla, Carrà e Boccioni. Questi artisti visitano esposizioni d’arte, sfogliano riviste illustrate e sono fortemente interessati alla filosofia idealista, in particolar modo al pensiero di Schopenhauer sul mondo, in quanto espressione della volontà e della percezione dell’uomo. Questo processo innesca una stretta concorrenza fra gli artisti, i quali guardandosi l’un l’altro si rubano vicendevolmente idee e soluzioni iconografiche.

    Seguendo quello che può essere considerato il Manifesto Simbolista pubblicato nel 1886 dal poeta e scrittore francese Jean Moréas, la curatrice spiega che “l’imperativo per l’artista non è descrivere, non è più restituire alla natura esteriore ciò che si percepisce coi sensi, ma piuttosto suggestionare, lavorare a delle elaborazioni visive indefinite, varie, fluttuanti, ma tali da poter catturare l’immaginario dell’osservatore”. In altre parole l’arte non cerca più di soggettivare l’oggettivo, cioè fornire una lettura soggettiva di quello che si percepisce coi sensi, ma al contrario si tratta di oggettivare il soggettivo, ciò che è lo stato psichico, il mondo onirico o allucinatorio. Sinteticamente gli stati d’animo! Ed ecco la scelta del titolo. Vedremo come i pittori spostano il loro interesse dalle istanze patetiche del teatro a quelle più secche e dirette del mezzo fotografico, per non parlare del forte legame con le ricerche musicali in ambito Wagneriano.

    Lungo il percorso sarà possibile mettere a confronto le opere ed i testi di divulgazione scientifica che hanno dato voce al progresso delle scienze fisiche e psicologiche di quegli anni, basti pensare all’importanza de L’interpretazione dei sogni di Freud del 1889, che ha decisamente incuriosito e stimolato gli artisti in questione.

    Segantini, Autoritratto, 1882

    Segantini con il suo Autoritratto del 1882 presente nella prima sala, unisce la sua espressione magnetica alla presenza del pugnale che sinteticamente esprimono da una parte la visione profetica e visionaria di antesignano dell’artista, ma dall’altra il suo ruolo di vittima sacrificale, perché predestinato all’incomprensione da parte degli “uomini comuni”.

    Le sale non seguono un percorso cronologico, bensì tematico. I diversi “stati d’animo” affrontati sono: la malinconia sia come unico e vero moto creativo per l’artista ma anche come esempio di fissità catatonica (Pelizza da Volpedo, Ritratto di Santina Negri scelta come immagine di locandina). Altro stato è la maternità sublimata espressa nelle opere di Previati, importante artista ferrarese e grande protagonista in mostra, si prosegue con il tema della paura, dell’eros, della violenza, dell’estasi amorosa e della solarità dove il rapporto con gli studi di ottica è innegabile.

    Giuseppe Pellizza da Volpedo, Ricordo di un dolore (Ritratto di Santina Negri), 1889

    Si arriva ai futuristi, all’eredità che Previati lascia a Boccioni, il quale fa proprie le pennellate frante e vibranti del ferrarese perseguendo l’obiettivo di farsi portatore di una nuova percezione. Lo stato d’animo dell’osservatore non può che essere suggestionato dalla nuova dinamicità delle città industriali, esempio cardine è la nota Città sale. Nel 1910 l’artista dirà:

    “Noi pittori sentiamo che questa sensibilità nuova è una cosa psichica divinatrice, profetica, ed ha in sé la potenza di percepire quello che non fu mai fino ad ora percepito”.

    In mostra potremo ammirare La risata del 1911, in cui la composizione fonde figura e ambiente, mescola ricerche divisioniste e simboliste a quelle cubiste di inizio secolo, generando un’opera che colpisce e cattura empaticamente l’attenzione del fruitore. Non solo dipinti quindi, ma riviste, fotografie, video e ascolti musicali arricchiranno la proposta di Palazzo dei Diamanti.

    A noi, non resta che augurarvi, buona visita!